Emil and the Detectives: Sandcastles

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Autoproduzione
Data di uscita: 4. 9. 2020
Produzione: Simon Moraz
Durata dell’album: 41.25 min
Genere: Jazz-Rock Fusion/Blues
Voto: 9.5/10


Gli Emil And The Detectives sono una formazione della Stiria slovena, per la precisione di Maribor, che con il nuovo album è diventata completamente strumentale. Il sestetto tre anni fa ha pubblicato l’esordio «Agora» (recensione di RockLine) e con quel disco ha fatto capire che la scena musicale slovena si era arricchita di un’altra band tremendamente promettente, almeno se si guarda alla portata storica del rock sloveno, e pure del roll, che non spuntano proprio come funghi dopo la pioggia.

L’esordio «Agora» è stato un primo passo coraggioso, che annunciava il bel potenziale di questa formazione a sei, con un sacco di spunti da sviluppare nell’affinare il proprio carattere musicale, o se preferisci la propria essenza artistica. Le aspettative su dove sarebbe volata la band in futuro erano quindi concrete. E in effetti il nuovo album «Sandcastles» è un lavoro in cui il gruppo, rispetto a un debutto più cauto nel tracciare la rotta, che ancora tastava il terreno musicale in cui stava atterrando, si è lasciato andare a briglia sciolta, buttandosi a capofitto in un’esplorazione sanguigna e libera dei giorni classici del rock, quando andava fortissimo la nuova etichetta della fusione jazz-rock. Anche se «Sandcastles» è strumentale (con l’eccezione della conclusiva Hopeless), forse qualche paragone per orientarsi meglio su com’è la storia ci sta tutto, se citiamo:  Blood Sweat And Tears, e poi Chicago; nelle parti più sofisticate dell’album ti sfiora magari il carisma di certi Steely Dan, o addirittura dei Pat Metheny Group (soprattutto per certe improvvisazioni morbide e fluide al piano elettrico – ad esempio quella in apertura di Tuxedo Man). Una cosa però è fuori discussione. Sul nuovo album il mondo esplorativo della fantasia musicale del sestetto si è acceso e ha sprizzato scintille a più non posso, e con gli assoli stupisce ed esalta a ogni passo del disco. «Qualcuno» nella band ai suoi tempi si è ascoltato un sacco anche Chick Corea, Herbie Hancock e Lyle Mays, «qualcun altro» Allan Holdsworth e Frank Zappa, e «un terzo» John Coltrane,… Le battute non finiscono mai. In effetti la diversità di carattere dei musicisti del sestetto è anche la base di un album incredibilmente vario e sciolto, definito dalle «gite» di idee dei singoli membri, pur con un grande compattezza assicurata sul piano degli arrangiamenti e strutture ben concise, così che su questo disco non c’è traccia di frammentazione né di strambe escursioni sperimentali (per dirla papale papale: di «seghe mentali da intellettuali»). «Sandcastles» è davvero un album che ascolti con piacere. Soprattutto se sei un ascoltatore esigente, ma la vibrazione generale del disco è più ampia e quindi va d’accordo con qualsiasi gusto musicale. E questo è il suo grande punto di forza.

Anche se si tratta di un sestetto di musicisti strumentalmente rifinitissimi, vale la pena mettere in evidenza il nome di Dejan Pečenko, che serve una raffinatezza musicale a più strati da mozzare il fiato. Il filo rosso non gli manca mai e il tastierista in ogni istante di questo album è al posto giusto. Sia quando costruisce lo sfondo delle strutture su cui regnano da solisti la chitarra elettrica o il sassofono, sia quando prende lui l’iniziativa improvvisativa. Un vero mago. Lo fa capire già nell’iniziale Waterwalker, che come composizione, rispetto al resto dell’album, è davvero una vera jam jazzrock fusion e il brano con più colpi di scena nella successione degli eventi. Dejan Pečenko è un musicista del calibro dei maestri più in vista del mestiere in Slovenia, come tra gli altri Marko Črnčec, Dejan Berden o l’unico e inimitabile, Milko Lazar, ovviamente. Senza voler fare torto all’eccellenza dei singoli del sestetto, Pečenko tra loro è assolutamente la scoperta e il fattore, la forza motrice su cui la musica di questa band «cade e cresce».

