Gentle Giant: The Power And The Glory

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Etichetta: Vertigo
Data di uscita: 22/9/1974
Produzione: Gentle Giant
Durata dell’album: 37:11 min
Genere: Progressive Rock / Experimental Rock
Voto: 10/10


Il sesto album delle leggende del progressive rock, “The Power And The Glory”, è un concept album su corruzione e abuso di potere, con testi che ti spingono ogni volta a riflettere sulla qualità del nostro assetto sociale. Musicisti super intelligenti e di raffinata cultura letteraria, già in passato capaci di conquistare con la loro arguzia lirica, hanno preso il titolo dell’album e l’ispirazione per buona parte dei temi dei testi dall’omonimo romanzo del celebre scrittore britannico Graham Greene. Così i maestri delle forme eclettiche del progressive rock hanno ancora una volta confermato la loro unicità nell’infilare con sottigliezza tematiche di coscienza sociale dentro schemi sonori ad altissima complessità.

Fedeli al proprio nome e alla propria filosofia, anche su “The Power And The Glory” sfruttano le loro invidiabili doti virtuosistiche per costruire mosaici compositivi eclettici, per lo più contraddistinti da ritmi scanzonati, per non dire sbarazzini, e da polifonie dissonanti e protettive. Se sull’ottimo predecessore “In a Glass House” (1973) si sentiva un po’ più di peso sulle finezze hard rock, stavolta hanno di nuovo lasciato più spazio agli arrangiamenti jazzistici. Dentro schemi polimetrici e cambi di tempo inattesi non mancano nemmeno stavolta motivi barocco-pastorali di folk rock, elementi di avanguardia e il buon vecchio jazz rock fusion.

Il chitarrista Gary Green non lesina sulle sue radici blues e sazia l’appetito dei buongustai della musica con riff hard rock massicci e assoli marcati. I fratelli Shulman, a fiati e archi, sono sempre di una coerenza e un’inventiva eccezionali, mentre Kerry Minnear conquista con le sue armonie vocali angeliche almeno quanto con i suoi colorati arrangiamenti di tastiera. Insieme al carismatico sassofonista Derek, che a mio parere, nonostante l’essere stato trascurato, è tra i migliori cantanti nella storia del prog rock, forma un duo vocale inseparabile che dà alle composizioni ancora più contrasto. John Weathers, con i suoi passaggi massicci ma dinamicissimi, garantisce quella giocosità ritmica che nella loro musica ha sempre avuto un ruolo importantissimo.

L’album è attraversato dall’inizio alla fine, in modo scherzoso e scanzonato, da un sarcasmo straordinario a spese dei potenti e delle istituzioni. Nella loro satira mantengono il riconoscibile umorismo britannico, quindi è inutile cercare chissà quali parentele con le battute di critica sociale dell’immortale Frank Zappa. L’iniziale “Proclamation” è una satira feroce su dittatura e assolutismo, costruita su arguti schemi ritmici jazz, frasi di chitarra blues e protettive armonie vocali dissonanti. La voce di Derek, sorretta da polifonie drammatiche, trasuda tragicomicità ed è in perfetta sintonia con l’attacco lirico contro la tirannia e le istituzioni conservatrici. Nella loro migliore tradizione non mancano i tanti cambi imprevedibili con sezioni strumentali complesse, che faranno applaudire tutti gli amanti del prog rock con un alto tasso di nutrimento virtuosistico.

