I leggendari Foreigner, nel pieno di una nuova fioritura, non hanno nessuna intenzione di scendere dalla sella del rock (2010)

0 8

Luogo: Hotel Principe Di Savoia / Milano / Italia
Data dell’intervista: 11.04.2010

Con oltre 50 milioni di dischi venduti in tutto il mondo, di cui tre quarti di questa cifra solo negli Stati Uniti, i Foreigner sono una band che può davvero vantarsi della propria carriera. Il successo commerciale da sogno va a braccetto con un catalogo di album eccezionali, forti di una combinazione unica di hard rock dall’impostazione classica e di dosaggi furbi di protesi pop art più o meno finemente calibrate: il risultato è un vocabolario AOR tutto loro, che nei primi sei album ha sfornato una serie di super hit sempreverdi riconoscibilissime, dolci-velenose e invasive per l’orecchio. I Foreigner sono una di quelle band “tagliate su misura”, che nel regno del rock conquistano con la loro eccellenza di perfezione sonora e compositiva. E su questo non c’è niente da ridire. Il 01.03.2010 i Foreigner hanno pubblicato in Europa (!), per la Ear Music Records, il loro album del ritorno “Can’t Slow Down” (la recensione di RockLine la trovi QUI). Anche se l’anno scorso si erano già fatti vedere in Europa con qualche data nei festival estivi, solo quest’anno, in primavera, sono partiti per un vero tour da headliner. Con le prime date concentrate in Europa, seguite da un giro in Nord America, la tappa di Milano dell’11.04.2010 è stata la loro prima visita in Italia in assoluto.

L’Hotel Principe Di Savoia non è certo una costruzione da poco. Con tutto quel lusso, a uno del ceto medio come te parcheggiare il proprio “uovo” di latta in mezzo a una mandria di Ferrari, Porsche, Mercedes Classe S e compagnia bella sembra un lancio in orbita verso una nuova fantasia. Quando varchi la soglia di un cinque stelle e gli occhi ti vagano curiosi tra l’immensità di camere e residenze, con i lampadari scintillanti che ti scrutano dal soffitto, conigliette ammiccanti e succinte a ogni passo e un personale dai saluti fin troppo sdolcinati, di quelli di cortesia obbligata, a un povero cristo non resta che iniziare a credere di essere sbarcato su un altro pianeta.

Compare il tour manager dei Foreigner. Tutto okay. È gentile e disponibile in modo molto rodato, come impone l’etica del suo rapporto professionale con qualsiasi media. Per noi ha scelto il bassista Jeff Pilson, che ha il compito di sciorinare qualcosa sui Foreigner e su di sé per RockLine. Jeff Pilson, che ha passato anni di carriera nei Dokken, band di hard rock melodico, ha registrato tre album in studio con i Dio e si è guadagnato un posto tra le star del cinema, quando ha prestato il volto al bassista Jorgen degli Steel Dragon nel film “Rock Star” (2001), non è “uno qualunque”. Anche se è un professionista rigoroso tra i rocker, la fama non gli ha dato nemmeno un briciolo di spocchia, benché potrebbe permettersela senza problemi. Così l’intervista, inizialmente prevista per 15 minuti, tra una chiacchierata interessantissima e un sacco di spunti è finita per durare ben 10 minuti in più.

RockLine: Sei nei Foreigner da qualche anno, come membro fisso. Come sei entrato nella band?

Jeff: Nel 2000 ho suonato con Jason Bonham nel film “Rock Star”. Lavorando insieme su quel film, tra noi si è creata una chimica di lavoro davvero ottima. Quando all’inizio del 2004 Jason ha cominciato a collaborare con Mick Jones, è riuscito a convincerlo a rimettere in piedi i Foreigner. Così Jason ha proposto di chiamare anche me e, quando sono arrivato e abbiamo provato a suonare insieme, ci siamo subito trovati sulla stessa lunghezza d’onda.

