Gazpacho: Fireworker

0 187

Etichetta: Kscope Records
Data di uscita: 18. 9. 2020
Produzione: Gazpacho
Durata dell’album: 50.25 min
Genere: Progressive Rock/Crossover-Prog
Voto: 10/10


Gazpacho non è soltanto una fredda zuppa spagnola piena di potenziali sorprese in fatto di ingredienti: lo stesso vale per la band norvegese di progressive rock che porta lo stesso nome e che resiste sulla scena da ormai due decenni. «Fireworker» è il titolo della nuova, ambiziosa fatica del quintetto che, dopo l’uscita del più che solido e qualitativamente altissimo predecessore «Soyuz» (2018) e dell’altrettanto valido «Molok» (2015), aveva cominciato a mostrare segni di stanchezza sul piano delle idee. Sembrava che i Gazpacho avessero toccato il loro apice evolutivo e artistico e che non avessero più nulla di nuovo da offrire. Per fortuna non è una regola assoluta. Almeno quando si parla di arte. Mai dire mai, perché «Fireworker» riporta i Gazpacho dritti ai tempi della massima freschezza creativa e, sul piano espressivo, lo mette fianco a fianco con i loro lavori più apprezzati. Soprattutto quelli usciti tra il 2007 e il 2014, quando la band ha infilato una serie di dischi davvero eccezionali: «Night» (2007), «Tick Tock» (2009), «Missa Atropos» (2019), «March of Ghosts» (2012), «Demon» (2014). Il nuovo capolavoro è dunque qui e per molti fan del gruppo finirà ai vertici dei preferiti dell’intera discografia.

Il gruppo è sempre stato famoso per muoversi nella propria arte in modo autonomo, personalissimo, evocando eclettismo. In senso progressivo la sua musica non è tecnicamente complessa o enigmatica. Tutt’altro. Funziona piuttosto come una sostanza inebriante che ti culla fino al sogno. I Gazpacho sono maestri nel costruire atmosfere magniloquenti e avvolgenti, per lo più rivolte ai bui spazi della malinconia, ma sono al tempo stesso maestri nell’evocare il misticismo e nel creare misteri. Il tema che stavolta entra al centro della storia dell’album, quella del ‘fireworker’, per i Gazpacho non è nemmeno più una novità. Hanno sempre amato filosofeggiare e addentrarsi nella psicologia umana. La differenza, forse, è solo che stavolta l’intero disco si dedica all’esplorazione dell’interiorità dell’uomo.

«Fireworker» è – come la maggior parte dei dischi dei Gazpacho finora – una nuova avventura concettuale, che stavolta parte dal presupposto che l’umanità sia controllata da un essere onnisciente e infallibile, il quale, per la propria eterna esistenza, cerca e sfrutta senza compromessi ogni possibilità di riprodursi con successo e, di conseguenza, di diffondere la specie.

Cosa si nasconde dietro il concept lo riassume meglio di tutti la spiegazione del suo creatore, il tastierista della band Thomas Anderson: “Nella nostra mente vive una parte nettamente separata dalla coscienza. Io la chiamo ‘fireworker’, o lucertola, o anche ‘cowboy spaziale’. È una forza vitale eterna e indistruttibile, che sopravvive a ogni generazione umana, sviluppa ogni volta una nuova variante della specie e risiede in ognuno di noi. Si evolve insieme a noi, usando la nostra coscienza, e ogni volta ci frega controllando le nostre azioni. Per raggiungere i suoi scopi e usarci per i propri bisogni, il ‘fireworker’ bloccherà quelle parti della nostra mente dove risiedono il senso di opposizione e il rimorso, e questo significa che non possiamo fermarlo. La parte cosciente della nostra mente finirà in realtà per ‘razionalizzare e legittimare’ quei pensieri, così non siamo mai in grado di scoprire la creatura che se ne sta dietro le quinte di tutto quello che succede. Comunque percepiamo la nostra identità, realizzazione, i nostri traguardi e valori, siamo solo la rete di vasi della ‘ragionevolezza’ che l’essere sfrutta. Lo fa finché ha bisogno di noi. Se accetti il gioco, l’essere ti ricompenserà come un bambino piccolo e ti sentirai fantastico, altrimenti verrai punito duramente!”

Qual è il grande punto di forza dei Gazpacho quando si parla di unicità della loro visione musicale? Chiaro che una musica così intrappola gli ascoltatori un po’ più esigenti, perché anche «Fireworker» resterà incastrato nei loro lettori CD per settimane, senza voler più uscire. I Gazpacho creano album che per tutta la loro durata si sviluppano in modo graduale, «progrediscono» artisticamente, danno un senso assoluto di evoluzione spontanea degli eventi e a ogni passo sorprendono con svolte e deviazioni inattese in una successione armoniosa di motivi e stati d’animo. Anche se la band è, in tutto ciò che fa, estremamente concisa. Eppure la musica suona molto fluida: si può dire che ondeggi o ti parli come una leggera brezza che ti accarezza e ti culla in uno stato vicino all’ipnosi, o addirittura a un’esperienza quasi trascendentale. E tutto questo stavolta funziona particolarmente bene con il tema di fondo dell’album concept.   

