Endless Wire

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Artista: Who, The
Etichetta: Polydor Records
Uscita: 2006
Voto: 3/5

Ce l’abbiamo fatta, finalmente: dopo quasi 24 anni di tour “reunion” a ripetizione, litigi interni, speculazioni dei media, perdite d’udito e, non ultima, la scomparsa di alcuni dei membri fondatori, ecco The WHO. Oggi si presentano a testa alta davanti a noi Roger Daltrey, Pete Townshend e The WHO con la loro nuova fatica, ENDLESS WIRE. Occhio, però: potrebbe essere uno degli ultimi respiri di leggende come The WHO. Senza guardare ai fasti di un tempo e senza fingere di avere davanti i vecchi demolitori del muro del suono e degli impianti, il capo del gruppo Townshend sostiene che stavolta non ci servono i vecchi The WHO, ma semplicemente “qualcosa di diverso”. Allora facciamo conoscenza con i nuovi The WHO!

I nuovi (anziani) The Who dopo tutti questi anni suonano freschissimi e rilassati, e tutto lascia pensare che la lunga pausa abbia dato loro nuova linfa, mentre i soliti eventi, belli e brutti, hanno fatto il resto dando una nuova spinta. Insomma, il nuovo look alla band sta bene, anche se per i miei gusti a tratti suonano perfino troppo rilassati.

L’album è diviso in due parti. La seconda è in pratica la versione della mini rock opera “Wire & Glass” (alla quale gli Who sono sempre stati affezionati, basti ricordare la sempre gettonatissima rock opera “Tommy”), che The WHO hanno già pubblicato come singolo a sé quest’estate.

ENDLESS WIRE parte con il classico intro alla The WHO stile “Baba ‘O Riley”, intitolato “Fragments”. Roba altamente concettuale, ispirata alla web novella di Pete chiamata “The Boy Who Heard Music”. Sul significato di questo pezzo non mi dilungo, tanto lo conosce a malapena Pete stesso. Lo stesso vale per tutte le altre cose pretenziosamente concettuali dell’album: il senso lo lascio all’interpretazione di ogni singolo ascoltatore. I singoli frammenti dei brani sono fatti di batteria incisiva, sbrodolate elettroniche e un richiamo vocale di Daltrey e Townshend in stile periodo “Who Are You”, che dopo 28 anni suona ancora attuale.

Gli altri brani della prima parte dell’album vanno nella stessa direzione: “Mike Post Theme”, per dire, è un pezzo affascinante a metà tempo che trasuda maturità e quell’amore sano che di solito arriva con gli anni, quelli in cui si trovano i due anziani leader dei The WHO. “Black Widow’s Eyes”, insieme al singolo “I’ve Had Enough”, è un solido pezzo rock che indaga senza compromessi le questioni esistenziali dell’innamorarsi, della scelta del partner e delle persone che apprezziamo e amiamo di più, a prescindere dal loro status e dal portafoglio.

Quel “qualcosa di diverso” ce lo presentano all’inizio i The WHO acustici (una cosa a cui finora non ci avevano abituati) in “Two Thousand Years”, “God Speaks To Marty Robbins” e nel gioiellino fin troppo breve “You Stand By Me”. Gli arrangiamenti hanno uno sfondo dai toni spirituali e psichedelici con arrangiamenti di mandolino ben pensati. Townshend si conferma un paroliere eccezionale e, anche se il materiale non è il grande colpo del ritorno (e non è nemmeno lo scopo dell’album), cosa che la maggior parte di voi probabilmente si aspetta dai The WHO, i brani sull’album sono comunque solidi. Nel complesso sono un omaggio lodevole al passato e al presente, ma ancora una volta senza troppo clamore e casino. I The WHO si fanno notare in sordina, ricordandoci di essere tornati nel mondo della musica. “Man In A Purple Dress” ne è un bell’esempio, e contiene anche uno dei testi migliori che Townshend abbia scritto finora. Parla di come alcuni individui vengano condannati ed esaltati da noi altri comuni mortali.

Il ritornello del pezzo recita: “Men above men or prats in your high hats/How dare you be the one to assess/Me in this god forsaken mess/You a man in a purple dress”. Così Townshend canta la sua visione del “prete” pretenzioso, mentre il brano strizza l’occhio ai vecchi, cari The WHO. Secondo certi sondaggi non ufficiali, contro ogni aspettativa la band più amata di tutti i tempi dai britannici non sarebbero i The Beatles, ma proprio The WHO. Difficile dire cosa ci sia dietro, ma di sicuro dimostra che si tratta di veri giganti del rock.

