Elegant Stealth

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Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Wishbone Ash
Etichetta: Golden Core Records
Uscita: 2011
Durata: 65:39
Voto: 4.5/5

Per i Wishbone Ash sono scoccati quattro decenni di carriera. L’anno scorso la band ha messo insieme un bel mucchio di concerti per festeggiare questo traguardo tondo tondo. Per l’occasione hanno rovistato negli archivi impolverati di una discografia ricchissima e costruito una scaletta retrospettiva con i pezzi più riconoscibili dei loro album classici, con un occhio di riguardo al primo decennio di attività.

Il rodaggio intensivo su un bel pacchetto di date l’anno scorso è finito dritto nel sangue e nelle dita dei ragazzi, e il nuovo album “Elegant Stealth” lo dice senza giri di parole. È un disco che sprizza freschezza e qualità, con cui i Wishbone Ash “tornano” ai tempi dell’ottimo lavoro in studio “Bona Fide” del 2002, anzi, mi azzardo a dire che sia perfino il miglior album dei Wishbone Ash del nuovo millennio, pieno zeppo dei marchi di fabbrica che fanno l’unicità musicale di questa formazione. Sono passati quattro anni dal predecessore “The Power Of Eternity”. E ha fatto un gran bene.

Su “Elegent Stealth” Powell e compagnia fanno quello che hanno sempre fatto meglio. Stavolta il loro lavoro si accende in modo molto più convincente rispetto al disco precedente. Il primo fattore l’abbiamo già detto: la chimica tra i membri, che negli ultimi quattro anni si è ulteriormente intrecciata grazie a una valanga di concerti. Il secondo fattore, decisivo, è una produzione incomparabilmente migliore, che fa sembrare che la band abbia suonato in studio un intero concerto dal vivo. Soprattutto la sezione ritmica sul nuovo album si è aperta alla grande: molto più attiva, spiritosa e frizzante. L’intreccio delle chitarre suona caldo, organico; alla base del carattere del suono c’è sempre il timbro pulito della Gibson, con qualche generosa incursione dell’acustica.

I Wishbone Ash non si sono limitati a stendere di nuovo un tappeto di splendide armonie in terze: ci hanno aggiunto sopra altre linee melodiche di chitarra, ispessendo ancora lo spettro sonoro della melodia sopra i riff. Questi intrecci a due chitarre tra Powell e Manninen sembrano suonati al primo colpo e catturati così su disco. Vale anche per gli assoli. L’intesa tra Manninen e Powell è cresciuta e il passaggio di linee da una chitarra all’altra è semplicemente eccezionale. Un effetto pieno di idee, con melodie guida che poggiano su linee classiche e pulite, senza soluzioni che finiscano per frenare lo sviluppo melodico dei pezzi, come invece si poteva sentire qua e là nel disco precedente, che proprio per questo non convinceva fino in fondo. I due chitarristi hanno lavorato con grande attenzione e hanno riempito di ricami chitarristici ogni angolino disponibile. Colpisce soprattutto la precisione con cui tirano fuori il meglio dal succoso suono classico della Gibson.

Il pezzo d’apertura Rreason To Believe dice in pratica tutto sull’album. Parte con un tipico motivetto alla Wishbone Ash guidato da armonie in terze, sorprendentemente e in contrasto appoggiato su un ritmo che sfiora l’effetto “tribal”; un brano dall’impronta positiva, con versi sarcastici e un ritornello che ti si appiccica agli orecchi, sostenuto da armonie vocali. La band lo suonava già dal vivo nel 2010, e l’ha pubblicato come singolo girandoci pure un video.

I due pezzi “al veleno” del disco sono soprattutto Can’t Go It Alone e, più avanti, Heavy Weather. Il sentimento generale dell’album lo riassumono proprio queste due, con particolare intensità. Gli ornamenti armonici delle chitarre sono rinforzati perfino dal violino (in Can’t Go It Alone) dell’ospite Pat McManus, che rafforza l’effetto celtico-pastorale del brano. La “jam” è sempre stata un ingrediente fondamentale per una band rock classica come i Wishbone Ash (se non prima, a convincervi al 100% ci penserà al più tardi Big Issues, con la sua lunga coda strumentale). Stavolta i due chitarristi hanno lasciato la porta spalancata allo spazio per scatenarsi con le chitarre e tuffarsi in lunghi passaggi strumentali, in cui si scambiano motivi solisti senza alcuna pressione, grazie a un’ottima sintonia reciproca, oppure se ne vanno ognuno con la propria linea melodica sopra lo stesso motivo di base. Qui hanno lasciato via libera all’ispirazione, facendosi guidare da lei. Ed è questo il poker d’assi vincente del nuovo disco della band!

In Can’t Go It Alone c’è un momento che lascia di stucco nella parte strumentale centrale (a 3 min e 29 sec), e che ricorda ancora una volta l’importanza pionieristica della musica dei Wishbone Ash e il valore storico di un’eredità musicale a cui un tempo attinsero gli Iron Maiden. Quando, al secondo giro dello stesso motivo di armonie in terze appoggiato su un classico 4/4, la batteria parte al galoppo, questa parte del brano sembra gli Iron Maiden che suonano una versione unplugged di Run To The Hills (leggi: hanno dimenticato di accendere la distorsione).

