Forevermore
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Whitesnake
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: year
Voto: 3/5
Whitesnake! Oggetto di filosofie approfondite e di vastissimi simposi musicali al massimo livello. La reunion del 2003 e nel 2008 il disco del ritorno “Good To Be Bad”! Poi la minaccia di David Coverdale di piantarla con la carriera musicale, soprattutto dopo che in giro erano trapelate le accuse secondo cui sul palco si farebbe aiutare da matrici vocali pre-registrate. Ma il tipo non sa starsene lontano dalla musica. Ed è giusto così. Mica ha già appoggiato il microfono in un angolo a prendere polvere! No. A tre anni da “Good To Be Bad”, i Whitesnake tornano con un nuovo album.
“Forevermore” è un disco più caldo, dal suono più “naturale”, molto meno fissato con le chitarre metalizzate rispetto al predecessore, che in quanto a rumorosità del suono non conosceva praticamente il freno a mano. Per questo su “Forevermore” sono tornate alcune delle caratteristiche per cui David Coverdale con i suoi Whitesnake è più apprezzato e riconoscibile.
Chi pensa che da qui in poi si parlerà di confronti tra le varie reincarnazioni della band lungo tutta la carriera dei Whitesnake fino a oggi, si sbaglia di grosso. Lasciamo il passato da parte, altrimenti con “Forevermore” non saremo mai tutti contenti. Per il 2011, considerando tutti gli alti e bassi di Coverdale in una ricca carriera musicale che si snoda dai primi anni Settanta in avanti, il nuovo album mantiene la credibilità delle fondamenta musicali della band. È vero che la voce di Coverdale è cambiata coi tempi, che non ha più l’articolazione di una volta e non riesce più a trasmettere il celebre carattere “affumicato e seducente” in modo uniforme lungo tutte le linee vocali, ma resta comunque un uomo dal carisma e dall’interpretazione unici, senza il quale i Whitesnake non si possono immaginare nemmeno per un attimo.
I brani del nuovo album sono, come dicevo, più “digeribili” rispetto al caricatissimo predecessore “Good To Be Bad”, che era stato di fatto “castrato” di tutte quelle nobili radici del primo impulso musicale che David Coverdale porta scritto nel cuore e che l’hanno elevato a uno dei interpreti hard rock più succosi dell’era del rock. Dodici pezzi sono parecchi, ma fidatevi, non vi annoierete. Ogni fan della band, soprattutto chi ama l’epoca da “1987” in avanti, troverà anche stavolta molti motivi per essere contento.
La coppia di chitarristi Aldrich/Beach stavolta ha proposto una tavolozza di idee musicali molto più varia per i riff portanti, gli ornamenti di passaggio e naturalmente gli assoli. Il duo suona “più rilassato”, a tratti ci mette più sentimento e non corre né spara da tutte le canne “al primo colpo”. Già il primo brano dell’album, Steal Your Heart Away, riesce a fare spazio a quello che ci era mancato su “Good To Be Bad” e che era (ed è) il marchio di fabbrica dei Whitesnake. Quel velo che attraversa tutta la carriera di Coverdale, un angolino di blues che nobilita senza invadenza il lavoro di base dei Whitesnake. Così anche il carisma tipico della voce di Coverdale torna a emergere con più chiarezza.
Certo, qui bisogna andarci cauti: Doug Aldrich e Reb Beach sono prima di tutto piloti da rally e “schredder” quando si parla di chitarre, solo dopo c’è spazio per qualche altra spezia. Prova diretta di questo fatto è Whipping Boy Blues, che è tutto tranne quello che il titolo lascerebbe intendere. Di “fissa metal” quindi sull’album ce n’è meno, e per esempio My Evil Ways respira in modo del tutto godibile nella simbiosi tra la retorica del taglio carico e la vecchia dottrina incarnata dal carattere di Coverdale. Già il primo singolo dell’album, Love Willl Set You Free, è un depliant riuscito del tipico riff di chitarra come quelli che Aldrich e Beach portano nei nuovi Whitesnake, e della giurisdizione riconoscibile della melodia classica dei Whitesnake. La title track è qualcosa che Coverdale si porta dentro da sempre. Senza dubbio il culmine del disco, tenuto da parte per il suo finale ad alta pulsazione. La prima parte è acustica, a farla da padrone è l’interpretazione di Coverdale, poi all’improvviso il pezzo si spezza in una rumorosa progressione rock, rinforzata da una melodia orientaleggiante del tipo di certe imprese di un tempo, come Stargazer (Rainbow) o Kashmir (Led Zeppelin). L’arabesco è ottimamente bilanciato da un ritornello malinconico, molto melodico e dalla forma classicheggiante. Insomma, un teatro drammatico trascinante in chiusura di disco, che spicca decisamente sull’album e che per la sua varietà può reggere il confronto con classici come Still Of The Night.
