Il trionfo degli epici del prog rock con i Transatlantic (2014)
Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Monaco di Baviera / Muffathalle / Germania
Data del concerto: 07.03.2014
Spettatori: 2500
Prezzo del biglietto: 40,00€
La sala Muffathalle, praticamente nel cuore di Monaco di Baviera, ha ospitato stavolta la superband internazionale Transatlantic, che agli amanti del rock progressivo non serve certo presentare nei dettagli, visto che è composta da membri attuali o ex di band e side project di tutto rispetto. I due fondatori, il cantante e polistrumentista Neal Morse, un tempo membro dei revivalisti prog americani Spock’s Beard, e l’ormai ex batterista dei Dream Theater Mike Portnoy, nel 2009 decisero che, dopo una lunga assenza, era arrivato il momento di una bella ‘sobria svegliata’ e di riportare la superband sulla scena musicale.
Hanno subito chiamato i loro compari europei, il chitarrista/cantante svedese Roine Stolt (The Flower Kings, ex Kaipa) e il bassista Pete Trewavas (Marillion). Il risultato della rinascita dei Transatlantic è stato il terzo album »The Whirlwind« (2009) e il lungo tour che è seguito alla sua uscita. Anche negli anni successivi il quartetto di maestri della musica e compositori di altissimo livello non è rimasto con le mani in mano, e ha tirato fuori il quarto album dei Transatlantic, intitolato »Kaleidoscope« (2014), che si può definire addirittura il loro miglior lavoro finora. Carichi di freschezza e di entusiasmo, a cui di certo ha contribuito anche il piazzamento alto del nuovo disco nelle classifiche tedesche e olandesi, si sono messi in marcia per la tranche europea del tour di »Kaleidoscope« e tra le prime date hanno scelto Monaco di Baviera.
Per nostro sollievo stavolta non c’era nessuna band di supporto che, prima dell’attrazione principale della serata, ci desse ai nervi o ci succhiasse energia positiva, come è successo fin troppo spesso in passato. Un po’ di inutile malumore però l’hanno portato i prezzi da mal di testa dei vari ‘souvenir’ dei Transatlantic, mentre l’atteggiamento apatico di Portnoy verso i fan della sua musica, davanti ai quali è passato prima del concerto come se non esistessero, è un capitolo a parte. Anche il fatto che i Transatlantic, prima di salire sul palco, abbiano fatto girare le proprie cover di classici del prog, quelle finite nel bonus disc dell’edizione speciale dell’ultimo album, per qualcuno è suonato un po’ stonato e autoreferenziale, come se i membri della band non amassero la musica degli altri e coltivassero una specie di complesso di superiorità. Ovviamente niente di tutto questo ha influito sull’esibizione vera e propria della superband, che ha soddisfatto ed entusiasmato tutte le nostre grandi aspettative, e questa era la cosa più importante.
I Transatlantic hanno aperto il set, dopo una breve introduzione orchestrale, con »Into the Blue«, la suite d’apertura del nuovo album, annunciando così una serata dominata soprattutto da superepopee prog di oltre 20 o addirittura 30 minuti, ovvero da suite in più parti. Neal Morse, che ha suonato gran parte delle tastiere e cantato la maggior parte delle parti vocali, è di gran lunga la presenza scenica più carismatica dei quattro maestri, come abbiamo avuto modo di constatare ad ogni esecuzione dei classici dei Transatlantic in questa serata. Neal è un attore nato, ha una mimica da palcoscenico straordinaria e una presenza vocale notevole, quindi non stupisce che alcuni critici musicali l’abbiano definito addirittura ‘il Peter Gabriel americano’: un paragone forse un po’ esagerato, ma non c’è dubbio su chi sia il suo modello principale sul palco. Persino l’aspetto di Neal, un mix tra un ‘parente perduto’ di Quentin Tarantino e un giovane Jack Lemmon, gli permette di sfruttare al massimo il suo grande carisma, mentre le sue doti vocali, con gli anni, si sono solo ‘nobilitate’.
Alla chitarra acustica Morse è bravo almeno quanto alle tastiere, come abbiamo potuto verificare durante il breve numero solista in coppia con Stolt, e se la cava bene anche con altri strumenti, batteria e basso compresi. Peccato solo che Neal, dopo la fatidica ‘visione’ del 2002, quando ‘Dio gli ordinò di lasciare gli Spock’s Beard’, dedichi metà della sua energia creativa e del suo tempo a predicare e a esibirsi nelle chiese, cosa che si sente anche nella maggior parte dei testi, sia solisti che dei Transatlantic. Altrimenti si sarebbe già conquistato da un pezzo uno status leggendario, quello che tra i musicisti prog attivi dagli anni Novanta in poi spetta solo a un pugno di nomi (al massimo tre o forse quattro).
Mike Portnoy non è carismatico, tanto meno simpatico, cosa di cui i fan di lunga data dei Dream Theater sono consapevoli da un pezzo (e non solo dopo la sua uscita), ma il ruolo del brontolone chiacchierone ma divertente, con la barba bluastra, gli calza a pennello, e ogni tanto scalda il pubblico con qualche battuta, come quella all’inizio del concerto, quando ha preso in giro un cartello tenuto in alto da qualcuno nelle prime file. Sopra c’era scritto ‘Portnoy is the shit’, e a lui è piaciuto. Avrebbe reagito sicuramente in modo ben diverso se ci fosse stato scritto ‘Portnoy is shit’, come ha buttato lì lui stesso. Mike è ovviamente sempre una ‘bestia’ della batteria, come ce ne sono poche, e vedere un suo concerto è una gita obbligata per tutti i giovani batteristi curiosi che vogliono imparare a suonare in tutti i generi possibili. Ai tempi dei Dream Theater le sue doti vocali sono state spesso criticate, ma in realtà è tutt’altro che un cattivo cantante e la sua voce ‘psichedelica’, nelle sezioni giuste e con il giusto sostegno sonoro, risulta davvero divertente.
Il maestro della chitarra Stolt, nello stile del proverbiale svedese freddo, durante il concerto è rimasto com’era prevedibile composto, con quel suo atteggiamento da ‘professore’, per cui ogni movimento improvviso e brusco o ogni mano alzata sopra il manico della chitarra, per non parlare di un sorriso, è stata una grande sorpresa. Le sue follie chitarristiche, e soprattutto gli assoli, sono stati un capitolo a parte e, come sempre quando si parla di lui, una combinazione rara di melodia, precisione e invidiabile velocità sulle corde, mentre come cantante ha brillato di più nelle sezioni che ricordavano per stile la sua band ‘madre’, cioè i The Flower Kings. Il pacato ma ottimamente disposto Trewavas è stato per tutto il concerto il membro più saltellante della squadra Transatlantic, il che non sorprende nessun fan dei Marillion, perché da tempo sanno bene com’è l’approccio di Pete sul palco. Con il suo posare armonioso linee di basso melodiche ma complesse ha entusiasmato vecchi e giovani, e ha brillato soprattutto nei due brevi momenti cantati, tanto che ogni membro di questo splendido quartetto prog si è cimentato in un ruolo vocale.
Al posto di Daniel Gildenlöw (Pain of Salvation), che di solito li accompagnava nei tour passati, come ospite si è esibito Ted Leonard (Spock’s Beard, Enchant), cosa che ha fatto particolarmente felici i fan degli Spock’s Beard, che si sono ritrovati sul palco contemporaneamente l’ex e l’attuale cantante di questa meravigliosa band prog americana. I Transatlantic non avrebbero potuto desiderare un cantante di supporto più adatto, perché Leonard e Morse si sono incastrati alla perfezione nelle armonie vocali, soprattutto nelle sezioni che avevano il battito stilistico e ambientale degli Spock’s Beard. Leonard ha aiutato Morse e Stolt con linee di sintetizzatore aggiuntive, chitarra ritmica e voci di accompagnamento. I suoi momenti solisti tra i brani scelti sono stati pochi e brevi, ma tra i cantanti solo Morse ha raccolto un applauso più grande. Per una parte della squadra di Rockline era il terzo incontro dal vivo con Ted, e ogni volta con una band diversa: la prima volta l’abbiamo visto con gli Enchant, la seconda con gli Spock’s Beard e la terza con i Transatlantic.
Morse, con il suo organo Roland V-7, era piazzato nell’angolo sinistro del palco, mentre in quello destro c’era Portnoy, con la batteria disposta in modo da poter guardare direttamente verso Neal: una cosa speciale e di sicuro un’esperienza divertente per lui. Dopo »Into the Blue« è arrivata la non meno impressionante esecuzione del brano epico di 16 minuti »My New World«, dal debutto dei Transatlantic »SMPT:e« (2000), e si è visto subito che anche con i pezzi più vecchi tutti i musicisti sul palco si divertono non meno che con il materiale nuovo, perché tutto è stato suonato in modo da sogno, mentre le armonie vocali erano un vero balsamo per il corpo e per l’anima. L’impianto audio in sala è stato eccellente per tutto il tempo, quindi non c’era nessuna differenza sostanziale, ovunque ci si trovasse tra il pubblico durante l’intero concerto.
Con la psichedelica e risvegliante »Shine«, anch’essa dal nuovo album, i quattro ‘astronauti’ del rock progressivo sono ‘atterrati’ un po’, mostrando che non sono estranei nemmeno a pezzi più ‘compatti’ (più compatti per i loro standard abituali) e che sono musicisti che in altri tempi avrebbero potuto scrivere anche grandi hit pop, se ne avessero avuto voglia, cosa che vale soprattutto per il versatile Morse, mentre chi ha più esperienza nello scrivere brani con potenziale da hit è senza dubbio Trewavas. Lo sfondo cromatico delle proiezioni grafiche è cambiato all’improvviso: dalla copertina verde-azzurra di »Kaleidoscope« si è passati alla combinazione giallo-arancione della copertina dell’album »Whirlwind«. »Whirlwind« è al tempo stesso un album e un brano che dura ben 77 minuti, quindi non c’era da aspettarsi che i Transatlantic lo eseguissero per intero.
