Dandelion Children – il trio indipendente della nuova botanica musicale (2010)
Luogo: Nove Jarše / Lubiana
Data dell’intervista: 10.04.2010
Dandelion Children, i primi veri “tarassacofili” in Slovenia. Gente della scena indipendente e cresciuta da sé, senza il bisogno di curare complessi d’inferiorità inseguendo il fascio dei riflettori, come invece si aggrappano i “wanna be” divi che si infilano nel campo radiofonico di mezzo (“mainstream”) dell’offerta musicale slovena. La mancanza di talento e di ispirazione creativa, però, continua a produrre il solito, noto paesaggio desertico dell’offerta rock in Slovenia, e a farne le spese sono ancora una volta quelli che, nascosti nei garage, creano senza pensieri, per passione, e costruiscono un approccio musicale interessante, che segue una visione creativa genuina e tutta loro. Dandelion Children l’anno scorso hanno pubblicato l’esordio “Stole My Bike”. Un album di vitalità garage e di contenuti musicali originali, di spirito autentico e, ovviamente, di natura autoriale, che ha confermato che dietro a questo giovane trio indipendente (indie rock) si nasconde un grande potenziale.
RockLine: Potete raccontarci in breve come è nata la band Dandelion Children?
Katja: Io e Jure ci conosciamo da quando ho memoria, perché siamo fratello e sorella. Anže e Jure erano compagni di classe. Un giorno Anže è venuto a una nostra prova, ha sparato due critiche al nostro bassista di allora ed è diventato membro a tutti gli effetti della band. Ci è voluto circa un mese per amalgamarci.
Jure: Ma l’intesa tra di noi è stata subito quella giusta. Adesso esistiamo da quasi tre anni.
RockLine: Quindi siete dei talenti autodidatti, o sbaglio?
Anže: No, io la chitarra l’ho studiata. Suonavo già in band precedenti.
RockLine: Per voi è stato subito naturale mettersi a comporre materiale vostro, o all’inizio suonavate più che altro cover?
Jure: Io e Katja all’inizio abbiamo iniziato a suonare i White Stripes. Si è visto che i White Stripes non sono una band complicata, e a noi andava benissimo. Ma presto abbiamo capito anche che ci calzava molto meglio scrivere pezzi nostri. Mi ha affascinato un sacco anche Damon Albarn dei Gorilazz, che faceva cose “strane”. Mi piaceva perché metteva insieme generi diversi, e questo mi ha ispirato a non pormi limiti nemmeno io quando compongo.
RockLine: L’album “Stole My Bike” è il vostro primo disco in studio. Cosa ci potete dire?
Anže: È stato registrato in fretta e furia.
Katja: Io ho suonato tutte le parti di batteria in due giorni, tanto mi mettevano fretta.
Jure: Adesso stiamo già finendo il secondo album. Pure questo uscirà in autoproduzione. Sul primo ci siamo sforzati di non complicare i pezzi. Di non tirarli per le lunghe. Cioè, che i brani fossero compatti e con meno giri a vuoto possibile. Se non sentiamo di dover tirare avanti un pezzo, semplicemente lo chiudiamo. Così nascono Garden Throne o 3x Dead Funky Man.
RockLine: Siete arrivati al disco d’esordio completamente da soli. È dura?
Katja: Semplicemente non abbiamo soldi, quindi è la strada più economica.
Anže: Oggi non è nemmeno più un gran problema registrare un album intero per conto proprio.
RockLine: Chi porta le idee musicali e come nascono i pezzi?
Katja: Ultimamente mi accorgo che i pezzi nascono in modo piuttosto spontaneo. Del resto, per quanto riguarda la musica, il capo è sempre stato Jure.
Jure: Ci sono più modi in cui un pezzo succede, in cui nasce. Spesso facciamo semplicemente jam. Oppure, per dire, Anže suona qualcosa…
Anže: …. mi scaldo le dita…
Jure: .. e io lo fermo: “Aspetta, aspetta, cos’è che hai suonato, puoi rifarlo?” e così, un po’ alla volta, costruiamo un brano.
RockLine: Oggi, come fa una band come i Dandelion Children a rimediare i concerti?
Katja: Su questo siamo piuttosto pigri. In realtà, finora non ci siamo mai messi a darci da fare in prima persona.
RockLine: Avete vinto il concorso “Rock Izziv”.
Katja: Sì. È un concorso organizzato dall’Organizzazione studentesca dell’Università di Lubiana. Il vincitore si porta a casa otto date dal vivo. Per esempio Majske igre, Rock Otočec, una serata di benvenuto alle matricole, e a breve suoneremo alla Cvetličarna, eccetera….
RockLine: Secondo voi, cos’è che nella storia dei Dandelion Children ha fatto pendere la bilancia dalla vostra parte, tanto da “asfaltare” la concorrenza al concorso? Era dura?
Katja: Al concorso si sono alternati anche Shoeshiners, Toxine, B.T.K.,… Io avevo la sensazione che i Dandelion Children non avrebbero mai vinto quel concorso.
RockLine: Jure, il tuo inglese nei testi scorre alla grande. Da dove viene questa qualità?
Jure: Mi è entrato nel sangue soprattutto guardando la tv e, ovviamente, ascoltando musica. Anche nel gergo che uso quando parlo, ci sono un sacco di parole inglesi. Volente o nolente.
