Festa hardcore all’Orto (2014)

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Autore: Primož Novak
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Lubiana / Orto bar / Slovenia
Data del concerto: 08.03.2014
Numero di spettatori: 50
Prezzo del biglietto: 8,00€

Ultimamente in Slovenia sono passati parecchi nomi di peso della scena hardcore. Gli organizzatori di Dirty Skunks, insieme alla crew HCKP di Capodistria, portano però anche nomi meno noti, band con del potenziale e la prova che anche oggi nascono ancora gruppi hardcore. Così, in un piacevole sabato, e per la precisione proprio nel giorno della Festa della donna, all’Orto è andato in scena un evento hardcore che in teoria avrebbe dovuto richiamare sia i fan del metalcore sia quelli dell’hardcore. Purtroppo però l’affluenza non è stata delle migliori, nonostante il numero di conferme sull’evento Facebook lasciasse ben sperare.

A rompere il ghiaccio sono stati i giovani speranzosi sloveni Burn fuse, che hanno servito al pubblico un metalcore bello potente, con qualche passaggio più morbido ogni tanto e le voci pulite del chitarrista. Con il secondo pezzo hanno già fatto capire a modo loro di voler essere la versione slovena dei Parkway Drive: hanno infatti suonato una cover proprio della celebre band metalcore, Karma. Il fatto che sia finita già in seconda posizione dà inizialmente l’impressione che di cover ne arriveranno altre, ma per fortuna la band ha puntato di più sui pezzi propri, che finiranno sul disco d’esordio. Ed è lì che si è visto senza dubbio il potenziale maggiore. Si vede che hanno chilometri sulle spalle: oltre al cantante, che spiccava, si è fatto notare il batterista con i suoi passaggi fantasiosi. Certo, nel metalcore non si può far altro che riscaldare la minestra, ma i Burn fuse mostrano parecchia fantasia, perfino i breakdown hanno una loro forza, sono ben incastrati nei pezzi e hanno l’elemento sorpresa. I Burn fuse promettono bene, le cover però che le lascino per la fine.

Con i secondi, i Felony, il quadro è stato ben diverso. La band ha servito un hardcore più crudo, senza abbellimenti, di quelli che oggi si esprimono in melodie varie. Ma più il gruppo si sforzava di suonare hardcore vero, più risultava noioso. Un sacco di riff triaccordo triti e ritriti, con noiosi breakdown džin džin in stile Nasty, che non è proprio un bell’esempio. Come se non bastasse la noia, la band era anche piuttosto “sgangherata”. Il suono delle chitarre era pessimo e l’affiatamento tra i membri non molto meglio. Si vede che con Felony non hanno provato abbastanza con i propri strumenti, e anche scrivere i pezzi non è esattamente il loro forte.

Dei croati Free Ride si può dire senza dubbio che non siano proprio nelle corde dei puristi dell’hardcore. Ma questo non significa che il gruppo non proponga roba da ascoltare. L’unica cosa che dava fastidio è che il cantante ha fatto tutta l’esibizione sotto il palco: così è riuscito sì a spingere una parte del pubblico a scatenarsi, ma più avanti avrebbe tranquillamente potuto risalire sul palco. I Free Ride a tratti sono sembrati scontati, ma i pezzi dell’album Venture hanno reso bene grazie all’affiatamento e al buon suono. Erano pieni di sorprese, solo sulle tastiere ogni tanto si aveva la sensazione di inserti superflui, ma alla fine il sestetto nel suo insieme funziona bene. Errori evidenti non se ne sono sentiti, la parte ritmica era più che all’altezza, solo certi breakdown e i passaggi con le voci pulite ogni tanto suonavano un po’ logori. Insomma, i Free Ride con la loro dinamicità hanno portato una ventata d’aria fresca, ma per qualcuno erano di sicuro troppo melodici.

A chiudere la serata sono stati gli hardcorer austriaci United Blood, di Salisburgo. Per fortuna la band non era scoordinata come i Felony: il suono delle chitarre era davvero potente, e la voce all’altezza. La gola del cantante degli United Blood era davvero forte e spietata. Gli United Blood non hanno inventato nulla di nuovo: pezzi corti, chitarre semplici e sezione ritmica che si basa semplicemente sulla botta, come da manuale. Nel complesso la band ha convinto senza dubbio, sia per l’affiatamento sia per la presenza scenica. Anche se la musica a tratti suonava masticata e rimasticata, a salvarli ci ha pensato il suono delle chitarre, che con la sua distorsione pesante si è guadagnato un tocco sludge metal. Nel loro breve repertorio gli United Blood sono diventati un po’ ripetitivi, ma come band di supporto a qualche pezzo grosso dell’HC andrebbero benissimo, perché i ragazzi riprendono più che dignitosamente la musica dei loro idoli.

La Festa della donna all’Orto non è stata fatta di fiori e cioccolatini: qualche momento di dolcezza dalle band metalcore c’è stato, ma a dominare è stata la botta più cruda, e alla fine si può confermare che il concerto ha picchiato il giusto e valeva la serata. Purtroppo si è dimostrato ancora una volta che se non c’è un nome noto, l’evento viene semplicemente ignorato.

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