Se l’iniziale “Waterwalker” è un momento di assoluta sfrenatezza, in cui la band esplode a tutta forza, il seguito con “Camouflage” è il suo opposto calibrato al millimetro, dove nei pastelli del paesaggio sonoro, dosati al punto giusto, brillano elementi di funk, R&B, blues e naturalmente, sopra a tutto, jazz. Qui la band fa capire che con il suo cuore, soprattutto in momenti come questo e simili nel prosieguo dell’album, quando serve una dose maggiore di morbidezza e finezza, sa prendersi una dose maggiore di arrangiamenti compatti e concisi. Nei momenti più marcatamente sofisticati viene fuori l’ottima chimica di lavoro che regna tra i membri, fatta di bravate di squadra superaffiatate, di birichinate virtuosistiche di alto livello, e che fa girare gli ingranaggi di questa audace meccanica di precisione dell’album. Un brano riuscitissimo in questo senso è ad esempio “Konvolut”, che in una durata relativamente breve raggiunge una grande essenzialità e coerenza nella convivenza delle strutture dei motivi e, così com’è, offre all’ascoltatore in un colpo solo l’essenza dell’informazione sul volto e sull’opera della band. Questo è jazz. Dalla testa ai piedi.

Un album con il peso giusto e, in sei punti, incredibilmente compatto e complementare (il settimo e ultimo se ne discosta stilisticamente). Di dinamica e di colpi di scena ne ha a palate, perciò è un gran piacere da ascoltare. La band si è goduta lo studio durante le registrazioni e si sente, perché il sestetto in questo pittoresco minestrone di fusion è sempre completamente immerso con la testa nella jam di squadra, in cui i singoli si aprono di continuo spazio a vicenda per prendere l’iniziativa, che così tocca una volta al piano, un’altra alla chitarra, una terza al sassofono eccetera…

Se in «Agora» in certi tratti si intravedeva ancora un pizzico di ingenuità, «Sandcastles» semplicemente non sa cosa sia. Volendo proprio cercare il pelo nell’uovo, sorprende un po’ solo la scelta dei «fade out» in chiusura di brani come l’iniziale Waterwalker e la conclusiva “Hopeless”, che da blues rock con la voce di Rastko Zager in effetti si discosta dal resto dell’album e la band l’ha messa di proposito in coda al disco. A dire il vero una squadra di strumentisti così il «fade out» non ce l’ha proprio bisogno. In realtà è l’unica nota, e nemmeno degna di menzione. Si sente che i pezzi sono nati da jam collettive in sala prove e che alla band non importa granché di come chiudere un pezzo. È davvero un’osservazione minore dentro questo saggio da recensore, tanto minore che ci perdi pure tempo.  

Rispetto all’esordio, con «Sandcastles» gli Emil And the Detectives hanno fatto un passo creativo entusiasmante in tutto e per tutto sulla strada della maturazione artistica verso l’alto, e un album che, detto semplice, lascia intuire che da questi solidi musicisti possiamo aspettarci in futuro un’abbondanza di imprese magnifiche dal mondo della musica. Soprattutto di eccellente fusione jazz rock strumentale.  L’album scoppia di energia, cuore e dedizione alla visione musicale, quindi, senza false modestie: un risultato musicale potente, vario, stimolante, audace e sontuoso, di cui la band può andare giustamente fiera.

Autore: Aleš Podbrežnik


Tracklist:
1. Waterwalker
2. Camouflage
3. Firewire
4. Jellyfish
5. Konvolut
6. Tuxedo Man
7. Hopeless

Formazione:
Rastko Zager – basso, voce nel brano n. 7
Dejan Pečenko – piano elettrico, organo Hammond
Zdravko Zimič – sassofono
Žarko Jankovič – chitarra
Igor Ambrožič – percussioni
Bruno Domiter – batteria

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