Fifth
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Soft Machine
Etichetta: CBS
Uscita: 1972
Durata: 36:34
Voto: 3.5/5
»Fifth«, quinta fatica in studio delle leggende inglesi del prog rock/jazz fusion Soft Machine, è uscito dopo lo scioglimento della loro formazione classica, nonché l’unica rimasta insieme per più di un album. Con l’addio del membro fondatore, straordinario batterista e cantante Robert Wyatt, che in quel periodo mise in piedi la sua band, i Matching Mole, si è aperto un buco enorme, difficilissimo da colmare. A prendere il posto di Wyatt, su spinta del sassofonista Elton Dean, è stato il batterista jazz australiano Phil Howard. In mezzo c’è quasi scappata la tragicommedia: Wyatt ha cambiato idea all’improvviso e voleva tornare, ma era già troppo tardi, perché dopo l’arrivo di Howard gli altri avevano deciso di andare avanti senza il carismatico e versatile batterista/cantante.
La permanenza di Howard nei Soft Machine è stata cortissima: ha dovuto levare le tende quando erano state registrate le prime tre composizioni di »Fifth«, perché nel frattempo erano esplosi i attriti sulla direzione sonora del quinto progetto in studio dei Soft Machine. Il risultato è che la seconda metà di »Fifth« è stilisticamente ben diversa dalla prima, più tinta di free jazz e quindi più ostica per i ‘comuni mortali’. Da una parte c’erano il tastierista Mike Ratledge e il bassista Hugh Hopper, spinti verso arrangiamenti jazz fusion più melodici, un po’ sulla scia dei coetanei inglesi Nucleus; dall’altra Dean e Howard, che si inclinavano verso un free jazz più intricato.
Howard ha dovuto fare le valigie ancora prima che »Fifth« fosse finito, e al suo posto è arrivato John Marshall, proprio dai già citati Nucleus, con cui i Soft Machine hanno registrato il resto dei brani di »Fifth«. Ironia della sorte, Ratledge e Hopper volevano Marshall in band già dai tempi dell’addio di Wyatt, ma allora l’aveva spuntata Dean. Marshall è diventato il membro più fedele dei Soft Machine, visto che ancora oggi siede dietro il loro seggiolino da batterista. Il cambio di batterista di cui sopra ha reso »Fifth« un prodotto sonoramente piuttosto schizofrenico: qualche momento da ammirare c’è, ma rispetto ai classici »Third« (1970) e »Fourth« (1971), incisi dalla formazione classica dei Soft Machine, è un passo indietro, almeno relativamente.
Già l’opener »All White«, che per il disco successivo »Six« (1973) è stata rielaborata in una versione un po’ più accessibile, annuncia un lavoro che chiede tanti ascolti prima di svelare i suoi fascini nascosti e il richiamo delle singole sezioni strumentali. A segnare questo brano d’apertura sono fitti meandri free jazz di una sezione ritmica pur disciplinata e le imprevedibili improvvisazioni sassofonistiche di Dean. »Drop«, che si apre con il suono di gocce d’acqua, contiene l’introduzione improvvisata, dal suono misterioso, di Ratledge al piano elettrico. Segue una frammentazione totale dei singoli arrangiamenti in tante sezioni di jazz libero, dove però manca quella scintilla che caratterizzava la formazione classica dei Soft Machine. »M C« è intessuta dell”orgasmare’ sassofonistico di Dean e delle follie di Ratledge al piano elettrico, mentre il lavoro sommesso di Howard sui piatti non arriva mai a una vera conclusione.
Il resto dei brani di »Fifth«, registrati con Marshall, è stilisticamente molto più affine alla direzione jazz fusion dei Soft Machine che avrebbe preso il sopravvento nei dischi successivi. Questi quattro pezzi finali hanno un’atmosfera decisamente più vivace e luminosa rispetto alla natura assonnata dei brani d’apertura di »Fifth«. Nell’improvvisata miniatura »As If«, creazione molto più briosa rispetto ai primi tre brani di »Fifth«, a dare man forte a Hopper con il contrabbasso è arrivato Roy Babbington, che circa un anno dopo sarebbe diventato il suo sostituto. In »LBO«, una specie di momento solista per la batteria, Marshall sfoggia per un attimo la sua invidiabile maestria dietro i tamburi. »Pigling Band«, intrisa di arrangiamenti di sassofono pieni di spirito, leggerezza pianistica e giocosità ritmica, e la cupa ninna nanna »Bone«, con tanti suoni bizzarri, chiudono con successo »Fifth« e mostrano la direzione decisamente più melodica e accessibile dei futuri lavori dei Soft Machine.
Il cambio di batterista nel bel mezzo del processo creativo ha trasformato »Fifth« in uno strano ibrido sonoro all’interno della variegata discografia dei Soft Machine, incapace di decidersi tra forme free jazz assonnate e una verve jazz fusion più energica, che prende il sopravvento nella seconda metà dell’album. Dopo la figuraccia con Howard e l’uscita di »Fifth«, Elton Dean ne aveva abbastanza e ha deciso che la storia dei Soft Machine, per lui, era finita. Al suo posto è arrivato il cofondatore dei Nucleus, Karl Jenkins, che ha avuto un ruolo chiave nel far fare ai Soft Machine un passo nella direzione giusta con »Six«, fino a vincere il premio della rivista Melody Maker come miglior album jazz britannico del 1973.
https://www.youtube.com/watch?v=AybdUezziyI
Formazione
Mike Ratledge – tastiere
Hugh Hopper – basso
Elton Dean – sax contralto, saxello, piano elettrico (2)
Phil Howard – batteria (1-3)
John Marshall – batteria (4-6)
MUSICISTA OSPITE:
Roy Babbington – contrabbasso (4)
Produzione
Soft Machine
Tracklist
1. All White (6:06)
2. Drop (7:42)
3. M C (4:57)
4. As If (8:02)
5. L B O (1:54)
6. Pigling Bland (4:24)
7. Bone (3:29)