Cinque brani: due lunghe suite epiche e tre pezzi brevi «di raccordo» nel mezzo. Idea e musica sono geniali in ogni istante, legate in una contemplazione brillante. Non deviano nemmeno per un attimo dal percorso di un dialogo reciproco impeccabile. La band è brillantemente affiatata e anche molto legata sul piano della percezione musicale, e questo si riflette in una straordinaria coesione compositiva ed esecutiva. L’iniziale Space Cowboy è considerata una delle opere più ambiziose dell’intera carriera del gruppo. Svela subito chi è questo invisibile «parassita spaziale», mentre la band scorre con una fluidità dinamica eccezionale attraverso una grande varietà di motivi, includendo anche un generoso supporto sinfonico con neoclassicismi (canto corale), e il dramma teatrale viene portato alla massima intensità. Hourglass allenta la tensione e la spinta cupa della suite epica d’apertura, mentre l’album fluttua su un’integrazione eccellente di arrangiamenti d’archi delicati e melodiosi. La title track porta la massima musicalità compatta concentrata in un solo punto del disco. Ha un tocco di folk rock, con un motivo particolarmente curato che ti resta in testa, e un cantato pittoresco, espressivo, essenziale e riconoscibile al volo, che colpisce con un’intensità speciale. Dopo la mistica e misteriosa Antique, l’album sfocia nell’altra suite epica, Sapien, che porta la maggiore durezza rock, anche metallizzata, nel fraseggio chitarristico ben calibrato. L’uso movimentato delle tastiere (suono di organo Hammond, vari tappeti di sintetizzatori, un suono vicino al mellotron,…) e del pianoforte si riversa di continuo, per contrasto, negli scoppi di fiammate abbaglianti di frasi di chitarra dal suono aperto, che intensificano le atmosfere e ne provocano improvvisi cambi di rotta. Sapien chiude l’album al culmine del dramma teatrale, dove regnano malinconia e oscurità senza fine. Il disco non cade mai nel caos. Tutto è al suo posto. È finissima meccanica compositiva, che riflette l’eccezionale maturità dei membri della band. Che affrontano tutto con concisione e con un senso del comporre sottile, da filigrana. L’impegno scandinavo nel raggiungere la perfezione risplende in questo lavoro in tutta la sua proverbiale luce.

Il cantato è eccezionale. Teatrale, sembra fuso con quel senso di «musica da film» che accompagna in modo così intenso anche il nuovo album del gruppo. Di nuovo azzeccato il paragone con il tenore di Thom Yorke (Radiohead). La musicalità delle linee vocali evoca ancora qualcosa dei Marillion dell’era con Steve Hogarth. Visto che abbiamo aperto il capitolo paragoni, con «Fireworker» i Gazpacho continueranno a piacere agli amanti del sound attuale delle band stilisticamente trasformate come Anathema e Katatonia e, sul versante opposto, Porcupine Tree e Riverside; da sempre, poi, nell’espressione del gruppo si insinua anche quella cupa connotazione alternative rock gradita agli estimatori dell’arte dei Radiohead e, da poco, anche dei The Pineapple Thief e perfino degli Elbow. Quanto all’ipnosi che l’album sviluppa, e anche alla cupezza delle atmosfere ondeggianti da trip, i Gazpacho sanno attirare l’attenzione degli amanti del post rock e perfino dei tempi pionieristici segnati dai Talk Talk.

Insomma. «Fireworker» è l’incrocio di paragoni sensati con tutto quello che abbiamo appena elencato, e con qualcosa di più. Allo stesso tempo è una deviazione personalissima verso una posizione chiaramente distinta di visionarietà musicale, che mantiene e coltiva il proprio spirito avventuroso, fatto di passioni in perenne ricerca. Per questo «Fireworker» ricompenserà in modo particolarmente profondo ogni ascoltatore che ci si immerga davvero. A lungo, perché è un lavoro che entra piano nell’orecchio. Ha quel fascino che si ascolta volentieri, ma allo stesso tempo simboleggia uno sviluppo graduale e continuo che non segue per niente la forma strofa-ritornello (2x), mid-eight, più ritornello. Per questo i motivi sono difficilissimi da memorizzare. Nonostante tutto il fascino musicale che cattura. È proprio questo il bello del suo eclettismo. «Fireworker» rientra tra i vertici artistici usciti nel campo del progressive rock o, più precisamente, del «crossover prog».

Autore: Aleš Podbrežnik


Tracklist:
1. Space Cowboy (19:41)
2. Hourglass (4:15)
3. Fireworker (4:41)
4. Antique (6:24)
5. Sapien (15:22)

Formazione:
 Jan Henrik Ohme – voce
Thomas Alexander Andersen – tastiere
Jon Arne Vilbo – chitarra
Mikael Krømer – violino, mandolino
Kristian “Fido” Torp – basso
Robert Johansen – batteria, percussioni

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie