The Incident
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Porcupine Tree
Etichetta: Roadrunner Records
Uscita: 2009
Durata: 75:56
Voto: 4.5/5
“The Incident” è l’atteso doppio album uscito dalla fucina dei Porcupine Tree, band prog rock britannica di culto e una delle poche formazioni prog contemporanee che, grazie a un ampio spettro sonoro che flirta tra l’altro con elementi di metal progressivo, rock alternativo e ambient, gode di un bel successo anche tra il pubblico più vasto. Tra i progofili si sono guadagnati un rispetto speciale soprattutto con una serie di ottimi album in studio, che gli sono valsi il lusinghiero titolo di eredi spirituali di alcuni giganti del rock progressivo degli anni Sessanta e Settanta. Un titolo così lusinghiero, però, è insieme una benedizione e una maledizione, perché a ogni nuova uscita devono giustificare lo status di stella più luminosa dell’orizzonte prog rock contemporaneo.
Il successore dell’eccellente “Fear Of a Blank Planet” (2007) contiene più di 75 minuti di musica, che non sono certo uno scherzo e sono la ragione principale del primo doppio album nella storia del gruppo. Al centro c’è una suite di 55 minuti che occupa l’intero primo disco e forma un ciclo concettuale di quattordici brani collegati tra loro. “The Incident” non è il primo concept album diretto da Steven Wilson e dalla sua giovane combriccola prog rock, visto che già su “Fear Of a Blank Planet” si erano occupati delle devianze sociali dei giovani “cibernetici” di oggi, ma grazie soprattutto alla struttura complessa dei singoli pezzi è sicuramente il loro progetto più ambizioso, anche se più di un ascoltatore faticherà a farsi strada in un concept all’apparenza semplice ma in realtà piuttosto surreale. Ed è anche uno dei pochi punti deboli del disco, perché il signor Wilson, album dopo album, si ripete ormai parecchio con le solite tematiche sociali di totale alienazione, vuoto spirituale e malessere generalizzato della società moderna.
L’ispirazione per buona parte delle idee dei testi, e anche per il titolo stesso dell’album, è arrivata quando Steven, un giorno, sul luogo di un incidente stradale ha visto un cartello con la scritta ‘police-incident’. Poco dopo ha avuto la strana sensazione che lo spirito di qualcuno morto in un incidente stradale fosse salito sulla sua auto. La parola ‘incident’ lo ha ispirato anche negli altri testi, che raccontano alcuni eventi traumatici del recente passato: il salvataggio di alcune adolescenti americane dalle grinfie di una setta religiosa folle in Texas, una famiglia che terrorizza di continuo i vicini e un misterioso corpo umano ritrovato a galla in un fiume nel bel mezzo di una gita di pesca. Ogni brano è scritto in prima persona e prova a dare un volto umano all’amarezza e alla freddezza quasi nauseabonde con cui di solito i grandi gruppi mediatici trattano nei loro reportage fatti del genere.
Il concept, è vero, non è proprio il massimo dell’innovazione, quindi non sarebbe male se in futuro Steven scegliesse un approccio un po’ diverso. Quanto al lato musicale, invece, mantenendo la solita ricetta sonora dei Porcupine Tree il disco offre un sacco di motivi di gioia, soprattutto ai fan di lunga data a cui non era andato troppo giù che i loro beniamini negli ultimi anni fossero salpati a tutto vapore verso le acque del metal progressivo. “The Incident” ha uno spettro nettamente più ampio del predecessore: oltre alle solite cannonate prog metal, non mancano affatto i momenti in cui le ampie tende ambient di sintetizzatori firmate dal signor Barbieri risvegliano quella magia nostalgica che distingueva i primi album di questa band ancora ottima. La sezione ritmica Edwin/Harrison, come sempre, sfoggia un sacco di fantasia, tenendosi però alla larga da qualsiasi esibizionismo solistico. Grande spazio anche ai momenti acustici, in cui emergono le loro tante sfumature sottili. La voce di Steven, nonostante qualche piccolo esperimento vocale per lui atipico, conserva ancora quell’incredibile carica emotiva con cui ha sempre incatenato l’ascoltatore in una specie di trance.
