Gli Yes chiudono il cerchio (2003)
Luogo: Budapest (Ungheria), Sportarena
Data del concerto: 17.06.2003
Numero di spettatori: 3500
Prezzo del biglietto: 25,00€
O, come si chiama il tour degli Yes del 2003, “Full Circle”. L’ora dell’allarme generale si avvicinava e, dopo una lunga abbuffata al Pizza Hut nel mezzo di uno dei quartieri low class society di Budapest, ci siamo infilati in due nelle colonne di auto che serpeggiavano per la città, oltre il Danubio fino all’altro capo di Budapest, in direzione del Nep stadion. In tre giorni non abbiamo visto una sola targa straniera (a parte un “vero jugoslavo”, una Golf diesel con targa di Novi Sad). La gente evidentemente ha ancora fifa, oppure se ne sta “invisibile” ammassata a Budapest negli alberghi sicuri a cinque stelle. Si mangia benissimo, la gente è gentile, l’atmosfera rilassata, la città ricorda parecchio Belgrado. Proprio il 18.6. la pioggia è tornata a trovarci dopo un lungo periodo di siccità e ha rinfrescato il clima umido e afoso. I prezzi sono più o meno come da noi, solo il cibo costa un po’ meno. Vale la pena concedersi qualche bistecca succulenta.
Sportareana alle 18,00. Gli ultimi fiorini li abbiamo spesi per il biglietto (25€/persona), ehi! Come facciamo adesso a procurarci una maglietta degli Yes? Siamo tornati in metro in centro a cambiare euro in fiorini, per scoprire che era stato tutto inutile, perché stavolta la band non aveva allestito il suo merchandising ufficiale. Il concerto sembrava una festa di famiglia. La gente era di una certa età, a parte una graziosa bionda che ha iniziato a gironzolare in modo sospetto attorno a Peter dopo aver evidentemente sbagliato sala per il rave party. Ero scioccato. Erano le 19,30, il concerto doveva iniziare alle 20,00 e il parterre era quasi vuoto. E parliamo del parterre di un’arena da 13.000 posti. Ma evidentemente gli ungheresi, dopo tutti quegli anni sotto un regime totalitario, si sono abituati alla puntualità russa e alle 20,00 il parterre si è riempito in un attimo.
L’uccello di fuoco di Igor Stravinskij ha spiccato il volo nella notte, poi è partito il motivo d’apertura di Siberian Khatru e gli Yes hanno dato il via al loro show. Il regista capo Jon Anderson, vestito in modo semplicissimo, maglietta gialla e tuta come un allenatore di tennis, con le sue tipiche gesticolazioni yoga; alla sua sinistra c’era un tizio alto, avvolto in una camicia di seta da moschettiere e leggings neri, con degli stivaloni, che teneva alto in mano il suo Rickenbacker. L’indistruttibile guerriero Chris Squire. Più in là, alla sinistra di Chris, un altro gigante circondato da pile di tastiere, con lunghi capelli biondi e lisci. Virtuoso del piano e compositore straordinario, il ritorno nella band: Rick Wakeman. Quanto sono sicuri di sé gli Yes quando c’è Rick con loro. Ripensa solo a Mind Drive da “Keys To Ascension Pt. II” (1997) con questa formazione (con Rick), che suona come se fosse uscita dalla metà dei Settanta. È una band completamente diversa. Questi sono finalmente i famosi Yes al 110%, quelli d’oro! E Rick è davvero un tassello insostituibile della loro musica. Ovviamente anche stavolta Rick non ha dimenticato di portare un po’ di glam nello show e per l’occasione si è infilato un mantello scarlatto luccicante. Il tipo sul palco sembrava davvero una montagna e con la sua sola presenza irradiava un’energia pazzesca. Il motore dietro i tamburi dettava il tempo con trasporto: in Siberian Khatru spicca sempre il suono pesante e metallico della batteria, a cui fanno incredibilmente da contrappeso la voce di Jon e le tastiere di Rick. È Alan White, uno che mena sui tamburi con tutto il corpo. Per stile mi ricorda un po’ John Bonham. E infine il medium e l’anello più importante della band, Steve Howe. Uno che con la sua presenza nel gruppo fa sì che gli Yes attraversino, come dicono loro stessi, un “perpetual change” continuo. Yogi, alieno, l’anima più pura della band e il principale responsabile del fatto che gli Yes siano quello che sono. Yoda Steve proietta l’informazione, gli altri la amplificano tutti insieme e la traducono in un linguaggio tutto loro, accessibile a chiunque. Già durante Siberian Khatru Steve ha alternato la steel pedal guitar e due semiacustiche Gibson. Un’altra piccolezza: a Steve, vestito con le sue camicette indiane, gli occhiali stanno benissimo. Ognuno di loro è un personaggio a sé, carisma puro, e già solo comparendo sul palco sprigiona vibrazioni pazzesche nell’aria. Insieme ai suoni vivi dei loro strumenti, questa energia straordinaria ha inondato, in versione “magnificata”, l’intera sala.