Sulla malinconica “So Sincere” emergono gli spiritosi motivi barocchi del violino di Ray, che fanno compagnia al falsetto sfacciatamente alto di Green. Tra ritmi sparpagliati si infilano numerosi arrangiamenti jazz-avanguardistici alle tastiere e massicci riff di chitarra. Green brilla col suo canto angelico anche su “Aspirations”, una ballata dall’impronta jazz che è tra le cose più belle della loro carriera. Nella melodia delicata, per cambiare, non c’è traccia della solita buffoneria alla Gentle Giant. Eppure nel testo restano con i piedi ben piantati per terra, perché è una satira senza compromessi sulle vuote promesse politiche (da campagna elettorale). Segue l’indimenticabile classico Gentle Giant “Playing the Game”, che secondo me è il culmine di tutto l’album, perché incarna il meglio di ciò che questa band rappresenta. La performance teatrale di Derek, che si cala fino in fondo nel ruolo di un governante borioso con appetiti assolutisti, è sostenuta da giocosi schemi ritmici al vibrafono, linee di basso ben piene e una batteria tempistica quanto basta, che in un attimo evoca il goffo incedere di un gigante gentile. Le frasi di chitarra hard rock di Green, argute, passeggiano tra i ritmi birichini con una fluidità incredibile. Colpisce anche il breve intervallo pastorale con la voce di Kerry, seguito da una celestiale sezione jazz rock fusion.

“Cogs in Cogs” è un altro classico amatissimo. Questo pezzo completamente fuori di testa vanta una sbrigliatezza ritmica pazzesca, improvvisazioni vocali folli e frasi di chitarra assassine. Arrangiamenti folk rock saltellanti insieme ad armonie vocali paranoiche non devono mancare in nessun album dei Gentle Giant che si rispetti. Una ricetta simile la segue anche il folk rock di “No God’s a Man”, dove si concedono una satira arguta a spese delle istituzioni ecclesiastiche. Dentro arrangiamenti pastorali e acustici hanno infilato con grande abilità succosi passaggi di chitarra hard rock e trame sacrali degli organi di Minnear. “The Face”, che non rinuncia agli inserti solistici, vanta saporiti arrangiamenti d’archi al violino, frasi di chitarra eclettiche e un’altra performance vocale teatrale. La chiusura “Valedictory” è un’orgia sperimentale totale in cui si intrecciano innumerevoli motivi sonori. Alle frasi hard rock seguono feroci inserti ritmici fusion, mentre le vocalizzazioni dissonanti, in mezzo a un tempo folle, toccano il loro apice. 

In alcune versioni dell’album, in coda c’era una bonus track, “The Power And The Glory”, uscita anche come singolo. La band non andava troppo fiera di questo pezzo, perché è una delle sue cose più commerciali, nata esclusivamente su richiesta dell’etichetta. Negli anni successivi la casa discografica li spingerà sempre di più a fare brani con una carica commerciale, ma al di sotto del potenziale strumentale e intellettuale del gruppo, il che porterà alla rottura dell’equilibrio.

“The Power And The Glory” è uno dei vertici in studio dei leggendari burloni del progressive rock eclettico. Con la loro combinazione sonora unica e una filosofia piena di immagini, qui mettevano in guardia dai pericoli del potere assoluto e dall’eccessiva fiducia nelle istituzioni sociali. Grazie alla conservazione delle loro riconoscibili finezze sonore, altamente eclettiche e imprevedibili, “The Power And The Glory” è un altro album del tutto singolare nel catalogo in studio dei Gentle Giant. Nelle sue dimensioni musicali infinite l’ascoltatore, anche a distanza di decenni, trova sempre qualcosa di nuovo, e secondo me è proprio questa la qualità più grande dei loro lavori migliori. Finché non hanno ceduto alle richieste di una corporation vorace, nel loro linguaggio unico fatto di suono e parole non avevano rivali. Nel proseguo della carriera, proprio con l’esempio della loro etichetta, che inizierà a spingerli verso una commercializzazione sempre maggiore, si renderanno conto sulla propria pelle che il potere assoluto corrompe assolutamente.

Autore: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. Proclamation
2. So Sincere
3. Aspirations
4. Playing the Game
5. Cogs in Cogs
6. No God’s a Man
7. The Face
8. Valedictory
9. The Power And The Glory (2:53) [bonus track, solo nelle edizioni CD Terrapin e One Way]

Formazione:
Derek Shulman – voce, sassofono
Gary Green – chitarra
Kerry Minnear – tastiere, violoncello, cori
Ray Shulman – basso, violino, cori
John Weathers – batteria, percussioni, cori


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