Dopo un avvio hard rock vivace con la sequenza Steal Your Heart Away, All Out Of Luck e Love Will Set You Free, Coverdale e compagni si calmano con la riuscitissima Easier Said Than Done, ottima candidata per la pubblicazione del secondo singolo di questo album. Viaggia sulla scia di un ritmo ondeggiante e un po’ civettuolo che cerca di acchiappare qualcosa dell’eredità di Is This Love. Tell Me How potrebbe tranquillamente sostituire Steal Your Heart Away in apertura. Un rocker affilato che parte al primo colpo! Se proprio vogliamo cercare un po’ di cosmesi rustica, ne troviamo parecchia in I Need You (Shine a Light), dove dalla melodia del pezzo e soprattutto dal ritornello rapace traspare un po’ della vecchia scuola Whitesnake degli anni Ottanta, ma anche della formazione Mk. IV dei Deep Purple. Già che parliamo di rusticità, questa si approfondisce anche nella graziosa scrittura acustica della melodica e piacevolmente orecchiabile One Of These Days, dove si trovano pure alcune tracce degli anni di apprendistato di David con i Purple. Il tutto, con la sua spensieratezza e prevedibilità, tira anche verso gli Eagles. La sensazione di una concezione così banale si approfondisce anche in Fare Thee Well, dove nell’acustica si insinua ancora un po’ di carattere sudista. Anche questo pezzo sarebbe un’ottima scelta per un singolo. Love & Treat Me Right, invece, prova a catturare l’eredità del classico Love Ain’t No Stanger.
La sensazione generale è che i brani stiano uno accanto all’altro alla pari, e per questo “Forevermore” è un album competente in tutto e per tutto. I Whitesnake sono riusciti a mettere insieme 12 brani, nessuno dei quali porta la macchia dei “buchi temporali di mancata ispirazione” (i cosiddetti “filler”). La varietà tra i pezzi è abbastanza ampia e il disco si sviluppa in modo dinamico. È un album dei Whitesnake che giustifica ogni singola lettera del nome della band. Un disco hard rock solido, compatto, vivo, carico di energia. Parliamo del nuovo millennio. Del traguardo che Coverdale con questa formazione può offrire oggi. Insomma, adattati ai tempi nuovi. Va però ignorato il livello dei testi, scemi al punto che oggi forse li batte solo Bon Jovi, i quali però, a differenza di Coverdale e compagni, hanno perso da un pezzo ogni senso creativo.
“Forevermore” è un disco che non cerca il successo, ma riassume l’essenza della formazione dei Whitesnake nel nuovo millennio e la sua portata. Resta nelle acque che conosce, non esplora niente di nuovo. È al sicuro in casa e David lo sa fin troppo bene. Sa dove sono piantati i paletti e li rispetta con saggezza. Di playing affilato con quel vero voltaggio ultrarock infernale ce n’è a palate, e certi duelli scatenati tra le due chitarre tolgono davvero il fiato. Certo, dà nell’orecchio il prendere in prestito alcune idee più vecchie, già collaudate da tempo, che avevano colto l’attualità al momento giusto; incredibile, anche se meno importante, pure lo stampare il marchio Whitesnake sulla copertina del nuovo album. O la band dopo “1987” non dà più alcun peso all’effetto del design, oppure per l’estetica semplicemente non ha il senso giusto. Nel complesso possiamo dire che “Forevermore” è un ottimo album. Molto più un disco dei Whitesnake del suo predecessore, a dimostrazione che David Coverdale e compagni conservano tutta l’autenticità della vera potenza hard rock!
Še tole. Un refuso di stampa si è infilato nel libretto e ha storpiato il nome del batterista Brian Tichy con due “i”.
Formazione
David Coverdale – voce
Doug Aldrich – chitarra
Reb Beach – chitarra
Michael Devin – basso
Brian Tichy – batteria
MUSICISTI OSPITI:
Timothy Drury – tastiere
Jasper Coverdale – voce
Produzione
Los Bros Brutalos
Tracklist
1. Steal Your Heart Away (5:19)
2. All Out Of Luck (5:28)
3. Love Will Set You Free (3:52)
4. Easier Said Than Done (5:13)
5. Tell Me How (4:40)
6. I Need You (Shine A Light)(3:49)
7. One Of These Days (4:53)
8. Love And Treat Me Right (4:14)
9. Dogs In The Street (3:52)
10. Fare Thee Well (5:18)
11. Whipping Boy Blues (5:01)
12. My Evil Ways (4:33)
13. Forevermore (7:27)