Heavy Weather ha un impianto simile a Can’t Go It Alone, ma colpisce soprattutto per l’integrazione dei fiati nel crescendo finale del pezzo, che rafforzano l’atmosfera ma restano in posizione subordinata rispetto alla frase di chitarra. Heavy Weather ha una delle parti strumentali più impressionanti dell’intero disco, fatta di tanti cambi di umore, e la band, in uno sviluppo quasi progressivo del brano, fa salire gradualmente l’atmosfera del finale alla maniera dei vecchi, rodatissimi volponi da studio, senza perdere nemmeno per un attimo il filo rosso della compattezza rock.

I brani hanno una flessibilità straordinaria nell’espressione dei motivi guida. È chiaro il giuramento di fedeltà alle radici blues (lo strumentale Mud-Slick, cinto dall’Hammond di Airey, è l’espressione più diretta di questo sull’album), che però i Wishbone Ash sanno rivestire ancora una volta, furbissimi, di melodia classica, mentre un elemento speciale nel costruire gli stati d’animo è ovviamente l’interpretazione vocale tipica di Powell, con quella punta sognante ed esoterica.

Tra i brani di spicco c’è anche la ballata spirituale Searching For Sattelites, in cui brilla in modo particolare l’intesa unica della band nel dettagliare fragili collage armonici dei mattoncini base del suono, incoronati dall’interpretazione vocale sentitissima di Andy Powell. L’atmosfera raggiunge tutta la sua forza commovente proprio perché questo pezzo dolce è suonato con una sensualità curatissima. Versi che rivelano un messaggio di pace, di riconciliazione con l’ambiente e con tutti, un brano di accettazione e di perdono, un brano di artisti (sopravvissuti) che (ancora) capiscono che l’unica strada giusta è quella dell’amore. Ci sono anche voci femminili a costruire le armonie di accompagnamento, e così l’effetto da predica del brano risulta ancora più marcato.  Qua e là i ragazzi hanno rimesso nel suono anche qualche tastiera, che in realtà serve solo da riempitivo subordinato, ma comunque graditissimo. Lo sviluppo dinamico dei pezzi, poi, non esisterebbe senza il coinvolgimento totale dell’ottima coppia ritmica Skeat / Crabtree, che con questo album si prende tutto il peso, la riconoscibilità e la competenza che merita. La band come unità funziona quindi più che alla grande. Per questo l’album suona come se fosse stato suonato in una sorta di concerto in studio o, detta in modo più bizzarro: come facevano i Wishbone Ash negli anni Settanta. Con zero, o quasi, compromessi sulla propria autenticità.

12 brani e una traccia “nascosta”. È una versione remixata di Reason To Believe, appoggiata su un “beat disco old school” con “loop” di sintetizzatori d’antan. Se ci avesse aggiunto anche i vecchi arrangiamenti di violini alla “Barry White”, sarebbe venuta fuori una vera versione “night mix ’80” da rollare nelle discoteche dei primi anni Ottanta. Un esperimento riuscito, che però va considerato come un’enclave del tutto a parte nel territorio musicale del nuovo album dei Wioshbone Ash.

Dalla testa ai piedi, il disco non ha un momento debole. È un vero album dei Wishbone Ash dal primo all’ultimo secondo: pieno di ispirazione, fresco, con un timbro autentico e organico. Vario nei motivi, ma senza deviazioni che disturbino la riconoscibilità dei tipici marchi di fabbrica della musica dei Wishbone Ash. Se Powell nelle note di copertina di “The Power Of Eternity” aveva scritto che con quel disco i Wishbone Ash avevano chiuso il loro cerchio evolutivo, si era senza dubbio sbagliato: con “Elegant Stealth” Powell ha di fatto smentito sé stesso. “Elegant Stealth” è infatti il disco con cui i Wishbone Ash hanno davvero chiuso il loro cerchio evolutivo e, dopo l’età d’oro dei Settanta, sono riusciti a strizzare l’occhio nel modo più autentico e intenso alle origini dell’artismo della propria essenza, quello che li ha incoronati giganti del rock soprattutto con l’indimenticabile capolavoro “Argus” (1972).

Formazione

Andy Powell – voce, chitarra
Muddy Manninen – chitarra, cori
Bob Skeat – basso, cori
Joseph Crabtree – batteria

MUSICISTI OSPITI:
Don Airey – tastiere
Pat McManus – chitarra

Produzione

Wishbone Ash

Tracklist

1. Reason To Believe
2. Warm Tears
3. Man With No Name
4. Can’t Go It Alone
5. Give It Up
6. Searching For Satellites
7. Heavy Weather
8. Mud-slick
9. Big Issues
10. Migrant Worker
11. Invisible Thread

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