RockLine: Quest’anno avete pubblicato il nuovo album in studio “Cant’ Slow Down”, il primo dopo 15 anni. Come avete lavorato voi altri membri della band, visto che oggi Mick Jones è l’unico membro originale della formazione dei Foreigner?

Jeff: A scrivere il nuovo materiale si sono messi soprattutto Mick Jones, il cantante Kelly Hansen e Marti Frederiksen, che poi è il produttore del nuovo disco.  Tutti i pezzi sono stati scritti in forma grezza, separatamente dal resto della band. Quando è arrivato il momento di suonare ognuno la propria parte su queste canzoni, in sostanza è stata routine. Il processo è andato avanti in modo molto naturale. La band è insieme ormai da qualche anno, quindi c’è una vera chimica creativa. Con il batterista Brian Tichy ci intendiamo benissimo. In realtà è stato davvero semplice. Mettiamola così: il lavoro duro l’abbiamo fatto con la massima facilità.

RockLine: E tu hai avuto qualche influenza, con il tuo modo di suonare e le tue idee, sul risultato finale, soprattutto sul sound dei pezzi del nuovo album?

Jeff: In realtà no. Sapevamo tutti che album volevamo. Sapevamo che doveva suonare come i Foreigner. Però volevamo aggiungerci anche qualche elemento nuovo. In particolare elementi riconoscibili nel mercato di oggi, ma che allo stesso tempo contribuissero a creare il suono e lo stile tipici dei Foreigner. Questo era il nostro obiettivo. Il mio compito era suonare il basso.

RockLine: I giovani di oggi non accolgono più il rock come una volta, o addirittura non lo accolgono per niente. I loro gusti sono subordinati a ciò che vende MTV. Che ne pensi?

Jeff: Dicono che tutto giri in cicli. Rock e musica hanno un ciclo lungo. Credo che siamo alla fine del ciclo hip hop. Negli ultimi anni c’è stato un sacco di buon hip hop. I giovani si ritrovano in quel genere, il che va benissimo. La cosa buffa, però, è che sempre più ragazzini sono esposti al rock classico da quando sono usciti RockMan e Guitar Hero. Per loro è una musica nuova e suona fresca, perché non assomiglia a niente di ciò che ascolta la loro generazione. Per questo anche noi Foreigner notiamo che ai nostri concerti vengono sempre più giovani, che si identificano nel fatto che i Foreigner sono una rock band. Se questo farà pendere l’ago della bilancia verso una maggiore esposizione del rock nei media, non lo so, ma ho la sensazione che il fenomeno che sta già succedendo coinvolgerà sempre più giovani in futuro. Ai giovani piace l’energia che ha il rock. A quel punto spunterà anche una nuova band della nuova generazione che riscoprirà il rock, e questo dovrebbe mettere in moto tutto l’ingranaggio e riportare il rock al centro della vita di tutti i giorni.

RockLine: Puoi descrivere il tipico fan dei Foreigner nel 2010?

Jeff: Il tipico non esiste più, ah, ah, ah… Ai nostri concerti vediamo ragazzini di 15 anni e gente di 75. E tutto quello che c’è in mezzo. Per quanto riguarda nello specifico la musica dei Foreigner, il suo effetto è quello di superare tanti schemi e limiti musicali. I nostri classici li hanno sentiti alla radio trenta e più anni fa, ma allo stesso tempo siamo sempre stati una rock band. Però tutti quelli che ci ascoltano e vengono a vederci ai concerti hanno una cosa in comune. Cercano la melodia. Questa è l’essenza del vero fan dei Foreigner. Sa riconoscere una melodia. Tende a cercare la melodia.

RockLine: Come musicista hai ottenuto tanti successi. In passato con i Dokken, oggi con i Foreigner. Che cosa significa per te?

Jeff: Sono molto grato per l’opportunità che mi è stata offerta di poter collaborare con queste grandi persone. Sono molto grato di aver registrato con loro un po’ di album davvero grandi e di far parte da tanti anni di questa grande scena rock. Altrimenti può succedere che, dopo aver finito un lavoro, tu debba aspettare anni, nel frattempo lavare piatti o campare in qualche altro modo, finché non ti si presenta una nuova occasione. Io sono stato molto fortunato a essere sempre attivamente presente su questa scena. Direi che da questo punto di vista sono un gran fortunato.

