Falling into Infinity

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Dream Theater
Etichetta: Elektra Entertainment Records
Uscita: 1997
Durata: 78:12
Voto: 4/5

»Falling into Infinity« è stato il difficile quarto album, quello che ha quasi fatto saltare una delle band rock più importanti ed entusiasmanti degli anni Novanta. I campioni americani del progressive metal Dream Theater si erano infatti ritrovati, durante la lavorazione, ‘tra l’incudine e il martello’: la loro etichetta di allora, Elektra Records, aveva iniziato a mettere pressione ai membri della band perché piegassero le composizioni in chiave più commerciale, dopo che la loro popolarità era cresciuta senza sosta di album in album, tanto da godere di grandi simpatie tra i metallari e del favore di tantissimi appassionati di progressive rock.

Durante la lavorazione del primo e unico album in studio dei Dream Theater con Derek Sherinian alle tastiere, ex Alice Cooper e Kiss (»A Change Of Seasons« del 1995 era un EP con una title track inedita e cover di altri artisti), subentrato nel 1994 al membro originale Kevin Moore, è scoppiato un dissidio tra i due fondatori dei titani del prog metal dall’invidiabile pedigree accademico. Il virtuoso della chitarra John Petrucci non aveva problemi ad assecondare le richieste dell’etichetta ed era pronto a compromessi sonori, cioè composizioni più compatte, meno jam improvvisative selvagge e con una chiara ‘testa e coda’, mentre il fanatico della batteria Mike Portnoy non ne voleva proprio sapere, perché voleva proseguire sulla strada compositiva e sonora seguita fino a quel momento.

Alla fine, quando lo scioglimento sembrava ormai dietro l’angolo, Petrucci e Portnoy si sono in qualche modo rappacificati e sono riusciti a trovare una via di mezzo, così »Falling into Infinity«, loro unico album in studio sotto la bacchetta di produttore di Kevin Shirley (noto soprattutto per le collaborazioni con Iron Maiden e Journey), è diventato uno degli album più strani dell’intera discografia dei Dream Theater, che ancora oggi divide tantissimi fan. Portnoy e Petrucci avevano originariamente pensato di intitolarlo »Stream of Consciousness«, ma agli altri tre, cioè Sherinian, il cantante James LaBrie e il bassista John Myung, un titolo così sembrava troppo pomposo.

»Falling into Infinity«, a dirla tutta, merita più rispetto di quello che gli viene riservato, soprattutto dalla ‘comunità’ metal, perché è uno degli album più vari di tutta la storia dei Dream Theater, quello in cui la band ha messo insieme alcune delle sue cose più mature a livello di arrangiamenti e testi, senza rinunciare a un bel po’ di scarti improvvisativi folli con cui leccarsi i baffi, per tutti gli amanti dei grandi maestri del virtuosismo. I Dream Theater avevano già dimostrato più volte nei dischi precedenti di saper scrivere anche pezzi più compatti, senza grosse digressioni sperimentali e con testi ricchi, ma su »Falling into Infinity«, album quasi del tutto diverso dal predecessore »Awake« (1994), la cosa è diventata ancora più evidente.

I brani più melodici, vari e (diciamo così) radio-friendly, con le tipiche melodie alla Dream Theater, stavolta li ha scritti Petrucci, mentre Portnoy ha firmato roba più ‘tradizionalmente’ d’impatto e dal taglio sperimentale, con un marcato timbro improvvisativo. LaBrie ha contribuito con una ballad d’amore, mentre Myung si è distinto con l’ottimo epico finale di tredici minuti »Trial Of Tears«. Dopo l’addio di Kevin Moore, la scrittura dei testi è finita sulle spalle degli altri membri della band. Come paroliere su »Falling into Infinity« si è fatto notare soprattutto Portnoy, che in »New Millennium«, »Just Let Me Breathe« e »Burning My Soul« ha criticato apertamente l’industria musicale e l’etichetta Elektra Records.

