Dream Theater : The Astonishing
Etichetta: Roadrunnner Records
Data di uscita: 29.01.2016
Produzione: John Petrucci
Durata dell’album: 130.23 min
Genere: Progressive Metal
Il doppio concept album »The Astonishing« è il progetto più ambizioso di sempre per i campioni americani del prog metal Dream Theater. Un’impresa così ardita non la tentavano dai tempi del capolavoro concettuale »Metropolis Pt. 2: Scenes From a Memory« (1999), che per buona parte dei fan resta tuttora il loro traguardo definitivo. Con »The Astonishing«, che supera le due ore di durata, i Dream Theater hanno provato ancora una volta qualcosa di nuovo e, per la prima volta in carriera, hanno usato veri arrangiamenti orchestrali, grazie all’aiuto di un’orchestra filarmonica di Praga. L’ideatore del concept distopico di »The Astonishing«, una società futura sotto controllo in cui la vera musica è vietata da un tirannico regime di polizia contro cui si ribella soltanto un pugno di insorti, è il chitarrista John Petrucci, che insieme al tastierista Jordan Rudess ha scritto tutta la musica che tiene insieme i singoli atti di questa storia piuttosto complessa. Per costruire il concept Petrucci si è ispirato a vari classici della fantascienza, ma è anche una resa dei conti, e un modo di prendere in giro la società moderna, dove l’automazione accelerata e digitale sostituisce sempre di più i normali rapporti tra le persone. Allo stesso tempo, Petrucci ha sbeffeggiato la moderna industria musicale, a cui della buona musica che non offenda nessuno importa un bel niente, mentre ad ogni passo ingozza la gente di ‘anti-musica’.
Purtroppo il concept di Petrucci, nonostante il motivo lodevole che l’ha spinto a scriverlo, non è affatto un capolavoro: è una storia piuttosto ingenua (‘tirata per i capelli’) con colpi di scena del tutto improbabili e il tipico lieto fine ‘hollywoodiano’. Più che a un classico della fantascienza alla ‘1984’, ‘Matrix’ o ‘Guerre stellari’, fa pensare a una favola animata per bambini, tipo quel vecchio cartone jugoslavo-americano ‘Čudežni gozd’, dove il cattivo e brutto imperatore Cactus, grazie a una pozione magica, alla fine si trasforma in un sovrano gentile e giusto, e tutti vissero felici e contenti. Il riassunto breve della storia suona più o meno così: in un lontano futuro, nella parte nordorientale dei vecchi USA ha preso il potere un distopico Grande Impero Nordamericano, dove ogni musica è vietata, mentre sopra le teste degli abitanti volano dispositivi meccanici di sorveglianza chiamati NOMACS (Noise Machines). Il loro suono elettronico è l’unica fonte di svago dei sudditi ridotti in schiavitù dal brutale impero nordamericano. A governarlo con mano tirannica è lord Nafaryus, il cui massimo orgoglio è la sua bellissima figlia, la principessa Faythe. Quest’ultima si innamora di Gabriel, icona del movimento ribelle, che possiede il raro dono di creare e suonare musica, con cui ispira la popolazione asservita.
Nafaryus, che in realtà ha un cuore molto più tenero di quanto lascerebbe pensare il suo brutale regime feudal-poliziesco, dopo aver assistito a sorpresa a un concerto dell’icona ribelle e una volta passata la commozione iniziale, capisce presto che Gabriel potrebbe minacciare il suo dominio e cerca di sbarazzarsene in ogni modo. Nella congiura finisce coinvolto anche il suo figlio piuttosto antipatico e arrivista, il principe Daryus, che desidera disperatamente l’affetto del padre. Durante la caccia al capo dei ribelli, Daryus uccide il fratello di Gabriel, Arhys, e, credendo che il suo nemico numero uno si stia avvicinando, ferisce gravemente per errore la sorella Faythe. Alla fine Gabriel, furioso, gli toglie l’udito con un grido assordante e, su richiesta dei genitori disperati, usa il suo potere per guarire la moribonda Faythe. Lei guarisce completamente e, da lì in poi, vive felice con Gabriel e insieme crescono il figlio di Arhys, mentre l’imperatore Nafaryus, commosso, cambia del tutto personalità e diventa un sovrano saggio e giusto. Da quel momento la musica è di nuovo permessa, i dispositivi NOMACS vengono rimossi per sempre dall’impero e può cominciare la festa. Per fortuna Petrucci è un musicista e compositore molto migliore di quanto non sia scrittore: altrimenti il risultato finale sarebbe stato probabilmente da compatire, mentre così bisogna riconoscere che la sua musica e quella di Rudess riescono, per lo più in modo convincente, a legare insieme i singoli atti di questo concept per niente innovativo né profondo. Tra parentesi, il primo musicista ad avere l’idea di un concept album su un mondo distopico dove la musica è severamente proibita non è stato altri che il leggendario Frank Zappa con il capolavoro »Joe’s Garage« (1979).
Al cantante James LaBrie è toccato un lavoro particolarmente impegnativo: ha dovuto adattare la voce ai diversi personaggi del concept, dopo che i membri della band hanno deciso di non chiamare vari ‘assistenti’ vocali che si calassero in ruoli specifici. Si può dire che LaBrie, che canta in forma eccezionale per tutto l’album, ha portato a termine alla grande un compito difficile. Non è passato inosservato nemmeno il fatto che »The Astonishing« sia uscito meno di un anno dopo l’ambizioso doppio album di un’altra celebre band metal. Al confronto con »The Astonishing«, però, l’ultima fatica degli Iron Maiden, »The Book of Souls« (2015), sembra roba da ‘asilo’ e, messa uno accanto all’altro, ci fa la figura di una ‘santa semplicità’ per complessità e rifinitura degli arrangiamenti e del ritmo, per cui qualsiasi paragone troppo spinto tra i due album cade, tranne il fatto che entrambe le band, nei loro piani ambiziosissimi, si sono un po’ bruciate.
»The Astonishing« è suonato nel riconoscibile stile Dream Theater, ad alta complessità ma perlopiù melodico, che per lo più ha ‘capo e coda’ e che la band coltiva da quando alla batteria è arrivato Mike Mangini. La maggior parte dei pezzi sta a metà strada tra prog metal e prog rock, e non mancano le ballate malinconiche (anzi, ce ne sono pure troppe), né i momenti più duri con riff metal aggressivi. La sezione ritmica, formata dall’eccezionale coppia John Myung e Mangini al basso e alla batteria, stavolta rimane per gran parte dei brani un filo più in secondo piano del solito, e questo deluderà qualcuno, ma d’altra parte i due virtuosi hanno comunque svolto il loro compito in modo del tutto impeccabile.
In primo piano, per la maggior parte del tempo, ci sono le follie chitarristiche di Petrucci, che più o meno riesce a tenere a freno, così che il tutto non degeneri in un caos solistico totale come è successo spesso in certi album del passato, e i complessi arrangiamenti sinfonici guidati dalle orge di tastiere di Rudess, che a tratti risultano un po’ troppo gonfiate in modo egocentrico anche per fan ormai abituati ‘a tutto’. Questa pratica di Rudess non è una gran sorpresa, anzi era praticamente attesa, ma resta comunque una leggera delusione, dopo che nei due precedenti lavori dei Dream Theater aveva cominciato a mostrare segnali incoraggianti di spirito di squadra, sottigliezza ed equilibrio.
Stavolta gli arrangiamenti orchestrali pomposi, in coppia con le acrobazie di chitarra e tastiere, sono la forza motrice della maggior parte dei brani, a partire dal melodramma strumentale d’apertura »Dystopian Oveture«, che ricorda la colonna sonora di una produzione hollywoodiana. Senza le variazioni iperattive di Petrucci e Rudess, questo pezzo potrebbe fare da sfondo sonoro a un qualche kolossal. Nella melodico-roboante »The Gift of Music« LaBrie si distingue alla grande, unendo il suo potente approccio vocale a belle parti melodiche di chitarra e tastiere, mentre sullo sfondo gli fanno compagnia armonie vocali corali. Ovviamente i Dream Theater non sarebbero i Dream Theater se nella parte finale non complicassero le cose con improvvisazioni complesse, che però per fortuna non demoliscono l’impalcatura di questa composizione davvero ottima. La positiva »The Answer« contiene un bellissimo arrangiamento di chitarra acustica e pianoforte, mentre la voce di LaBrie stavolta ha abbastanza spazio per sciogliersi in tutto il suo splendore.