RockLine: Che cosa deve fare un musicista per rompere il ghiaccio, sfondare sulla scena e diventare un grande nome?

Jeff: E chi lo sa? Non c’è una ricetta, una formula. Se ci fosse, potrei scrivere un libro di grande successo sull’argomento. Diventerei miliardario. In tanti ci hanno già provato, ma non ci sono riusciti, ah, ah,… Comunque penso che la cosa fondamentale in tutto questo sia la qualità. Nel caso di una band come i Foreigner, la qualità è una compagna costante in tutti questi anni, una specie di costante della nostra musica. Questo fatto ha aiutato a tenere insieme i Foreigner nel corso degli anni e a mantenere per molto tempo anche il successo commerciale della band. Per quanto mi riguarda personalmente, devo dire che se ami qualcosa, come io amo la musica, allora anche le cose difficili le fai più facilmente, e con grande eccellenza. Sono un lavoratore nell’anima. In studio ho passato tantissime ore a suonare, scrivere, arrangiare. Ma non l’ho mai fatto perché dovevo e tanto meno in primo luogo per i soldi, bensì perché mi piace farlo.  Penso che tutto parta dalla passione. E credo anche che la gente sappia distinguere la vera musica, creata con passione, dalla matematica da studio che ti dice che una cosa va fatta perché va fatta e basta. La gente sa distinguere che cos’è emozione, che cos’è passione, sente le particolarità. Ci si identifica. Le canzoni vere, grandi, funzionano proprio perché ti risvegliano sensazioni particolari. Non è così semplice. Le persone devono impegnarsi davvero per distinguere e riconoscere queste differenze all’interno della musica stessa. Ma come ho detto. Tutto parte dalla passione e dall’essere onesti e sinceri con sé stessi nelle proprie sensazioni. Tante volte nella carriera ho provato delle cose in musica su consiglio di altri. Ma tante volte è saggio ascoltare sì quello che ti consigliano gli altri, però provare da solo. Ascolti te stesso, cosa ti dice il cuore, e poi decidi. Spesso trovi le vere risposte alle domande che ti poni da solo. In quel momento sai esattamente cosa devi fare e poi anche nel mondo reale si dimostra che hai deciso bene, quando hai ascoltato il tuo cuore. Anche se le decisioni non ti portano un mega successo, sai che sono i momenti in cui stai meglio con te stesso. Anche se le mie singole decisioni tante volte non mi hanno ripagato, mi hanno sempre indirizzato dove serviva. Sulla strada verso l’obiettivo desiderato. Quindi passione e restare fedeli alle proprie sensazioni interiori. Questa è la chiave. L’intuito. Nel mondo di oggi tutto è diventato estremamente complesso. Il business musicale si è ristretto molto. Oggi esiste solo un pugno di persone che controlla il business musicale. Quando ho iniziato la carriera musicale negli anni Ottanta, in cima al business musicale c’erano persone che erano innanzitutto musicisti. Lasciavano che la musica si sviluppasse e respirasse. Oggi il business musicale lo governano persone corrotte che fanno solo bilanci e calcolano quanto guadagneranno da qualcosa. Per questo nel “mainstream” di oggi la gamma dell’offerta musicale è molto ristretta e così il successo lo trovi solo in pochissimi generi. E che cosa è successo di conseguenza? Sempre più persone nella musica hanno cominciato ad assomigliarsi tra loro, perché volevano semplicemente infilarsi in quello stampo che avrebbe dovuto portarle al successo. E quello stampo oggi lascia al musicista poco margine di manovra. Oggi la creatività non viene più incoraggiata. Anzi. Non è gradita, mentre è gradito il conformismo. “Sii come loro, sii come loro,….” Per questo molta della musica che nasce oggi è monotona, senza ispirazione. Per questo penso che il business musicale sia nei guai e per questo tanti musicisti oggi non hanno carriere lunghe. Semplicemente perché non sono autentici. Non sono collegati al livello che garantisce una lunga permanenza sulla scena insieme al successo. Però col tempo succederà che la gente scoprirà una strada parallela – tramite internet, tramite le webzine (!) – per presentare la vera musica e comunicare con i veri talenti musicali, cioè con i musicisti che portano un potenziale creativo. Io prevedo che queste persone aggireranno le case discografiche, che diventeranno una cosa del passato. Si ridurranno solo a distribuzioni prestigiose, limitate nelle quantità. Quando succederà, la musica rifiorirà. Credo fermamente che succederà. Per questo è ancora più importante restare fedeli a ciò in cui credi. Col tempo la gente capirà che si fa del male da sola quando cerca di compiacere i gusti delle attuali corporation musicali, che lasciano poco spazio. Se neghi le tue sensazioni, ti procuri una specie di disturbo.

