Foreigner, dopo 34 anni di carriera trovano finalmente la strada per l’Italia (2010)

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Alcatraz / Milano / Italia
Data del concerto: 10.04.2010
Numero di spettatori: 500
Prezzo del biglietto: 32,00€

Foreigner! Qualcuno se li ricorda? Roba di un bel po’ di tempo fa. Sepolta in profondità in quell’epoca defunta ma nostalgica della storia del rock, gli anni Ottanta e la seconda metà dei Settanta, quando polverizzavano i record di vendita. Soprattutto sul suolo statunitense! Con oltre 50 milioni di dischi venduti su tutto il globo, di cui tre quarti solo negli USA, questa è una band che può davvero vantarsi della propria carriera. Perché al successo commerciale da sogno si affianca anche una discografia di album eccezionali, che sfoggiano una combinazione unica di hard rock dall’impostazione classica e di dosaggi scaltri di protesi pop art, più o meno finemente calibrate. Il risultato? Un linguaggio AOR tutto loro, che nei primi sei album ha regalato un bel po’ di super hit evergreen riconoscibili, dolcemente velenose e invasive per l’orecchio. I Foreigner sono una di quelle band “tagliate su misura” che nel regno del rock fanno centro con la loro maestosità, fatta di perfezione sonora e compositiva. E su questo non si discute.

Il 01.03.2010 i Foreigner hanno pubblicato in Europa (!), per la Ear Music Records, il loro album del ritorno “Can’t Slow Down”. Anche se i Foreigner sono nati dall’incontro di due britannici e un americano, il loro sapore è soprattutto americano. L’americano Lou Gramm non fa più parte della band. Al suo posto, però, c’è Kelly Hansen, arrivato nei Foreigner dagli Hurricane. Se chiudi gli occhi e lo ascolti, è Lou Gramm sputato. Se invece guardi il cantante e ti tappi le orecchie, Kelly diventa un Steve Lee (Gotthard) sputato, solo un po’ sciupato (potremmo anche dire “allargato di lato”). Dei Foreigner originali oggi in formazione c’è il capo Mick Jones alla chitarra! Il ruolo del leggendario cofondatore del gruppo nel 1976, il britannico Ian McDonalds, lo ricopre oggi Tommy Gimbel (chitarra, flauto, sassofono, voce di accompagnamento). Poi c’è l’esplosivo bassista Jeff Pilson, che ha consumato anni di carriera nella band di hard rock melodico Dokken, ha registrato tre album in studio con i Dio e si è guadagnato un posto tra le star del cinema prestando il volto alla band Steel Dragon nel film “Rock Star” (2001). In quel film Jeff interpretava Jorgen, il bassista degli Steel Dragon. I Foreigner di oggi schierano anche una vera belva dietro i tamburi, Brian Tichy, che in passato aveva già speso con successo il suo surplus di ormoni maschili nella band di accompagnamento di Billy Idol. Alle tastiere c’è il più giovane Michael Bluestein, formatosi come membro delle band di accompagnamento di Enrique Iglesias, Anastacia e Roger Hodgson (ex-Supetramp). Insomma, la vecchia volpe Mick Jones ha pensato ancora una volta a ogni dettaglio, e niente può scalfire le fondamenta solide di una creatura quasi “immacolata” come i Foreigner.

Sul palco di quel giorno a Milano, alle 22.00, abbiamo ricevuto un vero eccesso di carisma, competenza, esperienza e fede diabolica nella magia del rock! È stata una serata speciale. Una di quelle che ti restano nel cuore per sempre. È stato il primo concerto della carriera dei Foreigner in Italia. Dopo 34 anni hanno perso la verginità anche qui. Uno non riesce a credere che sia davvero possibile. Ma la lunga assenza dalle scene ha lasciato il segno. Gli italiani, che evidentemente non avevano mai preso così tanto a cuore la band, nemmeno quando era all’apice della carriera, non hanno rimediato a quel retrogusto amaro nemmeno stavolta. Davanti al palco dell’Alcatraz non si sono radunate più di 500 teste.

All’Alcatraz, che ricorda vagamente il Kino Šiška di Lubiana, solo che il pavimento non è a gradoni, si sono spente le luci. L’intro? Volete la doppia visione? Eccovela. Double Vision, appunto. Naturalmente, se siete a Milano, all’Alcatraz, all’ora giusta. Magari una volta sola in questa vita. La sala si ritrova così esposta a un sacco pieno di hit dei Foreigner. E i Foreigner hanno subito giustificato le altissime aspettative. E cosa ti aspetti dai Foreigner sul palco?  Una perfezione di suono ed esecuzione che sfiora il perfetto! Eppure non ci credi finché non la vivi sulla tua pelle.

Il suono è stato ottimamente bilanciato per tutto il concerto, con i singoli elementi del quadro sonoro complessivo chiaramente distinguibili. Un’esecuzione senza sbavature, a conferma che la formazione è fatta di gente con un chilometraggio enorme, tanta esperienza e veri musicisti professionisti, per i quali i mondi dello studio e del palco non hanno segreti. La sala ha restituito per la prima volta un bel po’ di energia con Cold As Ice. Quando Jones si sposta alle tastiere, arriva la prima confessione in forma di ballata, Waiting For A Girl Like You. Hansen, che nel frattempo aveva già da un pezzo abbandonato gli occhiali da sole e il lustro elegante della giacca bianca, qui si è preso tutta l’attenzione. E non solo in questo brano: per tutto il concerto Kelly ha regnato con la prestazione impeccabile di un cantante in forma smagliante, che cammina con disinvoltura nelle scarpe, per altro difficilissime da riempire, di Lou Gramm, tiene in pugno il pubblico in sala con un’interpretazione vissuta e attiva e, con quel pubblico, stuzzica bonariamente i “compagni di sventura” sul palco. A un certo punto Kelly chiede alla parte femminile del pubblico se in sala c’è qualche ragazza cattiva. Si levano alcuni gridi sperduti e del tutto solitari. “Troppo poche”, replica Kelly. Dopo le insistenze del cantante, le ragazze finalmente si svegliano, e Kelly reagisce come ci si aspettava: “Non ci preoccupa il fatto di non riuscire a tenervi a bada con un cattivo ragazzo bianco!” (il saluto introduttivo al brano Dirty White Boy).