Con questo si chiude la prima parte ufficiale di ENDLESS WIRE, a cui segue la seconda, la già citata mini rock opera “Wire And Glass”. Fin qui sappiamo tutti cosa aspettarci e come funziona. La seconda parte invece è tutt’altra storia, e secondo me quando Townshend parlava di qualcosa di completamente diverso aveva in mente proprio questa mini opera. Come ho già detto, l’ispirazione principale viene dalla novella online di Townshend “The Boy Who Heard Music”. A parte due eccezioni come la broadwayana “In the Ether” e “Like Fragments”, la seconda parte ha in generale un peso molto maggiore e dà all’album quel tocco giusto e quel marchio di eccezionalità. Pezzi come “Sound Round”, “Pick Up The Peace”, “We Got A Hit” e “Mirror Door” potrebbero tranquillamente essere definiti i migliori che i The WHO abbiano mai pubblicato. Altrettanto ispirata resta la carica di emozione di “We Made Our Dreams Come True”. Stavolta il materiale è suonato in stile “abbiamo passato i sessanta, quindi non rompeteci e lasciateci respirare”. I brani sono in generale ben accordati, ben suonati e proiettati verso il futuro. Una menzione speciale va alla nuova formazione d’accompagnamento, scelta apposta per suonare e dare fuoco alle polveri. L’unico problema è che Pete, da paroliere e produttore, ha deciso di pubblicare questi pezzi sotto forma di mini opera accorciata. Vuol dire che nel migliore dei casi a ogni brano toccano due minuti scarsi, sulla scia del maxi-singolo uscito da poco “Wire And Glass”. La versione estesa che ci offrono stavolta resta invariata. L’unica eccezione è “Unholy Trinity”, con il gironzolare di Pete, che nel migliore dei casi si può descrivere come un collante musicale, o un’aggiunta, ai brani “Trilbys Piano” e alla sperimentale “Fragments Of Fragments”, che è esattamente questo (nota: il frammento di un frammento) oppure semplicemente spazio sprecato sull’album.

Quello che personalmente trovo più frustrante di ENDLESS WIRE è che si sente di continuo una grandezza in arrivo che però, in realtà, non spunta mai. La prima parte dell’album ci fa intravedere e ci promette qualcosa in quella direzione, quindi era logico aspettarsi che la seconda la completasse. Invece ci lascia a metà strada, smarriti e soli, con soltanto tre brani su dieci in versione completa. Altri due su dieci sono inclusi come materiale extra nella versione completa, e non possiamo che chiederci perché dopo 23 anni di pausa non ci abbiano lasciato sentire tutti e dieci in quel formato. Magari è solo una mossa di marketing, l’esca sull’amo, e il resto deve ancora arrivare, ma di sicuro bisognerà pagare e comprare un altro album. Chissà?!

Se mettiamo a confronto i deboli brani acustici serviti nella prima parte con il riempitivo musicale della seconda, anche l’ascoltatore più distratto capisce presto che si tratta in sostanza di un miscuglio di vecchi e nuovi The WHO. Con un surplus di Townshend senza freni, che in passato era di certo frenato dal duo Daltrey-Entwistle. Stavolta trasforma The WHO nel suo veicolo personale, con cui può finalmente realizzare e svelare le sue idee concettuali. Il problema è solo che senza la spiegazione personale dell’autore sarebbero incomprensibili. E per quanto ambiziose e interessanti, alcune sarebbe meglio lasciarle scritte su carta invece di darle vita con la musica. Invece della ricetta vincente di Bach, “less is more”, stavolta i The WHO hanno preso la strada sbagliata e hanno voluto offrirci troppo, e con un approccio così l’ascoltatore medio e i ragazzi che oggi incontrano i The WHO per la prima volta rischiano di restare soffocati. Le rock opere si beccano di conseguenza l’etichetta di avvertimento e il semaforo rosso.

In fondo ci si può chiedere: questi sono i The WHO che conosciamo? La risposta è: certo che sì. Anche se in sostanza si tratta di un mix, o meglio di un duo, Pete-Roger. Dobbiamo ricordarci che i signori “anziani” hanno un’età invidiabile e che con ogni probabilità questo è uno dei loro ultimi colpi, quindi accontentiamoci di quello che ci offrono senza fare troppo i pignoli. I brani in sé sono maturi, tristi e carichi di speranza allo stesso tempo, a tratti proprio malinconici. L’album ha i suoi alti e bassi e avrebbero potuto darci di più, ma l’iniziativa principale nella creazione del disco l’ha presa Townshend, e il risultato è all’altezza. In parole povere, fatto su misura per lui. Se voglio essere un po’ cattivo, lo si può paragonare tranquillamente al lavoro di Roger Waters. Se ci concentriamo su ciò che sull’album funziona, possiamo concludere che è un lavoro buono e solido.

Il punto fondamentale di ENDLESS WIRE, però, è che dopo 23 anni è davvero bello risentire quella voce urlante unita ad accordi di chitarra incisivi e a una batteria devastante, e questi sono i The WHO. “Long live ROCK”, disse una volta qualcuno… che sia morto o vivo.

Formazione

Roger Daltrey – voce
Pete Townshend – tutto il resto
John “Rabbit” Bundrick – organo Hammond
Simon Townshend – cori
Pino Palladino – basso
Zak Starkey – batteria

Tracklist

1. Fragments
2. Man in a Purple Dress
3. Mike Post Theme
4. In the Ether
5. Black Widow’s Eyes
6. Two Thousand Years
7. God Speaks of Marty Robbins
8. It’s Not Enough
9. You Stand by Me
10. Sound Round
11. Pick Up the Peace
12. Unholy Trinity
13. Trilby’s Piano
14. Endless Wire
15. Fragments of Fragments
16. We Got a Hit
17. They Made My Dream Come True
18. Mirror Door
19. Tea & Theatre

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