Dream Theater : Falling Into Infinity

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Etichetta: Elektra Records
Data di uscita: 23.09.1997
Produzione: Kevin Shirley
Durata dell’album: 78.12 min
Genere: Progressive Metal


»Falling into Infinity« è stato il difficile quarto album che ha quasi fatto saltare una delle band più importanti e più entusiasmanti del rock anni Novanta. I campioni americani del progressive metal Dream Theater, infatti, durante la lavorazione si sono ritrovati tra l’incudine e il martello: la loro etichetta di allora, la Elektra Records, ha iniziato a premere sui membri della band perché orientassero le composizioni il più possibile in direzione commerciale, dopo che la loro popolarità era cresciuta inarrestabile da un disco all’altro, tanto da godere di grandi simpatie tra i metallari e di un affetto sincero da parte di tantissimi amanti del prog rock.

Durante la realizzazione del primo e unico album in studio dei Dream Theater con le tastiere suonate dall’ex Alice Cooper e Kiss Derek Sherinian (»A Change Of Seasons« del 1995 era un EP con una title track inedita e cover di altri artisti), che nel 1994 aveva preso il posto del membro originale Kevin Moore, è scoppiato uno scontro tra i due fondatori di questi titani del prog metal dall’invidiabile pedigree accademico. Il virtuoso della chitarra John Petrucci non aveva problemi ad accontentare le richieste dell’etichetta ed era pronto a scendere a compromessi sul suono, cioè a scrivere pezzi più compatti, con meno jam improvvisati selvaggi e con una struttura chiara, “con capo e coda”, mentre il fanatico della batteria Mike Portnoy non ne voleva proprio sapere, perché voleva proseguire sulla strada compositiva e sonora seguita fino a quel momento.

Alla fine, quando ormai lo scioglimento della band sembrava dietro l’angolo, Petrucci e Portnoy hanno in qualche modo fatto pace e sono riusciti a trovare una via di mezzo, così »Falling into Infinity«, il loro unico album in studio sotto la bacchetta di produttore di Kevin Shirley (noto soprattutto per il lavoro con Iron Maiden e Journey), è diventato uno dei dischi più strani di tutta la discografia dei Dream Theater, che ancora oggi divide un sacco di fan. Portnoy e Petrucci avevano pensato in origine di chiamarlo »Stream of Consciousness«, ma agli altri tre, cioè Sherinian, il cantante James LaBrie e il bassista John Myung, un titolo del genere sembrava troppo pomposo.

A dirla tutta, »Falling into Infinity« merita molto più rispetto di quello che riceve, soprattutto dalla “comunità” metal: è uno dei dischi più vari di tutta la saga dei Dream Theater, quello in cui la band ha firmato alcuni dei suoi pezzi più maturi per arrangiamenti e testi, e in cui c’erano comunque abbastanza follie improvvisate da far leccare i baffi a tutti gli amanti dei grandi maestri del virtuosismo. I Dream Theater avevano già dimostrato più volte nei dischi precedenti di saperci fare anche con brani più compatti, senza grandi deviazioni sperimentali e con testi ricchi di contenuti, ma su »Falling into Infinity«, un album quasi completamente diverso dal predecessore »Awake« (1994), la cosa si fa ancora più evidente.

I pezzi più melodici, vari e (diciamo così) radiofonici, con le tipiche melodie alla Dream Theater, stavolta li ha scritti Petrucci, mentre Portnoy ha firmato qualche brano più “tradizionalmente” tosto e sperimentale, con una forte impronta improvvisativa. LaBrie ha messo sul piatto una ballad d’amore, mentre Myung si è fatto onore con l’ottima epica conclusiva di tredici minuti »Trial Of Tears«. Dopo l’addio di Kevin Moore, la scrittura dei testi è finita sulle spalle degli altri membri della band. Su »Falling into Infinity« si è fatto notare soprattutto Portnoy come autore dei testi: in »New Millennium«, »Just Let Me Breathe« e »Burning My Soul« se la prende direttamente con l’industria musicale e con l’etichetta Elektra Records.