Hanno messo invece in scena il »Transatlantic Medley«, in cui hanno condensato le sezioni migliori di questa stupefacente epopea prog revivalista, durante la quale hanno brillato in egual misura tutti i membri della band, compreso l’ospite Leonard. Con »Beyond the Sun« sono tornati a »Kaleidoscope«, che in questa serata ha toccato l’apice con la superepopea che dà il titolo all’album, una vera orgia di brillantezza prog ‘old school’ in cui hanno unito ancora una volta le loro straordinarie capacità virtuosistiche per creare magici arrangiamenti sinfonici, posare melodie seducenti, orchestrare cambi di tempo imprevedibili e intessere ritornelli epici. È stato senza dubbio il primo dei due grandi culmini della serata.
Dopo il trionfo di »Kaleidoscope« tutti tranne Neal e Roine hanno lasciato il palco ed è arrivato il momento del numero solista in coppia: un breve duello di chitarre finito in pareggio. Nel mezzo Neal si è concesso anche una breve burlesque, suonando e cantando al volo il motivo principale del celebre evergreen country »Ring of Fire« (Johnny Cash). Il concerto si stava avvicinando piano piano alla parte finale ed era l’ora di »We All Need Some Light«, forse la creazione più famosa e amata dei Transatlantic, che Neal, il suo autore, ha cantato con un trasporto quasi religioso, il che non sorprende, vista soprattutto la sua dimensione spirituale nel messaggio e nel testo. L’esecuzione di »Black As the Sky« ha significato che i Transatlantic quella sera hanno suonato l’intero »Kaleidoscope«, un risultato comunque impressionante, anche considerando che sono capaci di molto altro, cose incomprensibili per un normale ‘mortale’ della musica.
Dopo una breve pausa sono tornati sul palco e hanno suonato la suite di 30 minuti »All of the Above«, che arriva dal loro debutto, e così si è avverato definitivamente l’annuncio fatto da Portnoy all’inizio del concerto, cioè che la serata sarebbe stata segnata dalle suite epiche. Il concerto non sarebbe stato completo senza almeno un brano dal secondo album »Bridge Across Forever« (2001), e siccome i Transatlantic offrono ai loro fan solo il meglio, hanno scelto il pezzo più impressionante di quel disco: il super brano di 30 minuti »Stranger in Your Soul«, con cui hanno allestito il secondo culmine della serata. Di eventuali cover di altri artisti quella sera non ne abbiamo sentite, e per certi versi è stato giusto così, perché i membri dei Transatlantic si rendono conto sempre di più che, dopo la riunione del 2009, sono diventati una vera band con cuore e anima, e non più solo un side project per ‘ammazzare il tempo libero’ e fare un favore a quei ricconi del prog che non hanno voglia di andare ai concerti delle band ‘madre’ di questo quartetto di maestri.
I Transatlantic sono arrivati, hanno suonato e hanno vinto. Il loro concerto alla Muffathalle è stato una vera leccornia per tutti i buongustai del symphonic prog. L’energia per macinare suite epiche da 20-30 minuti non manca mai a questi inarrestabili fanatici del prog, e per dei signori che hanno già ‘incontrato Abramo’ o ci si stanno avvicinando (Portnoy) è un risultato che merita un inchino profondo. Ancora più degna di lode è la loro capacità di riempire il pubblico di energia positiva e buone vibrazioni per tutta l’esibizione, perché tra tutte le variazioni ritmiche complesse e le imprevedibili cavalcate sosoliste che attraversano i singoli brani è sempre presente un meraviglioso senso della melodia e del messaggio di vita, che parla un ‘linguaggio universale’ e va oltre le convinzioni inquadrate di Neal. Questo significa anche che, per ogni amante del progressive sinfonico con radici old school, in un concerto dei Transatlantic c’è sempre qualcosa di interessante, e vederli dal vivo è sempre un’esperienza unica.
Scaletta
The Orchestral Whirlwind (intro)
1. Into the Blue
2. My New World
3. Shine
Whirlwind Medley
4. Overture (Abridged)
5. Rose Colored Glasses
6. Evermore
7. Is It Really Happening?
8. Dancing With Eternal Glory (Whirlwind (Reprise) section)
9. Beyond The Sun
10. Kaleidoscope
11. Guitar Duet (Morse & Stolt)
12. We All Need Some Light
13. Black as the Sky
—bis—
14. All of the Above (Full Moon Rising/October Winds)
15. Stranger in Your Soul (Slide/Stranger In Your Soul)
Galleria fotografica

















































