Fuga londinese tra gli hit radiofonici degli anni Ottanta (2014)
Band: Foreigner, Europe, FM
Luogo: Londra / Hammersmith Apollo / Regno Unito
Data: 13.04.2014
Dopo l’indimenticabile avventura live del sabato, con la O2 Arena di Dublino piena fino all’ultimo angolino per i leggendari Status Quo, la mattina dopo ero già in viaggio per Londra, dove mi aspettava una bella giornata di sole.
La capitale britannica, insieme a New York e Los Angeles, è considerata una delle più grandi mecche della storia della musica: dalla città sulle rive del Tamigi arrivano un sacco di giganti del rock come David Bowie, The Rolling Stones, The Police, Sex Pistols, mentre i Beatles e Jimi Hendrix, per dire, hanno toccato il loro apice creativo proprio dopo il trasferimento a Londra. Oltre ai soliti posti da turista, la più grande città britannica nasconde di conseguenza anche tanti angoli fuori mano dove si è scritta la storia della musica. Durante la giornata mi sono fatto un giro fino a Heddon Street, nel punto che campeggia sulla copertina del leggendario album di Bowie «Ziggy Stardust and the Spiders from Mars» (1972), poi via, passando per l’Hard Rock Cafe, fino alla famosa Abbey Road, dove nei giorni scorsi Andrej Šifrer stava registrando il suo nuovo album, anche se a portarne il nome in giro per il mondo sono stati soprattutto i Beatles, più che il nostro Drejc. A metà pomeriggio, partendo a piedi dalla sala di Hammersmith, ho raggiunto anche il luogo commemorativo dove nel 1977, in un incidente stradale, si è spenta la vita di Marc Bolan, frontman dei T. Rex. Insomma, una vera giornata rock’n’roll, che chiedeva a gran voce un finale a tema con un bel concerto!
L’esperienza del giorno prima, quando mi ero perso tutto il gruppo spalla e perfino l’inizio del concerto degli Status Quo, è stata una lezione sufficiente: stavolta ero davanti alla sala già alle sei del pomeriggio, appena aperte le porte. Per la prima volta in vita mia mi trovavo davanti al celebre Hammersmith Apollo, dove nel corso dei decenni si sono esibite eminenze come Beatles, Johnny Cash, The Who, Kate Bush, Bruce Springsteen, Queen, Dire Straits, Neil Young, Elton John, Motörhead… in pratica la lista degli artisti è infinita, quindi entrando, che lo volessi o no, mi tremavano le gambe dalla soggezione! Quella sera nella storica sala londinese faceva tappa un possente tour americano-svedese-britannico guidato dai «hitmaker» anni ’80 Foreigner. Ma andiamo con ordine.
I primi a salire sul palco, già alle sette, quando la sera non era ancora riuscita a cancellare il sole dall’orizzonte, sono stati i veterani AOR di casa FM, che negli ultimi anni, tra nuove uscite e concerti, stanno vivendo una seconda giovinezza. Nonostante la sala fosse ancora mezza vuota, gli FM, nel momento stesso in cui hanno preso possesso del palco, hanno affrontato l’esibizione da professionisti e con un brano del loro ultimo disco, Tough Love, hanno portato la sala in un viaggio di quaranta minuti fatto di emozioni profonde, tanto tipiche del loro modo di fare musica! Il sestetto sul palco ha dato il massimo. Nonostante le radici lontane, per via della lunga pausa sono quasi ripartiti da zero nel conquistare gli appassionati del sound anni Ottanta, quindi ogni goccia di sudore investita nelle esibizioni è praticamente indispensabile. Gli FM sono musicisti eccezionali, e l’equilibrio sonoro, insieme al ritornello contagioso del vecchio classico I Belong to the Night, ha spinto a battere le mani a tempo anche la sala, che si riempiva sempre di più. L’intesa tra le due chitarre e il tocco leggero delle tastiere sotto le dita di Jem Davis, nella ricerca del perfezionismo, ha limato alla perfezione anche dal vivo i passaggi melodici, tanto che durante l’esecuzione del loro pezzo più riconoscibile, That Girl, nessun cuore femminile presente è rimasto freddo, mentre per chiudere i britannici hanno servito anche Burning My Heart Down, con un riff un po’ più duro e hard rock, ma non per questo meno ruvido nell’interpretazione vocale di Steve Overland, di ottimo umore quella sera.