»Falling into Infinity« si apre con »New Millennium«, dove Sherinian nell’intro si diverte con le trame elettroniche dei sintetizzatori, mentre col passare dei minuti arrivano temperamentali scambi tra passaggi di chitarra e di tastiera, poggiati su sfumature ritmiche massicce. L’atmosfera cupa e il testo cinico sono sostenuti dalla voce camaleontica di LaBrie, mentre le variazioni taglienti della chitarra e l’uso di curiosi effetti digitali sulle tastiere danno a questo pezzo burrascoso una buona dose di fascino hard rock. Nel finale strumentale si concedono anche alcune variazioni fusion piene di spirito, che ravvivano per bene l’atmosfera drammatica.

»You Not Me«, che Petrucci ha scritto in collaborazione con il musicista, compositore e produttore Desmond Child, noto per aver scritto hit per tantissimi nomi della musica mondiale, è la creatura più smaccatamente commerciale di »Falling into Infinity«. Nonostante gli elementi sonori insoliti per i Dream Theater, con spruzzate di hard rock e persino di rock alternativo, e un ritornello melodico e drammatico che non manca, questo brano strano ma divertente non è diventato la hit che l’etichetta di allora sognava. Portnoy non era per niente entusiasta della collaborazione compositiva con Child, perché secondo lui la Elektra Records l’aveva imposto alla band con un unico scopo: la voglia di un grande successo radiofonico.

Con »Peruvian Skies«, che ha un testo di critica sociale sullo sfruttamento minorile, ovvero sulla pedofilia, Petrucci è riuscito a creare il primo classico dei Dream Theater di questo album. All’inizio lento segue il passaggio a una sezione malinconica con tante interessanti variazioni di chitarra, mentre stavolta in primo piano c’è soprattutto il canto di LaBrie, con una straordinaria impronta emotiva. Più o meno a metà brano si passa a una sezione bella tesa, con passaggi di chitarra rabbiosi e massicci giri di batteria, e subito dopo arriva una breve jam strumentale con improvvisazioni da matti. Questo stato di altissimo livello tecnico va avanti fino a un finale incisivo e allo stesso tempo melodico.

»Hollow Years« è una ballad di Petrucci semplice ma piacevolissima, con dolci accordi di chitarra acustica, dove LaBrie torna a brillare con una prestazione vocale magnifica, mentre Sherinian si occupa di splendidi arrangiamenti sinfonici. È uno dei rari brani dei Dream Theater semplici ma allo stesso tempo ad alto tasso emotivo e di cuore, che smentiscono le affermazioni di certi critici secondo cui questa sarebbe una band che, nonostante la tecnica sbalorditiva, le impressionanti capacità compositive e la possibilità di suonare praticamente tutto quello che le passa per la testa, soffre di mancanza di anima.

»Burning My Soul«, dal tempo veloce, è un pezzo molto più cupo e metal, con linee di basso nervose, passaggi di chitarra senza compromessi e stampede di batteria infuocate. Stavolta LaBrie sceglie un approccio vocale un po’ più epico e incazzato, che raggiunge il culmine in un ritornello pomposo. Lo strumentale »Hell’s Kitchen« è pieno zeppo di variazioni di chitarra ingegnose e sottili arrangiamenti sinfonici, mentre l’intensità ritmica resta sempre a livelli eccellenti. Petrucci stavolta si prende un sacco di spazio per le sue acrobazie chitarristiche da mozzare il fiato.

»Lines In The Sand«, uno dei momenti migliori di »Falling into Infinity«, è un’epica di dodici minuti che si apre con un assolo di sintetizzatore di Sherinian e con l’improvvisazione temperamentale di Petrucci, a cui segue il passaggio a una sezione burrascosa e tagliente nel mezzo della quale la band fa salire la tensione drammatica. Stavolta a LaBrie, nei cori di alcuni versi, si affianca il cantante ospite Doug Pinnick (King’s X), che con i suoi sfoghi vocali porta anche un pizzico di soul. In uno dei versi viene citato anche il titolo scartato, quello proposto all’inizio per questo album, cioè ‘Stream of Consciousness’. I Dream Theater non sarebbero i Dream Theater se tra le sezioni strumentali non si concedessero improvvisazioni intense ed elettrizzate, in cui ogni membro ha abbastanza spazio per mettere in mostra il proprio virtuosismo.