»A Better Life«, dove per la prima volta viene presentata la brutale militanza del regime oppressore, è pieno di drammatici cambi di tempo e di melodramma vocale, con un motivo epico in primo piano. »Lord Nafaryus«, che immortala il piuttosto instabile Nafaryus, il quale sotto la maschera dell’inflessibilità e della rigidità nasconde un cuore tenero, ha un’atmosfera cupa e svolte ritmiche quasi caotiche, finché non prendono rapidamente il sopravvento le armonie melodiche. Dato che si scopre presto che Nafaryus non è nessun ‘babau’ da temere, ma solo prigioniero del suo dogmatismo e del suo orgoglio, il messaggio drammatico e l’atmosfera tenebrosa in qualche modo non riescono a esprimersi davvero. »A Saviour in the Square«, che rappresenta il momento in cui Gabriel tiene un concerto solista davanti ai ribelli, ha un’esuberante assolo di chitarra in apertura, e non si può fare a meno di pensare che Petrucci abbia riversato un po’ di sé nel personaggio di Gabriel. L’atmosfera si fa sensibilmente più cupa quando entra la voce di LaBrie, a rappresentare il momento in cui sulla scena compare Nafaryus con la sua famiglia e il suo seguito.
»When Your Time Has Come« contiene variazioni di sintetizzatore che ricordano l’età d’oro del neo-prog rock, poi il tutto lascia il posto ad armonie di pianoforte e organo, mentre la voce di LaBrie è ancora una volta la fonte principale dell’indirizzo melodico dominante. »Act of Faythe«, dove Gabriel incontra per la prima volta la principessa Faythe, è una ballata d’amore un po’ troppo sdolcinata per non lasciare un retrogusto di saccarina. »Three Days«, un improvviso momento di svolta totalmente ambient, è di nuovo una composizione un po’ più incisiva e cupa, con passaggi di chitarra affilati e il convincente camaleontismo vocale di LaBrie, che ‘interpreta’ con credibilità più ruoli diversi. In »Brother, Can You Hear Me?«, dopo una marcia militare iniziale, dominano potenti armonie sinfoniche e drammatici passaggi di pianoforte, dove LaBrie si regala la sua imitazione più vicina possibile di Freddie Mercury.
»A Life Left Behind«, che naviga di continuo a metà tra un energico catalizzatore prog metal e una ballata malinconica a impronta sinfonica, contiene numerose complesse variazioni di tastiera e un’altra grande prestazione vocale di LaBrie. »Ravenskill«, uno dei tanti momenti pomposi di »The Astonishing«, trabocca di arrangiamenti melodrammatici e di passaggi di chitarra incisivi, mentre ancora una volta dominano le armonie melodiche sulle ali dell’ottimo canto del campione canadese. »Chosen« è un’altra ballata a base di pianoforte, cantata in modo magistrale, e di ballate così su questo album non c’è certo penuria. Stavolta è meno sdolcinata grazie al lungo assolo di chitarra di Petrucci, mai invadente e sottile al punto giusto.
»A Tempting Offer« è la svolta successiva verso acque più cupe, con numerosi momenti orchestrali drammatici. Lo stesso vale per »The X Aspect«, che piacerà a parecchi fan di lunga data, anche se contiene un breve arrangiamento finale con le cornamuse, che deriva dalla musica popolare scozzese. L’epica »A New Beginning« è uno dei momenti migliori di »The Astonishing«, anche se a tratti ricorda quasi troppo l”heavy metal epico hollywoodiano’ dei ‘cavalieri’ del symphonic metal italiani Rhapsody of Fire. Il primo atto dell’odissea concettuale si chiude con »The Road to Revolution«, intriso di drammatici arrangiamenti sinfonici, mentre a tenere insieme il tutto c’è un canto epico ed eclettico per il quale LaBrie si merita tutti i complimenti.
Il secondo atto di questo vasto concept, cioè il secondo disco, si apre con lo strumentale orchestrale »2285 Entr’acte«, seguito dall’ottima »Moment of Betrayal«, che è addirittura uno dei migliori risultati che i Dream Theater abbiano prodotto negli ultimi anni, perché è complessa, incisiva e senza pretese quanto basta perché brillino a pieno regime tutti i migliori elementi sonori dei campioni del prog metal. »Heaven’s Cove«, condotta da sottili accordi di chitarra acustica accompagnati da armonie vocali corali, si distingue per l’atmosfera misteriosa. La prima parte del brano è puro symphonic prog rock, poi segue uno sviluppo prog metal. »Begin Again« è un’altra piacevole ballata a impronta acustica, e di ballate così su »The Astonishing« ce ne sono, anche se nessuna è brutta, quasi troppe. Il motivo finale stavolta suona un po’ troppo dozzinale, perché ricorda l’accompagnamento musicale del corteo solenne di Cenerentola attraverso Disneyland. »The Path That Divides« è una creazione un po’ più seria e cupa, con un nodo drammatico, un’altra epica prova vocale e grida di battaglia. In »The Walking Shadow« LeBrie si cala con convinzione nel ruolo dell’avido assassino, il principe Daryjus, che trasuda sete di sangue. »My Last Farewell« è un momento malinconico e dirompente, dove l’assassino del fratello di Gabriel si rende conto troppo tardi e si pente delle sue azioni dopo aver quasi ucciso la propria sorella.