RockLine: Hai risposto alla mia prossima domanda.

Jeff: E secondo me anche alle prossime dieci,  ah, ah, ah,…

RockLine: Quando ascolti una canzone, riesci a dire da solo che col tempo diventerà un classico? Puoi prevedere di un pezzo che diventerà un classico?

Jeff:  Hmmm…. Quando ero ancora nei Dokken e ho sentito il pezzo dei Foreigner I Want To Know What Love Is, ho capito che sarebbe diventato un classico. Ho avuto la stessa sensazione anche la prima volta che ho sentito Waiting For A Girl Like You. Certo, allora non potevo prevedere che un brano così si sarebbe attaccato anche al rock “mainstream” e ci sarebbe rimasto, questo è chiaro. Ma quando ho sentito per la prima volta Waiting For A Girl Like You, ho pensato che fosse una canzone dannatamente bella. In una certa misura mi rendevo conto che sarebbe diventata un classico, anche se all’epoca non sapevo che sarebbe successo davvero. Una sensazione simile l’ho avuta quando ho sentito Love Bites dei Def Leppard. Di sicuro però non avrei mai pensato che Cum On Feel The Noize dei Quiet Riot (originale degli Slade) sarebbe diventata un classico, ah, ah, ah,…

RockLine: Che influenza avevano le case discografiche sulla musica dei Dokken ai tempi in cui la band era grande? E come lo paragoneresti alla situazione di oggi?

Jeff: Una volta le case discografiche influenzavano le band lasciandoti essere quello che eri. E ti incoraggiavano a farlo. Una certa pressione c’era sempre, certo. Cioè, puntavano al fatto che dovevi creare un singolo di successo, o un pezzo che andasse almeno discretamente. Questo c’è sempre stato. Ma non era come oggi. Oggi tutto si basa sullo spingere le hit. Mi ricordo che all’inizio degli anni Ottanta, poco prima che i Dokken sfondassero sulla scena, sull’album Breaking The Chains lavorò con noi un tizio di nome Mike Bolen. Era vicepresidente della Elektra Records, poi è diventato presidente della Chrysalis Records e della Island Records. Comunque, adorava la nostra musica e ci ha sempre incoraggiati. Portava i capelli raccolti in un codino. Disse che, se un giorno l’album d’esordio dei Dokken non fosse stato venduto in disco d’oro, si sarebbe tagliato il codino. Il disco non raggiunse il disco d’oro e Mike dovette tagliarsi il codino. E lo fece davvero, ah, ah, ah,… Trent’anni dopo il disco d’oro è arrivato, subito dopo che a Mike era ricresciuto il codino. Ho citato questo episodio solo perché volevo sottolineare quanto quest’uomo fosse devoto alla nostra creatività. Cioè, non uno qualunque, ma uno degli uomini di punta della casa discografica. L’etichetta non ci forzava verso il successo, solo dopo un po’ di tempo, con le uscite dei dischi successivi, abbiamo avuto la nostra svolta. E al successo siamo arrivati perché l’etichetta ci incoraggiava in quello che facevamo. Non ci dicevano cosa dovevamo fare, assecondavano solo i nostri desideri e il nostro lavoro. Nessuno ci obbligava a somigliare ad altre band, per esempio ai Motley Crue, anzi mettevano al primo posto il nostro talento. Ci dissero: “Chiudetevi in studio e fate il miglior disco che potete!” E per questo ci davano le condizioni migliori. Ci hanno dato tutto quello che ci serviva. Ci hanno procurato i migliori studi di registrazione, ci hanno assegnato i migliori produttori. All’epoca quello era il loro lavoro. Lasciarci essere quello che eravamo e tirare fuori il meglio da noi. Quella strategia funzionava alla grande. Credo ancora che sia la strategia migliore. La strategia per creare un artista. Con le corporation di oggi, che devono subito calcolare l’investimento in un profitto garantito, questo semplicemente non è possibile. Per i Dokken ci sono voluti ben tre dischi per sfondare e farcela. “Tooth And Nail” era sì disco d’oro, ma solo il nostro terzo disco “Under Lock And Key” ci ha portato il vero successo. Una dedizione del genere da parte di chi dirige le case discografiche oggi non la trovi più. E non credono nemmeno nel sostenere le band, aiutandole nei tour e tutto il resto. Per questo, con una mentalità simile, penso che il business musicale sia in grossi guai.

RockLine: Quali sono i piani dei Foreigner per il prossimo anno e hai anche tu altri progetti solisti e simili?

Jeff: Con i Foreigner abbiamo piani a non finire. Visto che abbiamo pubblicato un album che piace molto a tutti noi, lo presenteremo alla gente anche il prossimo anno, quindi prevediamo tanti concerti anche nel prossimo anno. Sulle prossime uscite della band per ora è un po’ presto per parlare, ma posso confermare con certezza che la band sta preparando qualche sorpresa. Entro la fine dell’anno e all’inizio del prossimo si preparano alcune uscite interessanti della band. Quanto alla mia carriera solista…. Ho sempre voluto pubblicare un album con la musica che amo in modo particolare, ma non ho mai trovato il momento giusto. Ho qualche pezzo pronto che spero di poter pubblicare un giorno su un vero album. All’orizzonte ci sono anche nuove collaborazioni con George Lynch.

RockLine: C’è stata qualche offerta per restare nei Dio, dopo che avevi registrato con loro l’album “Master Of The Moon”?

Jeff: Certo che mi hanno offerto un posto nella squadra. Ma all’epoca mia moglie era incinta. Aspettavamo il nostro primo figlio, quindi non c’era nessun piano di andare in tour con i Dio. In quel periodo avrei rifiutato l’offerta di qualsiasi band, anche dei Foreigner. Quando i Foreigner si sono fatti avanti, mi hanno detto che gli servivo per un lavoro che sarebbe durato solo un weekend, ah, ah, ah,… Quando è successo, mi occupavo molto di produzione. Ma quando mia figlia Rudy aveva nove mesi non mi sarei nemmeno immaginato di andare in tour. Però col tempo le cose sono cambiate, ah, ah,… Comunque avrei accettato con grandissimo piacere l’invito dei Dio e avrei suonato con Ronnie James, se allora fosse stato possibile.

RockLine: Com’è stata la tua esperienza di collaborazione con Ronnie James Dio?

Jeff: È stata unica. Mi piacciono moltissimo i lavori di Ronnie, la sua musica. In questo momento sento e leggo che sta superando bene la malattia. Era una band speciale. Ronnie e Vinny Appice sono entrambi due grandi amici miei. Ci divertivamo un mondo. Capita di rado di far parte della stessa band con i veri amici. La cosa funzionava alla grande. Ronnie era straordinario ogni sera. Per questo anche i Foreigner funzionano alla grande, perché anche Kelly (Kelly Hansen, voce dei Foreigner, nota d.r.) ogni sera è di ottimo umore. Registrare con Ronnie è stato un piacere. Lo facevamo con un sacco di “jam”, cioè all’insegna della vecchia scuola. Le cose andavano avanti spontanee, naturali e allora con noi c’era la magia. E quando c’è la magia, la musica è al suo meglio. Suonare con i Dio mi lascia ricordi davvero bellissimi.