La band ha promosso anche il suo ultimo album “Magnification” (2001), a cui ha partecipato un’intera orchestra filarmonica. Beh, in realtà tutta la musica degli Yes suona un po’ come se la suonasse un’orchestra. Ero curioso di vedere come Rick si sarebbe preso sulle spalle il ruolo dell’orchestra nell’esecuzione di Magnification. Ero sconvolto. Come ha fuso tutti quei motivi, tutte le parti e il lavoro degli strumenti in un impasto grandioso e l’ha calato nel pezzo. Ma da dove salta fuori? Un genio! Si muoveva semplicemente da una tastiera all’altra, nelle sue tipiche pose contorte, ma sempre con un’espressione serissima in faccia. Sembrava completamente immerso, come se fosse entrato nel suo mondo protetto. Rilassato, spontaneo, ma con un occhio sempre vigile su quello che faceva il resto del quartetto sul palco. Steve ha preso in mano il mandolino mentre Jon si faceva strada tra i primi versi del pezzo. Quando capisci davvero cosa ti serve Jon con la sua poesia, soprattutto il verso di questo pezzo che svela la consapevolezza che tutto è amore, ti può aiutare a trovare la giusta strada per la tua anima, quella che le è stata assegnata karmicamente alla nascita. Suona assurdo, eh? Per chi sa, per niente: è una cosa del tutto normale. Okay, basta con il mio entusiasmo personale per l’illuminazione! Però quei tipi vivono davvero così. Altrimenti la loro musica irripetibile e il mondo parallelo tutto loro che ci hanno costruito attorno non irradierebbero mai una tale grandezza, atemporalità, sincerità, libertà e, quindi, autenticità.
Torniamo coi piedi per terra. La scaletta era stata rinfrescata e il terzo pezzo è stato una delle sorprese della serata. L’ecologista Don’t Kill The Whale (“Don’t kill the bees!”, come ha scherzato Jon in apertura), mini hit dall’album “Tormato” (1978). Questo proprio non me l’aspettavo, visto che Rick in una recente intervista per Classic Rock aveva detto che il sound di “Tormato” non gli piace per niente. Un’atmosfera ambient completamente diversa l’ha offerta invece la prima mini-epica, In The Presence Of (“Magnification”, 2001). L’intro costruisce un’atmosfera straordinaria che si fonde in sincrono e in perfetta armonia in un ritmo ondeggiante, delicato e fragile, evocando una nuova immagine nel brano. Un pezzo variegatissimo per motivi e atmosfere. Sul telo sullo sfondo scorrevano di continuo immagini aurali. Questo pezzo ha confermato che i ragazzi si leggono letteralmente nel pensiero, tante ne hanno già passate insieme. In pratica si percepiscono a vicenda sul palco. Suono e affiatamento erano pura perfezione. Quando il pezzo è finito, Jon ha detto: “This power of your listening is so great!” Quanto contano per la band le vibrazioni del pubblico. Immagina di essere circondato da una folla di 5.000 teste alla Sportarena che ondeggia insieme a te e ti sostiene. Dev’essere una sensazione da pazzi!!!
Poi Jon ha continuato: “Questa canzone l’ho scritta trent’anni fa e fa più o meno così….” La breve esplorazione di We Have Heaven, in cui oltre a Jon hanno contribuito con le parti vocali Chris e Steve, è venuta fuori fenomenale. Però avrei pensato che gli Yes ci stessero prendendo in giro, se non fosse seguito quello che… Sì, proprio quello! Durante la breve pausa sembrava addirittura che non sarebbe arrivato, ma quando Jon si è rivolto alla gente con: “Questa canzone parla di scalare una montagna!” era chiaro che gli Yes stavano andando avanti con South Side Of The Sky (“Fragile”, 1972). Una follia! Gli Yes non suonavano questo pezzo dal vivo praticamente da trent’anni interi.