I singoli brani si intrecciano alla grande lungo tutta la suite concettuale. A rafforzare per bene l’atmosfera concettuale ci pensa anche il ritorno di alcuni motivi già sentiti. L’iniziale “Occam’s Razor”, in cui sopra un collage sonoro ambient sbattono gli intervalli distorti della chitarra elettrica, è, nello stile di certi loro lavori passati, il riscaldamento per una vera e propria esplosione “metallizzata”, che deflagra a tutta forza su “The Blind House”, dove ancora una volta uniscono in modo convincente pezzi assortiti di prog metal ed ambient etereo. Il ritornello ipnotico dimostra bene che col passare degli anni non hanno perso quella sensibilità melodica che ha sempre caratterizzato la loro espressione musicale. Sul disco si trovano diversi brani più brevi che collegano con successo le composizioni più complesse e che non si possono certo liquidare come inutili riempitivi. Un esempio è “Great Expectations”, una bella fusione di acustica e distorsione che si chiude con un elegante passaggio nella piacevole ballata “Kneel And Disconnect”, dove brillano arrangiamenti incantevoli di chitarra acustica e pianoforte.
“Drawing the Line”, in cui fragili motivi di tastiera si scontrano con passaggi di chitarra taglienti, è un altro esperimento riuscito che fonde sensibilità ambient, temperamento prog metal e ribellione rock alternativa. Quest’ultima la assorbe anche l’approccio vocale un po’ insolito di Wilson. La title track, per lo stile, soprattutto per i tanti passaggi di chitarra staccati, l’uso del vocoder e l’ampia tavolozza di campioni elettronici, ricorda parecchio qualche creatura dimenticata di “Fear Of a Blank Planet” e flirta perfino con elementi di industrial metal, pur avendo un ritornello molto bello e rilassato. I due brevi requiem “Your Unpleasant Family” e “The Yellow Windows of the Evening Train”, per la quantità di tende ambient e per l’uso di effetti di chitarra contorti, ricordano molto certe cose dei primi giorni della band, più elettronici e psichedelici.
Il candidato più serio al titolo di miglior brano dell’intero album è l’eccellente “Time Flies”, in cui si nasconde tra l’altro un arguto riferimento lirico al classico dei The Beatles “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”. La melodia vivace di chitarra acustica, insieme al sognante tono protettivo della voce di Steven, irradia un livello di sottigliezza eterea quasi alla Pink Floyd, mentre i tanti passaggi improvvisi e complessissimi tra le varie sezioni e gli ottimi assoli di chitarra di Wilson entusiasmeranno anche i progofili più esigenti. È davvero incredibile come Steven e compagni riescano a tirare fuori un capolavoro ambient indimenticabile da una melodia di chitarra acustica in apparenza semplice, quasi basilare.
“Degree Zero of Liberty” ripropone il motivo d’apertura distorto, che cede in fretta il posto a un altro interessante ibrido stilistico intitolato “Octane Twisted”, a cui si leccheranno i baffi tutti i prog metallari tra i fan dei Porcupine Tree, visto che non mancano raffiche di chitarra aggressive, mentre la dinamica ritmica resta al solito livello invidiabile. “The Seance” poggia su una tenera melodia acustica, nobilitata ancora dal canto di Wilson, di nuovo eccellente e carico di emozione, e nel suo insieme crea un’atmosfera piuttosto cupa, come quella che domina gran parte dell’album. Con il sinistro strumentale “Circle of Manias”, dove regnano passaggi di chitarra distorti e una linea di basso ghignante, si torna a sfere più brutali e metal. La suite concettuale si chiude con la brillante ballata “I Drive the Hearse”, che per la quantità di emozioni messe dal signor Wilson si può paragonare perfino a classici da ballata dei Porcupine Tree come “Lazarus” e “Sentimental”. Una prova vocale emotivamente ricchissima, sostenuta da una melodia acustica sognante e da tenere tende di mellotron sullo sfondo. Una chiusura più che adatta per la prima parte del disco, che termina su una nota ambient ottimista quanto più non si può.