»Losing Faythe« è un’altra power ballad d’amore, mentre »Whispers On The Wind« ne è solo il complemento. »Hymn Of a Thousand Voices« è per i Dream Theater un esperimento del tutto inusuale, con un arrangiamento di archi in stile folk rock e armonie vocali corali. »Our New World« è un altro brano positivo, più vicino al (neo)prog rock che al prog metal, e uno di quelli che probabilmente dividerà la base dei fan dei Dream Theater a causa del clima insolitamente allegro. L’album si chiude con la title track, cioè »Astonishing«, costruita come una specie di ‘rivelazione finale’, anche se in sostanza, nonostante qualche inserto sonoro interessante, è ancora una ballata d’amore con un forte sostegno orchestrale, di cui l’album pullula davvero.
»The Astonishing« è senza dubbio un altro album dei Dream Theater destinato a spaccare l’opinione dei fan: alcuni lo ‘metteranno alle stelle’ per il suono complesso, ricchissimo e nobilitato dall’orchestra, con alcuni momenti brillanti, mentre altri si scandalizzeranno per la sua pretenziosità, la sua lungaggine e il concept superficiale. L’odissea concettuale di Petrucci su una tirannia distopico-futuristica dove ogni musica è vietata non è di certo un boccone facile per l’ascoltatore, perché richiede una concentrazione eccezionale. La verità sulla qualità dell’album sta nel mezzo: col tempo, una volta che l’ascoltatore ci ha investito abbastanza tempo, »The Astonishing« in fondo ‘si insinua sotto la pelle’ e ripaga questa pazienza, ma allo stesso tempo non è affatto un capolavoro, per quanto voglia disperatamente diventarlo, o meglio Petrucci ha investito praticamente tutto perché la sua band creasse un altro dei suoi classici. Forse ci sarebbe anche riuscito, se »The Astonishing« fosse stato ridotto a un solo disco e se si fossero tolti certi ‘riempitivi’ sonori che stiracchiano troppo il tutto, ma così il risultato finale è ‘solo’ un album molto buono, che avrebbe potuto essere ancora migliore se i Dream Theater non si fossero ubriacati di ambizione eccessiva, che alla fine si è rivelata un’arma a doppio taglio.
autore: Peter Podbrežnik
voto: 8.5 / 10
Tracklist:
ACT I
1. Descent Of The Nomacs (1:11)
2. Dystopian Overture (4:51)
3. The Gift Of Music (4:00)
4. The Answer (1:53)
5. A Better Life (4:39)
6. Lord Nafaryus (3:28)
7. A Savior In The Square (4:14)
8. When Your Time Has Come (4:19)
9. Act Of Faythe (5:01)
10. Three Days (3:44)
11. The Hovering Sojourn (0:28)
12. Brother, Can You Hear Me? (5:11)
13. A Life Left Behind (5:49)
14. Ravenskill (6:01)
15. Chosen (4:32)
16. A Tempting Offer (4:20)
17. Digital Discord (0:48)
18. The X Aspect (4:13)
19. A New Beginning (7:41)
20. The Road To Revolution (3:35)
ACT II
21. 2285 Entr’acte (2:20)
22. Moment Of Betrayal (6:12)
23. Heaven’s Cove (4:20)
24. Begin Again (3:54)
25. The Path That Divides (5:10)
26. Machine Chatter (1:03)
27. The Walking Shadow (2:58)
28. My Last Farewell (3:44)
29. Losing Faythe (4:13)
30. Whispers On The Wind (1:37)
31. Hymn Of A Thousand Voices (3:39)
32. Our New World (4:25)
33. Power Down (1:25)
34. Astonishing (5:51)
Formazione:
James LaBrie – voce
John Petrucci – chitarra
John Myung – basso
Jordan Rudess – tastiere
Mike Mangini – batteria, percussioni
MUSICISTI OSPITI:
Eric Rigler – cornamuse scozzesi su “The X Aspect”
Orchestra Filarmonica di Praga