È seguita un’altra mini lezione epica, And You And I (“Close To The Edge”, 1972), un classico delle scalette della band. “Questa l’abbiamo scritta trent’anni fa…”, ha ripreso Jon “…e se mi chiedete quali tempi fossero migliori, sceglierei quelli di oggi, perché oggi possiamo suonare in Ungheria, cosa che trent’anni fa non era possibile.”
Poi sul palco è rimasto solo Steve. Ha preso una chitarra folk e si è seduto su uno sgabello da bar più vicino al pubblico. Ha eseguito da maestro To Be Over (“Relayer”, 1974), venuta fuori come un perfetto strumentale acustico “alla Howe”. Un momento magico, in cui l’artista brilla in tutta la sua sincerità. Da questo punto di vista Steve per me è uno dei musicisti più convincenti che abbia mai sentito. Così particolare, svitato, come mette insieme le influenze, le estrae e le traduce nel suo linguaggio musicale! Da quel linguaggio traspare una libertà straordinaria. Steve ha strimpellato a pieno regime e con trasporto il suo primo pezzo, poi ha risvegliato il pubblico con il classico standard di scaletta della band, The Clap (“The Yes Album”, 1971), mentre il pubblico dettava il ritmo al chitarrista per tutto il tempo. Steve ha ringraziato la folla e ha ammiccato uscendo di scena.
Poi si sono accese le luci della sala. Strano, stranissimo, come se ci fosse qualcosa che non andava. Sul palco sono accorsi tre roadie che hanno controllato freneticamente l’attrezzatura. Durante And You And I Rick faceva continuamente l’occhiolino a Steve. Che il chitarrista fosse troppo alto di volume per Rick? Io non me ne ero accorto, a me suonava tutto okay. Venti minuti di mia paranoia sono passati (evidentemente era l’intervallo), la sala si è oscurata di nuovo e, sulle note registrate di Merry Melodies, Jon è trotterellato sul palco agitando le braccia verso il pubblico perché smettesse di applaudire. “Questa non è la canzone vera!” ha aggiunto ridendo il simpatico cantante, annunciando nel contempo il suo pezzo solista Show Me, eseguito con una chitarra folk midi disegnata apposta, la cui paletta è fatta con la testa di una viola. Verso la fine del pezzo si è unito Rick che, coprendo con le tastiere, ha portato l’atmosfera a un livello ancora più alto. Ma per il maestro era solo il riscaldamento.
Quell’uomo è letteralmente esploso sul palco nel suo momento solista. Ha suonato anche degli inserti dal suo disco solista “Six Wives Of Henry VIII”, volando da un capo all’altro della sua fortezza di tastiere. Il suono dell’organo era grandioso: non ricordo un concerto in vita mia in cui quel suono fosse così espressivo, pieno e potente. Che atmosfera viva e mistica! Avevo la pelle d’oca!
E poi Heart Of The Sunrise! Jon è andato avanti nel suo stile: “Questa canzone è vecchissima, credo più di trent’anni!” Dal suo sorriso cinico si capiva che ormai anche a Jon faceva ridere questo suo ripetersi (con questi “30 anni”) e per la sala è rimbombata la risata fragorosa del pubblico. “Erano tempi in cui alle etichette discografiche non fregava niente di cosa creassero i gruppi, quindi componevamo liberamente quello che ci passava per la testa!” ha sentenziato. Stavolta le redini le ha prese Chris. Una linea di basso grossa e sferragliante, sostenuta dalla batteria di Alan, dettava il tempo. Chris si divertiva e con i gesti incendiava il pubblico, e la gente ha ripreso a partecipare più attivamente. Più tardi, con Long Distance Runaround, la gente ha avuto anche la possibilità di cantare “normalmente” accanto a Jon, perché il pezzo è impostato di base su un’intonazione più bassa. Ma non provare a imitare la voce di Jon se vuoi tenerti la voce.
Il pezzo successivo era dedicato al puro assalto della sezione ritmica. L’incallito burlone Chris, ormai caldo, si è rimboccato le maniche apposta per l’occasione, mentre Steve ha aperto The Fish (Schindleria Praematurus) con gli armonici. Tutta la band ha partecipato a questa parte introduttiva. Chris era il regista e il capo. Poco dopo che Rick, Jon e Steve hanno lasciato il palco, si è voltato di scatto verso Alan e gli ha fatto un segnale, dopodiché sono passati al motivo d’apertura, tiratissimo, di Tempus Fugit (“Drama”, 1980). Alan e Chris non hanno saltato nemmeno On The Silent Wings Of Freedom (“Tormato”, 1978), alla fine della quale sono tornati su The Fish chiudendo il loro momento solista. Qui Chris ha usato un basso con tre manici.