Vorrei sottolineare la sorpresa della serata. Il brano Starrider, che ci ha ricordato come i primi Foreigner abbiano cominciato la carriera come band di rock progressivo. Del canto si è occupato Mick Jones, Kelly si è spostato in posizione di voce d’accompagnamento e nel finale ha preso il microfono in mano e ha portato il pezzo di bravura da un’atmosfera sognante ed esplorativa, in cui navigavamo su ricchi tappeti sonori di tastiere, attraverso la detonazione rock della parte conclusiva, fino a uno dei momenti più alti della serata. Con il disco d’esordio in studio i Foreigner sono rimasti ancora un po’, aggiungendo dopo Starrider la scolpita nel rock Feels Like First Time, che con il suo titolo azzeccato ha di fatto sancito il primo concerto dell’intera carriera dei Foreigner in Italia. Il concerto si è trasformato nella sua parte più intensa. Sul palco restano solo Bluestein e Tichy. Dopo i bravurosi assoli, in cui Tichy ha lasciato a bocca aperta con le sue follie, prendendo a mani nude i tamburi in modo animalesco, in stile Tommy Aldridge (ex-Whitesnake, Thin Lizzy). Tichy ha anche un setup di batteria molto interessante: usa un solo tom di passaggio, e accanto a quello ben tre timpani da terra (in gergo “pentoloni”). Alla fine i due travasano le loro escursioni sosoliste in un vero fuoco incrociato, finché sul palco non ricompaiono gli altri membri.

Mick Jones prende l’iniziativa con un assolo spaziale. Che diavolo si saranno tenuti nella manica i Foreigner stavolta? La risposta era sotto gli occhi di tutti. Una versione assassina del brano Urgent! Tommy Gimbel, che fino a quel momento aveva timidamente fatto la parte riconoscente del comprimario, con l’eccezione dell’intro di flauto di Starrider, stavolta ha avuto i suoi cinque minuti da figura al centro del palco e ha impressionato i presenti con un sax contralto che ha iniettato nel classico dei Foreigner la dose indispensabile di fascino erotico! La pelle d’oca non è mancata! Magia. E i Foreigner suonavano dannatamente forte, duri e inflessibili.  Quando hanno ripetuto l’esperienza con Juke Box Hero, intensificandola ulteriormente con una trovata improvvisata e spiritosa, che all’improvviso hanno fatto confluire nel classico dei Led Zeppelin Whole Lotta Love, hanno portato la sala a una vera estasi. E hanno salutato per la prima volta.

La band torna e liquida la faccenda con l’attesa ballata evergreen I Want To Know What Love Is, in cui Kelly Hansen praticamente “fa tutto da solo”. Per il gran finale la band rimette in piedi la sala con un altro hit di “Double Vision”, Hot Blooded. Il repertorio del concerto era dedicato agli hit dei primi cinque album, a cui i Foreigner hanno aggiunto un assaggio che valeva tutto il peccato dall’omonimo esordio con Starrider e presentato il nuovo album “Can’t Slow Down”, con la title track e il singolo in forma di ballata When It Comes To Love. Entrambi i brani si sono inseriti più che egregiamente nel materiale classico dei Foreigner.

L’Italia ha dunque finalmente avuto i suoi Foreigner. Li ha accolti, è vero, con un’affluenza modesta. Eppure è stato uno di quei concerti della categoria speciale, irripetibile, di quelli di cui puoi dire che sono usciti dalla “scatolina” e che per esecuzione superano il confine tra l’ottimo e il perfetto (il più-che-ottimo). Personalmente, credo che per un bel po’ non resterò così soddisfatto. Solo quando rivedrò sul palco dei Journey, anche se i Foreigner, per lascito e nome, stanno comunque un gradino sotto la band appena citata. I Foreigner hanno anche confermato di essere un sestetto in forma eccellente. Anche Mick Jones, che si è caricato sulle spalle ben 65 anni, non mostra la minima flessione. In linea con il titolo dell’ultimo album in studio. I Foreigner, insomma, non si calmano. Restano stalloni da palco indomabili, che sfidano il tempo nei live con una cinetica potente. Restano i padrini dell’affiatamento e dell’intesa sul palco, garanti di uno show altamente dinamico, dove i loro classici levigati in studio ottengono la giusta dose di succosa evoluzione sonora e atmosferica. Se qualcuno in sala quella sera, dopo aver condiviso l’energia con i Foreigner, è rimasto indifferente, deve correre il prima possibile a farsi controllare da un medico, per verificare come funzionano la sua prostata e le sue ghiandole surrenali! Un’esperienza live come la sanno preparare i migliori, e che consiglio a tutti voi di vivere almeno una volta nella vita anche di persona.

foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta

1. Double Vision 2. Head Games 3. Cold As Ice 4. Blue Morning, Blue Day 5. Waiting For A Girl Like You 6. When It Comes To Love 7. Dirty White Boy 8. Can’t Slow Down 9. Starrider 10. Feels Like The First Time 11. Urgent 12. Juke Box Hero —bis— 13. I Want To Know What Love Is 14. Hot Blooded

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