Secondi in scaletta sono saliti sul palco gli EUROPE, che si sono uniti al tour di Foreigner e FM nella tranche britannica, dopo che i Foreigner avevano suonato da soli in Irlanda a fine marzo. Il più grande prodotto rock svedese, esploso nel 1986 con l’album «The Final Countdown», non ha certo bisogno di presentazioni. Il quartetto ha aperto lo show nel buio totale e, sotto il colpo di riff del brano d’apertura Riches to Rags, è esploso in una luce rosso-viola. Anche gli Europe negli ultimi anni hanno aumentato i tour, quindi sull’affiatamento non c’era da preoccuparsi: le piccole differenze tra un loro concerto e l’altro dipendono solo da come si sentono e da come si approcciano la serata. Quella sera non erano al cento per cento. Nell’ora scarsa passata insieme gli Europe non hanno suonato al meglio, e non è stato difficile notare un atteggiamento da routine, tenuto a galla solo dal cantante, dalle ottime doti da frontman, Joey Tempest. Il biondo Tempest era l’unico dei cinque a sfruttare le dimensioni del palco e a battersi con un pubblico statico (seduto), che per l’hard rock degli svedesi era già di per sé un osso duro. Non ho dubbi che, con il parterre in piedi, anche gli altri membri avrebbero picchiato come cannoni, invece il trasferimento di energia tra band e platea non ha funzionato come al solito.
In uno dei suoi discorsi Tempest si è ricordato della sua prima volta nella celebre sala. «I still remember, I was 16 (indica i posti in alto), when I first came here – to see Thin Lizzy»! L’omaggio ai suoi idoli di gioventù nelle mie orecchie è arrivato caldo caldo, visto che nei giorni prima del concerto me l’ero girata per Dublino, a caccia dell’eredità ancora viva dell’immortale Phil Lynott e compagnia. Ma torniamo al concerto!
Con l’eccezione di tre pezzi, gli Europe con il repertorio scelto si sono addentrati a fondo negli anni Ottanta, il che, vista la fama della band, è logico, anche se nelle interviste sottolineano sempre quanto si concentrino e vadano fieri degli album usciti dopo la reunion del nuovo millennio. Il brano Supersticious l’hanno condito con un inserto della hit dei primi Whitesnake Ain’t No Love In The Heart Of The City, e visto come Tempest imitava a gesti le mosse sexy sul palco di David Coverdale non c’era davvero niente di sorprendente. Dalle dita di John Norum, sul lato destro del palco, arrivavano assoli affidabili, in cui il chitarrista di origini norvegesi si lasciava spazio libero per l’interpretazione, il che ha dato ancora più spinta alla già esplosiva dinamica del materiale classico degli Europe. Dopo la sempre benvenuta pelle d’oca di Sign of the Times gli svedesi hanno sorpreso con l’esecuzione della più rara Cherokee, ma siccome l’orologio sul lato sinistro scalava i minuti concessi troppo in fretta, gli Europe hanno dovuto accorciare il finale di un pezzo. I due più grandi successi, Rock The Night e The Final Countdown, sono comunque riusciti a far alzare in piedi il pubblico londinese (viziato o semplicemente esigente?), e nonostante il retrogusto amaro dovuto alla sistemazione a sedere poco adatta, l’incontro con la perla dell’hard rock europeo anni Ottanta ha saputo saziare l’appetito, come sempre finora!
Come headliner della serata, gli unici con la scaletta completa, per il secondo sera di fila si sono presentati al pubblico londinese i giganti americani del rock melodico e classico, FOREIGNER. Una band che negli ultimi sei, sette anni suona con impegno anche da questa parte dell’Atlantico, dove in questi anni di ritorno regolare sulle scene è già riuscita a consolidare la fama, conquistata tanto tempo fa, di spaccacuori e di vera delizia da concerto.
Dall’uscita del loro ultimo album «Can’t Slow Down» sono passati già cinque anni, in cui ci hanno bombardato con una serie di uscite live e compilation; l’ultima a febbraio, la raccolta delle ballad più belle «I Want To Know What Love Is: The Ballads». Trattandosi di una band con tantissimi hit radiofonici, le compilation di questo tipo sono ovviamente redditizie, ma dal punto di vista musicale noi fan possiamo solo scrollare le spalle e farci una domanda: c’era davvero bisogno?
I Foreigner sono partiti con il classico inizio di due title track, Double Vision e Head Games, ma toh, guarda un po’, al posto del chitarrista principale sul palco è comparso l’ultimo arrivato della formazione, Bruce Watson. Già da qualche anno i Foreigner iniziano i concerti con un calcolo preciso, senza la loro prima corda e fondatore della band, Mick Jones, che risparmia gli atomi di forza che gli servono per il resto dello show. Dietro a questo piccolo trucchetto, quasi invisibile dal vivo, si sente di nuovo il fruscio dei bigliettoni, perché i Foreigner evidentemente suonano «a ogni costo». I primi tre pezzi senza il capo della band, diciamocelo, sono un gesto difficile da giustificare.