Sul secondo disco ci sono altri quattro brani, estranei al nucleo concettuale, che comunque offrono parecchi momenti interessanti. Il primo è la ballata sentimentale “Flicker”, che entusiasma in particolare con le sue ottime armonie vocali, cariche di un’abbondante dose di melos ipnotico. “Bonnie the Cat”, nonostante il titolo insolitamente comico, è tutto fuorché un brano comico, perché ci regna un’atmosfera estremamente sinistra. Qui Steven ricorre di nuovo largamente al vocoder, e non mancano campioni elettronici di sintetizzatore e sequenze di chitarra distorte con cui ci si butta in acque prog metal piuttosto brutali. Nonostante la riuscita nel creare un’atmosfera sinistra, per l’ampia combinazione degli elementi sonori appena citati questo pezzo sarà quello che piace meno a più di un fan di lunga data. “Black Dahlia” è un’altra ballata solida e arrangiata in modo eccellente, in cui Wilson ha di nuovo l’occasione di rivelare la sua anima poetica e malinconica quanto basta. Nel capolavoro conclusivo “Remember Me Lover”, senza dubbio uno dei brani migliori del disco, si mettono ancora una volta in mostra con armonie bellissime, raffinatezza tecnica e una generosa infusione di emozioni, giustificando con lode lo status di gruppo prog rock contemporaneo più apprezzato del momento.
I Porcupine Tree con The Incident hanno “cucinato” un altro capolavoro del progressive rock moderno, che cresce nelle orecchie a ogni nuovo ascolto e premia l’ascoltatore sempre con nuove sorprese. Chi segue la band da tempo, o magari addirittura dai suoi primi passi, in realtà non dovrebbe restare troppo stupito, perché Steven Wilson conferma ogni volta di essere uno dei pochi musicisti britannici di oggi che capisce fino in fondo l’anima primordiale del rock progressivo, quella che pescava l’ispirazione in una creatività sonora senza confini, nell’imprevedibilità e in una quantità più che abbondante di emozioni, senza mai aver paura di sperimentare con elementi sonori più moderni, che così attirano verso la musica dei Porcupine Tree anche una comunità più ampia. L’album segue fedelmente a ogni passo le finezze riconoscibili e amate dei Porcupine Tree, flirtando di tanto in tanto con le loro radici sonore, ma allo stesso tempo propone di nuovo un approccio del tutto fresco per quanto riguarda la struttura stessa del disco. “The Incident”, nonostante un concept un po’ zoppicante, per non dire logoro, prosegue così la serie vincente di capolavori dei Porcupine Tree, di cui potranno parlare ancora molte generazioni future, se l’umanità sopravvivrà abbastanza a lungo.
Formazione
Steven Wilson – voce, chitarra, tastiere
Richard Barbieri – sintetizzatore, tastiere
Colin Edwin – basso, contrabbasso
Gavin Harrison – batteria, percussioni
John Wesley – chitarre aggiuntive
Produzione
Steven Wilson, Porcupine Tree
Tracklist
CD1:
1. Occam’s Razor
2. The Blind House
3. Great Expectations
4. Kneel And Disconnect
5. Drawing The Line
6. The Incident
7. Your Unpleasant Family
8. The Yellow Windows Of The Evening Train
9. Time Flies
10. Degree Zero Of Liberty
11. Octane Twisted
12. The Seance
13. Circle Of Manias
14. I Drive The Hearse
CD2:
1. Flicker
2. Bonnie The Cat
3. Black Dahlia
4. Remember Me Lover