RockLine: “Can’t Slow Down” se l’è cavata benissimo nella classifica di Billboard: a una settimana dall’uscita ha raggiunto il 29° posto. Quindi c’è ancora gente a cui piace ascoltare i Foreigner.

Jeff: Esatto.

RockLine: Vi ha sorpreso questa buona accoglienza per il nuovo album?

Jeff: In effetti sì. Anche se con l’album abbiamo fatto qualche anno di ritardo, voglio dire che già da qualche anno prima dell’uscita i Foreigner erano di nuovo attivi dal vivo. La sorpresa è stata davvero bella. Oggi, infatti, a causa delle corporation musicali che tengono in mano i fili, è difficile arrivare con musica nuova tipo Foreigner alle radio, in televisione con nuovi video e così via… Però abbiamo trovato anche un po’ di gradito sostegno tramite la catena di negozi Wal Mart e Rhino Records. Abbiamo fatto la cosa giusta e credo che la qualità conti. La gente ama ancora i Foreigner e la nostra musica. Il problema è solo che facciamo fatica a ottenere la possibilità di presentare il nostro nuovo album. L’album arriva alla gente con più difficoltà di una volta, in altri tempi. Le corporation musicali insomma non vogliono dare lo stesso valore a tutta la musica. La nostra, per esempio, la apprezzano meno. E per noi significa molto poter dimostrare loro ogni tanto il contrario e che si sbagliano. Qualcosa di simile è successo anche ai Dokken all’inizio degli anni Novanta. C’era il boom del rock alternativo. Nel 1995 quella rivoluzione era al suo apice. In quel momento ha firmato con noi John Kalodner della Columbia Records e il nostro album “Dysfunctional” si è venduto in 50.000 copie, che per quei tempi per noi era un risultato fenomenale. Era oltre ogni nostra aspettativa.

RockLine: Perché Jason Bonham ha lasciato i Foreigner?

Jeff: Ha preso questa decisione dopo che all’orizzonte era comparsa la reunion dei Led Zeppelin. Ne parlavano tutti e tutti se lo aspettavano. Anche nei Foreigner tutti hanno capito, anzi, per loro era del tutto ovvio che Jason avrebbe suonato nei Led Zeppelin. Nonostante sperassero nella reunion, Robert Plant ha sempre insistito sul fatto che sarebbe stato un solo concerto dei Led Zeppelin. E così è rimasto. Secondo me speravano che la cosa si sviluppasse in un tour più ampio, ma Robert era piuttosto scontroso. Jimmy Page e John Paul Jones hanno deciso di mettere su una band con un altro cantante e a quel punto Jason se n’è andato. Noi l’abbiamo capito. Doveva farlo, perché in quel progetto era coinvolta tutta la sua vita. In quel periodo lo abbiamo sostenuto un sacco e anche noi siamo rimasti delusi quando la cosa non si è sviluppata. Jason non vedeva l’ora, ho sentito anche alcune registrazioni che suonavano benissimo. Se avessero finito il disco, sarebbe stato eccezionale. Anche noi nei Foreigner ci siamo rattristati per questo. Ma poi John Paul Jones è andato con i Them Crooked Vultures e Jason ha nuovi piani. Collabora con la band Black Country con Joe Bonamassa e Glenn Hughes. Non ho ancora sentito le registrazioni, ma da quanto raccontano alcuni colleghi, i pezzi suonano molto promettenti. Non vedo l’ora che il disco esca. Jason è entusiasta dei risultati, Joe Bonamassa è un chitarrista eccezionale e Glenn Hughes canta ancora in modo incredibile.

intervista a cura di: Jernej Vene

testo a cura di: Aleš Podbrežnik

fotografie: Aleš Podbrežnik & Dragan Bulič

Com’è andato poi il concerto dei Foreigner all’Alcatraz di Milano, l’11.04.2010, lo puoi leggere QUI.

Galleria fotografica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie