The Power And The Glory
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Gentle Giant
Etichetta: 57 Records
Uscita: 1974
Durata: 40:09
Voto: 5/5
Il sesto album delle leggende del rock progressivo, “The Power And The Glory”, è un concept album sulla corruzione e sull’abuso di potere, con testi che ci spingono ogni volta a riflettere sulla qualità del nostro assetto sociale. Musicisti di grande intelligenza e cultura letteraria, che già in passato ci avevano entusiasmato con la loro arguzia lirica, hanno preso in prestito titolo e ispirazione per gran parte dei temi dei testi dall’omonimo romanzo breve del noto scrittore britannico Graham Greene. I maestri delle forme eclettiche del rock progressivo hanno così confermato ancora una volta la propria unicità nell’infilare con sottigliezza tematiche socialmente consapevoli dentro schemi sonori estremamente complessi.
Fedeli al proprio nome e alla propria filosofia, anche su “The Power And The Glory” sfruttano le loro invidiabili doti virtuosistiche per costruire mosaici compositivi eclettici, per lo più contraddistinti da ritmi scanzonati, per non dire monelleschi, e da armonie vocali dissonanti e taglienti. Se sull’ottimo predecessore “In a Glass House” (1973) c’era un po’ più di enfasi sulle finezze hard rock, stavolta hanno di nuovo lasciato più spazio agli arrangiamenti jazzistici. Tra schemi polimetrici e cambi di tempo inattesi non mancano nemmeno stavolta i motivi barocco-pastorali di matrice folk rock, gli elementi di avanguardia e il caro vecchio jazz rock fusion.
Il maestro della chitarra Gary Green non lesina le sue radici blues e accontenta l’appetito dei gourmet della musica con riff hard rock massicci e assoli marcati. I fratelli Shulman ai fiati e agli archi sono sempre estremamente coerenti e fantasiosi, mentre Kerry Minnear, oltre ai suoi arrangiamenti di tastiera pieni di colore, conquista con armonie vocali angeliche. Insieme al carismatico sassofonista Derek, che secondo me, nonostante venga trascurato, è tra i migliori cantanti della storia del prog rock, forma un tandem vocale inscindibile che garantisce alle composizioni una dose ancora maggiore di contrasto. John Weathers, con i suoi passaggi massicci ma dinamicissimi, assicura quella giocosità ritmica che nella loro musica ha sempre avuto un ruolo importantissimo.
L’album è attraversato da cima a fondo, in modo scherzoso e scanzonato, da un sarcasmo formidabile ai danni dei potenti e delle istituzioni. Nella loro satira conservano il riconoscibile umorismo britannico, quindi è inutile cercare chissà quali parentele con le beffe socialmente critiche dell’immortale Frank Zappa. L’iniziale “Proclamation” è una satira corrosiva su dittatura e assolutismo, costruita su arguti schemi ritmici jazz, frasi di chitarra blues e armonie vocali dissonanti e taglienti. La voce di Derek, sostenuta da polifonie drammatiche, trasuda una tragicomicità incredibile ed è in perfetta sintonia con l’attacco lirico alla tirannia e alle istituzioni conservatrici. Nella loro migliore tradizione non mancano i numerosi cambi imprevedibili con sezioni strumentali complesse, che faranno applaudire tutti gli amanti del prog rock con un alto tasso di nutrimento virtuosistico.