Ecco, adesso era tutto pronto per il gran finale. L’arpa sul palco poteva significare una cosa sola. Awaken (“Going For The One”, 1976). Rick ha aperto il pezzo con delicatezza al piano. Dopo un minuto e mezzo si sono inseriti Jon e Steve (strappando effetti interessanti alla sua steel pedal guitar). Come bonus entra la sezione ritmica. Beat intenso del basso, Alan in alto sui piatti, e Steve passa al motivo principale e apre la porta ai versi di Jon. L’atmosfera del pezzo raggiunge il primo picco. In realtà questo pezzo è sempre qualcosa di speciale. È strutturato in modo che tutti e cinque possano trovarci sempre un sacco di spazio per esprimersi musicalmente, ed era più che evidente con quanto piacere i ragazzi si siano avvicinati alla sua esecuzione. Dentro c’è intrappolata una sensazione incredibile di libertà eterna. Attraverso l’atmosfera cupa della parte centrale, quando il palco e la sala sono stati inondati da una luce blu scuro e gli artisti sul palco sembravano sagome scure, il clima è cambiato completamente. Adesso Rick ha preso il ruolo principale e portava avanti la sua melodia d’organo sulla scia di J.S. Bach, mentre gli altri sviluppavano uno straordinario contrappeso ritmico a quell’atmosfera. Piano piano hanno condotto il clima ipnotico a un silenzio quasi totale nella sala. Solo Jon riusciva in qualche modo a interrompere quel silenzio con la sua arpa. Quando a un certo punto sembrava che fosse tutto morto, di colpo la luce delle tastiere di Rick ci ha illuminati di nuovo e la sala è tornata in vita. Quante atmosfere diverse in un unico pezzo. Awaken è stata senza dubbio il picco della serata. E con lei gli Yes hanno chiuso la parte regolare del loro set.
Primo bis e “Yesgreen”, che la band ovviamente non può mai saltare, The Roundabout (“Fragile”, 1972), ha letteralmente spazzato via il pubblico, che si è messo a “twistare” e a cantare insieme alla band, che ne inseguiva con destrezza la melodia. Ovviamente gli Yes non potevano dimenticarsi di aggiungere Starship Trooper (“The Yes Album”, 1971). Würm (come terza parte di questo pezzo) è stata una vera leccornia, con un finale allungato al massimo. Ad aprire il fuoco incrociato finale è stato prima Rick con un lungo assolone, seguito da Steve, e poi si sono scambiati duelli fino alla fine del pezzo. Würm è costruita su un unico motivo di base di tre accordi, ideale per improvvisarci sopra. Nemmeno Chris ha resistito alla sua voglia di scatenarsi e ha condito il tutto all’estremo. Fine.
Era la prima volta che vedevo gli Yes dal vivo! È difficile descrivere a parole tutte le sensazioni. Così precisi, affiatati, i ragazzi si leggono nel pensiero, eppure il tutto risulta così spontaneo e in ogni momento imprevedibile. Questi guru formano un corpo musicale perfetto, irripetibile in ogni senso della parola! Tutto sta in un equilibrio perfetto! Tutti e cinque sembrano incredibilmente giovanili! La formazione attuale ha adattato il repertorio, che in questa formazione ha anche composto insieme, con il baricentro sui pezzi dell’album “Fragile”. E qui, ovviamente, gli Yes classici sono più forti che mai. Adesso e alla fine degli anni Novanta si sono riattivati, riaffermati e hanno ridato vita a se stessi. Per questo il tour si chiama “Full Circle”. Speriamo che la rinata, affascinante storia chiamata Yes, con Rick Wakeman di nuovo a bordo, aggiunga a questa storia un nuovo continuum in studio e ci faccia felici il prima possibile con un nuovo tour.
Scaletta
1. The Firebird Suite (intro)
2. Siberian Khatru
3. Magnification
4. Don’t Kill The Whale
5. In The Presence Of
a. Deeper
b. Death Of Ego
c. True Beginner
6. We Have Heaven
7. South Side Of The Sky
8. And You And I
9. Steve Howe solo: To Be Over
The Clap
—- pausa di 20 min. —
10. Jon Anderson solo: Show Me
11. Rick Wakeman solo
12. Heart Of The Sunrise
13. Long Distance Runaround
14. Chris Squire e Alan White solo:
– The Fish (Schindleria Praematurus)
– Tempus Fugit
– On The Silent Wings Of Freedom
15. Awaken
—bis—
16. Roundabout
17. Starship Trooper