RockLine: Come hanno reagito i media a “Stole My Bike”?
Anže: Oltre a RockLine, anche Radio Študent ci ha scritto una recensione bellissima dell’album.
Jure: Quelli di RSQ Magazin è evidente che l’album l’hanno ascoltato “al volo”. Si sono appesi a un “grunge” pesantissimo appena hanno sentito il nostro disco. Tipo che io cerco di imitare Kurt Cobain e che suoniamo come i Nirvana. Io i Nirvana non li ho mai ascoltati in vita mia.
RockLine: Pensate di portare gradualmente il nome Dandelion Children anche all’estero?
Jure: Un po’ di tempo fa sono riuscito ad attirare l’attenzione di una radio inglese, che poi ha passato la nostra musica. Nello stile dei programmi condotti da John Peel. In realtà quella radio l’hanno fondata dei colleghi di Peel in suo onore.
RockLine: Da dove viene il nome Dandelion Children? Siete amanti del tarassaco?
Jure: Hmmm,… oppure alla metallara (growl): “Children of Dandelion”, ah, ah, ah…” È passato un bel po’ da quando ho scritto un pezzo su me e Katja, che siamo cresciuti più che altro nella natura, e c’era un verso, la fonte d’ispirazione: “Dandelion children, dancing in the wind…” Più tardi ho scoperto su internet che è proprio un termine clinico. Per uno che cresce, che si sviluppa. Un bambino che le varie potenziali situazioni di stress non fanno uscire dai binari. Resta “cool”. Ci sembrava che suonasse bene! Sai com’è. Il tarassaco. Una roba così resistente. Fiorisce tutto l’anno. Cresce ovunque, lo puoi pure mangiare.
RockLine: Un paio d’anni fa vi ho visti a Metelkova prima dei Radio Moscow. Lì vi dava una mano vostro zio. C’era parecchia improvvisazione. Ricordo che tu e Anže vi scambiavate gli strumenti…
Katja: Eh già… noi non abbiamo un bassista. Cioè, un bassista che suoni sempre e solo il basso.
Jure: Io ai concerti cambio strumento. Certi pezzi li suono con la chitarra, altri con il basso. E vale lo stesso per Anže. Un bassista non lo cercheremo più. In compenso abbiamo cominciato a usare le tastiere.
RockLine: Che suoni vai a esplorare con le tastiere?
Jure: In realtà non mi voglio fasciare la testa con questa cosa. Non mi voglio nemmeno preoccupare a quale epoca appartengano certi suoni. I pezzi nuovi contengono anche suoni di marimba, troverai trucchetti tipici del drum n’ bass, ritmi spagnoleggianti, abbiamo usato perfino un basso a cinque corde. Quindi il piano è questo: quello che scriviamo, lo scriviamo e lo creiamo in modo che sia irripetibile. Che non si ripeta, così l’idea non si può logorare. Questa è la linea guida.
RockLine: Vi sembra che i musicisti sloveni siano ossessionati dai risultati musicali stranieri? Soprattutto quando si tratta di inseguire il virtuosismo o le acrobazie soliste?
Jure: Sì. Moltissimo. E non mi sembra l’approccio giusto per un musicista.
Anže: Soprattutto nel metal. Lì i chitarristi gareggiano proprio a chi è più veloce. Hai la sensazione che suonino tutti uguale.
RockLine: Prima avete parlato del nuovo album.
Katja: Sì. È già registrato. Ci è capitata l’occasione di registrare l’album. In pratica ci hanno fatto la tesi di laurea.
Anže: Le batterie le abbiamo registrate nello studio di una band in cui suonavo una volta. Il resto in altri posti.
Jure: Il nostro nuovo album adesso è in Serbia, in Macedonia e una parte anche in Italia. Stiamo aspettando il materiale per vedere cosa combineranno con il suono.
Anže: Sì. In quell’istituto per fonici, a Dolgi most. a Vič, a Lubiana, hanno fatto le tesi di laurea sulla nostra musica, cioè sulla registrazione, e in cambio noi abbiamo avuto lo studio gratis.
Katja: Evidentemente lì di cavie come noi ce ne sono poche, perché a un certo punto si sono fatti avanti un sacco di candidati che volevano fare esperimenti su di noi.
Jure: In una “session” abbiamo registrato 4 pezzi alla volta. È andata velocissima.
RockLine: Cosa dobbiamo aspettarci dal nuovo album?
Jure: Oltre a quello che già conosci da “Stole My Bike”, abbiamo aggiunto anche un po’ di reggae, di surf, e c’è molto più blues. Allo stesso tempo sarà più definito a livello tematico, più compatto. Tra i pezzi corre un filo più chiaro che li lega.
Katja: Il nuovo album avrà un carattere ancora più live del suono del predecessore.
RockLine: Ora arriva il momento dei concerti.
Anže: Sì. Per lo più ad aprile, e Rock Otočec è fissato alla fine.
RockLine: Katja, tuo padre una volta suonava la batteria nei Lene kosti. Immagino sia stato lui il tuo primo maestro?
Katja: Sì. Mio padre mi ha mostrato le basi della tecnica. Cioè, giusto per sapere dove vanno i piedi e dove le mani. Poi ho continuato a imparare da sola. Puoi starne certo, perché io e mio padre abbiamo stili di batteria completamente diversi.
Jure: Lui ha uno stile, Katja ne ha tanti.
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