»Falling into Infinity« si apre con »New Millennium«, dove nell’intro Sherinian si diverte con texture elettroniche sui synth, poi arrivano scambi infuocati tra chitarre e tastiere, poggiati su massicce sfumature ritmiche. L’atmosfera cupa e il testo cinico sono rafforzati dalla voce camaleontica di LaBrie, mentre le variazioni chitarristiche incazzate e l’uso di interessanti effetti digitali sulle tastiere regalano a questo pezzo agitato una dose palpabile di fascino hard rock. Nel finale strumentale si concedono anche qualche spiritosa variazione fusion, che ravviva per bene l’atmosfera drammatica.

»You Not Me«, che Petrucci ha scritto insieme al musicista, compositore e produttore Desmond Child, noto per aver firmato hit per tantissimi nomi famosi della musica mondiale, è la creatura più orientata al commerciale di »Falling into Infinity«. Nonostante elementi sonori atipici per i Dream Theater, con sfumature di hard rock e persino di rock alternativo e un ritornello melodico-drammatico che non manca, questo pezzo strano ma divertente non è diventato l’hit che l’etichetta di allora sognava. Portnoy non era per niente entusiasta della collaborazione compositiva di Child, perché secondo lui era stata imposta alla band dalla Elektra Records con un unico scopo: la fame di un grosso successo radiofonico.

Con »Peruvian Skies«, che ha un testo di critica sociale sullo sfruttamento dei minori, ovvero la pedofilia, Petrucci è riuscito a creare il primo classico dei Dream Theater di questo album. All’inizio lento segue il passaggio a una sezione malinconica con tante interessanti variazioni di chitarra, mentre stavolta in primo piano c’è soprattutto il canto di LaBrie, con un’impronta emotiva eccezionale. Più o meno a metà brano arriva il passaggio a una sezione d’impatto, con passaggi di chitarra rabbiosi e massicci stacchi di batteria, e poi segue una breve jam strumentale con improvvisazioni folli. Questo stato tecnicamente altissimo dura fino al finale incisivo e al tempo stesso melodico.

»Hollow Years« è una ballad semplice ma piacevolissima di Petrucci, con dolci accordi di chitarra acustica, dove LaBrie torna a brillare con una prestazione vocale eccellente, mentre Sherinian pensa a splendidi arrangiamenti sinfonici. È uno dei rari brani dei Dream Theater semplici ma allo stesso tempo molto emotivi e sentiti, che smentiscono chi, tra i critici, dice che questa è una band che, nonostante l’impressionante bagaglio tecnico, le straordinarie doti compositive e la capacità di suonare praticamente tutto quello che le passa per la testa, soffre di mancanza d’anima.

»Burning My Soul«, dal tempo accelerato, è un pezzo molto più cupo e metal, con linee di basso nervose, passaggi di chitarra senza compromessi e infuocate cavalcate di batteria. Stavolta LaBrie sceglie un approccio vocale un po’ più epico e incazzato, che raggiunge l’apice in un ritornello pomposo. Lo strumentale »Hell’s Kitchen« è pieno zeppo di ingegnose variazioni di chitarra e sottili arrangiamenti sinfonici, mentre l’intensità ritmica resta sempre a livelli eccellenti. Stavolta Petrucci si prende un sacco di spazio per le sue acrobazie chitarristiche da mozzare il fiato.

»Lines In The Sand«, uno dei pezzi migliori di »Falling into Infinity«, è un epico di dodici minuti che si apre con l’assolo di sintetizzatore di Sherinian e le improvvisazioni infuocate di Petrucci, a cui segue il passaggio a una sezione agitata e potente in cui la band alza la tensione drammatica. Stavolta LaBrie è affiancato in alcuni versi da un cantante ospite, Doug Pinnick (King’s X), che con i suoi sfoghi vocali porta anche un pizzico di soul. In uno dei versi viene citato persino il titolo mai usato, quello proposto all’inizio per l’album, cioè ‘Stream of Consciousness’. I Dream Theater non sarebbero i Dream Theater se tra le sezioni strumentali non si concedessero improvvisazioni intense ed elettrizzanti, dove ogni membro ha spazio a sufficienza per mostrare il proprio virtuosismo.