»Take Away My Pain« è una power ballad di qualità con una bella atmosfera, grazie ai sottili arrangiamenti di tastiera e chitarra, alle sfumature ritmiche dinamiche e al canto di LaBrie, in cui mette praticamente tutto il suo potenziale emotivo. Lavori così avranno forse respinto i metallari tradizionalisti, ma in compenso hanno fatto guadagnare alla band il rispetto di tanti buongustai musicali senza paraocchi di genere, che prima non avevano ancora le idee chiare sui Dream Theater come band con cuore e anima.

»Just Let Me Breathe«, composizione di Portnoy, è di nuovo una creatura un po’ più “tradizionale” dei Dream Theater, con momenti più marcatamente metal e sperimentali, dove non mancano passaggi brutali e giri di batteria selvaggi, mentre i capricci improvvisativi di Sherinian in mezzo al pezzo regalano a questo brano tagliente una bella dose di lucida follia. Nel finale la band si lancia in una jam strumentale selvaggia, mentre LaBrie con la sua prestazione vocale energica aiuta a tenere altissima l’intensità. »Anna Lee« è la ballad d’amore di LaBrie, poggiata su raffinati arrangiamenti di pianoforte e passaggi di chitarra commoventi, mentre il cantante di punta restituisce di nuovo in modo drammatico una gran varietà di emozioni. Nella parte finale Petrucci si fa notare con un assolo di chitarra malinconico, che approfondisce ancora di più l’atmosfera intensa.

Con l’epica di tredici minuti »Trial of Tears«, divisa in una suite in tre parti, Myung ha creato il candidato numero uno al titolo di miglior composizione di »Falling into Infinity«. Qui i Dream Theater costruiscono con grande successo un ponte tra il progressive metal e il progressive rock. All’intro ambientale, quasi ipnotico, pieno di suoni dissonanti, segue il passaggio a una sezione ritmicamente lenta, dove la voce di LaBrie costruisce a poco a poco un’atmosfera tesa. Un ottimo ritornello con uno splendido arrangiamento sinfonico porta al climax ambientale di questa epica splendida e classico dei Dream Theater a tutto sangue. Poi arrivano tanti momenti strumentali complessi, dove Petrucci in piena sezione fusion si concede un distacco solista totale, mentre i suoi compagni non sono da meno nella brillante dimostrazione delle loro altissime capacità tecniche. La chiusura dell’epica è orientata alla ballad, con una melodia malinconica di chitarra e pianoforte e un LaBrie più emotivo che mai, mentre Sherinian e Portnoy, ognuno a modo suo, per il gran finale condiscono ancora una volta il tutto a dovere in chiave strumentale.

»Falling into Infinity« è con ogni probabilità il disco più sottovalutato dell’attuale discografia dei Dream Theater, che in realtà rientra tra l’élite dei loro lavori, anche se richiede un po’ più di tempo e di apertura mentale rispetto al genere. La sua sfortuna è stata soprattutto che alla sua uscita la svolta stilistica era troppo shockante per la base tradizionale di fan, e che è uscito in mezzo a due capolavori, »Awake« e »Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory« (1999). Alla sua uscita »Falling into Infinity« è sì andato male commercialmente su tutta la linea, e Portnoy ancora oggi se la prende con la Elektra Records, con Kevin Shirley e con Desmond Child, perché secondo lui senza la loro ingerenza l’album sarebbe venuto fuori completamente diverso, ma non può certo negare che si tratti di un prodotto del tutto particolare dell’intera discografia, che ha portato alla band tanti nuovi simpatizzanti al di fuori della base tradizionale di fan.

di: Peter Podbrežnik
voto: 9.0 / 10


Dream Theater – Hollow Years (video ufficiale)

Tracklist:
1. New Millennium (8:20)
2. You Not Me (4:58)
3. Peruvian Skies (6:43)
4. Hollow Years (5;53)
5. Burning My Soul (5:29)
6. Hell’s Kitchen (4:16)
7. Lines in the Sand (12:05)
8. Take Away My Pain (6:03)
9. Just Let Me Breathe (5:28)
10. Anna Lee (5:51)
11. Trial of Tears (13:07)
– a) It’s Raining
– b) Deep In Heaven
– c) The Wasteland

Formazione:
James LaBrie – voce
John Petrucci – chitarra, voce di accompagnamento
Derek Sherinian – tastiere, voce di accompagnamento
John Myung – basso, chapman stick
Mike Portnoy – batteria, voce di accompagnamento

MUSICISTA OSPITE:
Doug Pinnick – voce di accompagnamento su “Lines in the Sand”

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