Sulla malinconica “So Sincere” emergono spiritosi motivi barocchi firmati dal violino di Ray, a cui fa compagnia il falsetto sfacciatamente alto di Green. Dentro ritmi sparpagliati si inseriscono numerosi arrangiamenti jazz-avanguardistici di tastiere e riff di chitarra massicci. Green brilla col suo canto angelico anche su “Aspirations”, una ballata di impronta jazz che è tra le cose più belle della loro carriera. Nella melodia delicata, per una volta, non c’è traccia della solita burla alla Gentle Giant. Eppure sul piano del testo restano con i piedi ben piantati per terra, perché si tratta di una satira senza compromessi sulle vuote promesse politiche (da campagna elettorale). Segue l’indimenticabile classico dei Gentle Giant “Playing the Game”, che secondo me rappresenta il culmine dell’intero album, perché incarna il meglio di ciò che questa band rappresenta. La performance teatrale di Derek, che si cala fino in fondo nel ruolo di un governante megalomane dagli appetiti assolutisti, è sostenuta da schemi ritmici spassosi al vibrafono, linee di basso ispessite e una batteria dal tempismo azzeccato, che evoca subito l’immagine dei movimenti goffi di un gigante gentile. Le frasi di chitarra hard rock, argute, di Green si muovono tra gli schemi ritmici spassosi con una fluidità incredibile. Entusiasma anche il breve intervallo pastorale con la voce di Kerry, seguito da una celestiale sezione jazz rock fusion.
“Cogs in Cogs” è un altro classico amatissimo. Questo pezzo completamente fuori di testa sfoggia una giocosità ritmica incredibile, improvvisazioni vocali folli e frasi di chitarra assassine. Arrangiamenti folk rock saltellanti uniti ad armonie vocali paranoiche non possono mancare in nessun disco dei Gentle Giant che si rispetti. Una ricetta simile la segue anche il folk rock di “No God’s a Man”, in cui si concedono una satira spiritosa ai danni delle istituzioni ecclesiastiche. Tra arrangiamenti pastorali e acustici hanno inserito con grande abilità succosi passaggi di chitarra hard rock e trame sacrali dell’organo di Minnear. “The Face”, che non rinuncia agli inserti solistici, si distingue per deliziosi arrangiamenti d’archi al violino, frasi di chitarra eclettiche e un’altra performance vocale teatrale. La chiusura “Valedictory” è un’orgia sperimentale perfetta in cui si intrecciano tantissimi motivi sonori. Alle frasi hard rock seguono inserti ritmici fusion graffianti, mentre le vocalizzazioni dissonanti raggiungono il culmine in un tempo folle.
Su alcune versioni dell’album, in coda c’era anche il bonus track “The Power And The Glory”, uscito pure come singolo. La band non era troppo fiera di questo pezzo, perché è uno dei suoi lavori più commerciali, nato esclusivamente per volontà della casa discografica. Negli anni successivi l’etichetta li spingerà sempre di più verso brani dal taglio commerciale, ma ben al di sotto del potenziale strumentale e intellettuale del gruppo, cosa che porterà al crollo del sistema.
“The Power And The Glory” è uno dei vertici in studio dei leggendari burloni del progressive rock eclettico. Con la sua combinatoria sonora unica e una filosofia vivida, il disco metteva in guardia dai rischi del potere assoluto e dall’eccessiva fiducia nelle istituzioni sociali. Grazie al mantenimento delle loro riconoscibili finezze sonore, molto eclettiche e imprevedibili, “The Power And The Glory” è un altro album del tutto particolare nel catalogo in studio dei Gentle Giant. Nelle sue dimensioni musicali infinite l’ascoltatore, anche a decenni di distanza, può sempre scoprire qualcosa di nuovo, che secondo me è anche la qualità più grande dei loro lavori migliori. Finché non hanno ceduto alle richieste di una corporazione vorace, nel loro linguaggio sonoro-lirico unico non avevano rivali. Nel prosieguo della carriera, anche sull’esempio della loro etichetta, che comincerà a spingerli verso una commercializzazione sempre più spinta, si renderanno conto in modo lampante che il potere assoluto corrompe in modo assoluto.
Formazione
Derek Shulman – voce, sassofono
Gary Green – chitarra
Kerry Minnear – tastiere, violoncello, cori
Ray Shulman – basso, violino, cori
John Weathers – batteria, percussioni, cori
Produzione
Gentle Giant
Tracklist
1. Proclamation
2. So Sincere
3. Aspirations
4. Playing the Game
5. Cogs in Cogs
6. No God’s a Man
7. The Face
8. Valedictory
9. The Power And The Glory (2:53) [bonus track, solo nelle edizioni CD Terrapin e One Way]