»Take Away My Pain« è una power ballad di qualità con una bella atmosfera, grazie a sottili arrangiamenti di tastiere e chitarre, sfumature ritmiche dinamiche e al canto di LaBrie, in cui mette praticamente tutto il suo potenziale emotivo. Pezzi così avranno forse allontanato i metallari tradizionalisti, ma in compenso hanno portato alla band il rispetto di tanti buongustai musicali senza paraocchi di genere, che prima non avevano le idee del tutto chiare sui Dream Theater come band con cuore e anima.

»Just Let Me Breathe«, farina del sacco di Portnoy, è di nuovo una creatura Dream Theater un po’ più ‘tradizionale’, con momenti più marcatamente metal e sperimentali, dove non mancano passaggi brutali e stacchi di batteria selvaggi, mentre i capricci improvvisativi di Sherinian nel mezzo regalano a questo brano d’impatto una bella dose di divertente lucidità. Nel finale la band si lancia in una jam strumentale scatenata, mentre LaBrie con una prestazione vocale energica aiuta a tenere altissima l’intensità. »Anna Lee« è la ballad d’amore di LaBrie, poggiata su raffinati arrangiamenti di pianoforte e passaggi di chitarra commoventi, mentre il cantante di punta, in modo drammatico, trasmette ancora una volta tante emozioni diverse. Nel finale Petrucci si distingue poi con un assolo di chitarra malinconico che approfondisce ancora di più l’atmosfera intensa.

Con l’epico di tredici minuti »Trial of Tears«, diviso in una suite in tre parti, Myung ha creato il principale candidato al titolo di miglior composizione di »Falling into Infinity«. Qui i Dream Theater costruiscono con grande successo un ponte tra progressive metal e progressive rock. All’intro d’atmosfera, quasi ipnotico, con tanti suoni dissonanti, segue il passaggio a una sezione ritmicamente lenta, dove la voce di LaBrie costruisce a poco a poco una tensione palpabile. Il ritornello eccellente, con un magnifico arrangiamento sinfonico, porta al climax d’atmosfera di questo splendido epico e classico dei Dream Theater a pieno sangue. Seguono tanti momenti strumentali complessi, dove Petrucci in mezzo alla sezione fusion si concede uno stacco solistico totale, mentre i suoi compagni non sono da meno nella dimostrazione magistrale del loro alto livello tecnico. La conclusione dell’epico è orientata alla ballad, con una melodia malinconica di chitarra e pianoforte e un LaBrie più emotivo che mai, mentre Sherinian e Portnoy, ognuno a modo suo, per il gran finale condiscono ancora una volta il tutto, strumentalmente, a dovere.

»Falling into Infinity« è probabilmente l’album più trascurato della discografia dei Dream Theater, uno che in realtà sta nell’élite dei loro traguardi, anche se richiede un po’ più di tempo e di apertura mentale ai generi. La sua sfortuna è stata soprattutto che all’uscita la svolta stilistica era troppo scioccante per la base tradizionale di fan e che è uscito tra due capolavori, »Awake« e »Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory« (1999). »Falling into Infinity« all’uscita è sì bruciato commercialmente su tutta la linea e Portnoy ancora oggi se la prende con la Elektra Records, Kevin Shirley e Desmond Child, perché secondo lui senza il loro zampino l’album sarebbe venuto completamente diverso, ma di sicuro non può negare che si tratti di un prodotto del tutto particolare dell’intera discografia, che ha portato alla band tanti nuovi simpatizzanti al di fuori della base tradizionale di fan.

Formazione

James LaBrie – voce
John Petrucci – chitarra, cori
Derek Sherinian – tastiere, cori
John Myung – basso, chapman stick
Mike Portnoy – batteria, cori

MUSICISTA OSPITE:
Doug Pinnick – cori su “Lines in the Sand”

Produzione

Kevin Shirley

Tracklist

1. New Millennium (8:20)
2. You Not Me (4:58)
3. Peruvian Skies (6:43)
4. Hollow Years (5;53)
5. Burning My Soul (5:29)
6. Hell’s Kitchen (4:16)
7. Lines in the Sand (12:05)
8. Take Away My Pain (6:03)
9. Just Let Me Breathe (5:28)
10. Anna Lee (5:51)
11. Trial of Tears (13:07)
– a) It’s Raining
– b) Deep In Heaven
– c) The Wasteland

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