Per fortuna il timone del palco è nelle mani di Kelly Hansen, un tipo ormai cinquantaduenne, ma che per saltelli ed energia gliene daresti la metà. Il tizio ha proprio tutti gli ingredienti del bravo frontman. Gesti carismatici, giochetti col microfono e incitamento del pubblico sono ormai una costante dei suoi concerti, e non meno convincente è il lavoro vocale, dove dimostra che le estensioni di Lou Gramm gli sono entrate sotto pelle da un pezzo, riuscendo allo stesso tempo ad aggiungerci la sua identità. Durante la hit Cold as Ice Kelly Hansen è saltato giù dal palco e si è concesso una lunga passeggiata in mezzo al pubblico, il che ha aggiunto al brano, già dalle dimensioni epiche, un vero tocco teatrale! Dopo una delle canzoni più belle di tutta la carriera, Witing for a Girl Like You, ai colleghi sul palco, dopo la presentazione speciale di Hansen, si è (finalmente!) unito Mick Jones, che nel resto del concerto, insieme al frontman già citato, è rimasto sempre sotto i riflettori.
Un posto ben visibile nel repertorio l’ha avuto stavolta l’omonimo album di debutto della band, del lontano 1977, nato quando i titani del prog rock hanno iniziato a fare musica sempre più melodica e hanno contribuito a plasmare il genere AOR. Lo spirito di quel periodo lo catturano bene i pezzi suonati Feels Like the First Time e, ancora di più, Starrider, che oltre a una struttura più complessa contengono un intreccio sognante e carico di atmosfera di tastiere sotto le dita di Michael Bluestein (il tipo è tornato sui palchi dopo aver sconfitto un cancro!) e Thom Gimbel. Il racconto perfezionista, scolpito al massimo del calibro erotico, lo incarna Urgent, un brano con uno dei più bei contributi di sax della storia del rock. L’intimità di tutte le anime romantiche l’hanno poi spezzata due lunghi assoli, di tastiere e di batteria, durante i quali gli altri ragazzi dietro le quinte hanno potuto concedersi una pausa, magari anche in compagnia di una bombola d’ossigeno. E qui è nato il problema! Non riuscivo a togliermi la sensazione che i Foreigner, negli ultimi due, tre anni, con i discorsi sempre più lunghi di Hansen e trucchetti furbi, abbiano iniziato a comprare tempo contro l’orologio che ticchetta spietato per Mick Jones. L’architetto della band, 69 anni, sul palco è sembrato del tutto credibile e ha sfruttato volentieri tutta l’attenzione, ma l’intensità dei concerti non è più al massimo livello cinetico. Jones si è seduto alle tastiere per la ballad sempreverde I Want to Know What Love Is e ha aperto lui stesso il celebre tema d’amore, in cui alla band (come già, per esempio, all’High Voltage Festival di Londra nel 2010) si è unito un coretto di una dozzina di coriste dai volti innocenti da adolescenti. Rinforzati vocalmente, i Foreigner hanno soffiato un’ultima volta sull’anima di tutti gli innamorati presenti, anche se un’amplificazione migliore per le ospiti sul palco avrebbe senza dubbio alzato ancora il voltaggio della pelle d’oca!
I vecchi gatti della musica, con i Foreigner in testa, hanno riportato l’auditorium sold out dell’Hammersmith Apollo di Londra negli anni Ottanta, quando nelle classifiche regnava l’eredità rock della brillantezza melodica. Foreigner, Europe e FM sono band che vanno ognuna per la propria strada, con una propria identità, e ognuna di loro, quella sera, è riuscita ad aggiungere il suo tassello al mosaico di un’altra indimenticabile serata di musica dal vivo.
autore: Urban Bolta
foto: Urban Bolta
Scaletta:
FOREIGNER:
1. Double Vision
2. Head Games
3. Cold as Ice
4. Waiting for a Girl Like You
5. Feels Like the First Time
6. That Was Yesterday
7. Dirty White Boy
8. Starrider
9. Urgent
10. Keyboard and Drum Solo
11. Juke Box Hero
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12. Long, Long Way from Home
13. I Want to Know What Love Is
14. Hot Blooded
EUROPE:
1. Riches to Rags
2. Firebox
3. Superstitious
4. Let the Good Times Rock
5. No Stone Unturned
6. Carrie
7. Scream of Anger
8. Sign of the Times
9. Cherokee
10. Rock the Night
————–
11. The Final Countdown
FM:
1. Tough Love
2. I Belong to the Night
3. Don’t Stop
4. Closer To Heaven
5. That Girl
6. Crosstown Train
7. Burning My Heart Down
























