Godi Bodi festival 2018 – il primo giorno!
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Lubiana / Ljubljanski Grad / Slovenia
Data del concerto: 07.06.2018
Numero di spettatori: 120
Ecco qua. Gira l’anno e rieccoci con un nuovo Godi Bodi festival. L’undicesimo di fila. Il famigerato evento organizzato sotto l’ala dell’etichetta Celinka, che anche quest’anno a maggio ha pensato bene di regalarci un voluttuoso rotolo di nuove uscite. Un pacchetto di nuovi album firmati da volti nuovi e vecchi della scena slovena. Insomma, di nuovo parliamo senza giri di parole dell’artismo musicale sloveno del 2018.
Il primo giorno, a livello di programma, è toccato alle esibizioni di Šlajn, Buh e Nula Kelvina. Tutte e tre hanno presentato nuovi album. Anche se Buh e Šlajn hanno partorito dei debutti omonimi, entrambe le band poggiano su nuclei di musicisti collaudati e temprati, mentre i Nula Kelvina, che ormai da un pezzo non c’è più bisogno di presentare in grande, quest’anno hanno sfornato il loro quarto album in studio.
Šlajn, rappresentati da tre uomini di Cerknica e da Gašper Kržmanc di Dravlje, quest’ultimo autore della maggior parte della musica sul debutto in studio »Šlajn«, che ha anche registrato e prodotto, sono riusciti a mettere insieme un mix musicale interessante, con un forte appoggio negli elementi della musica country. Melodie dal fascino contagioso, un’occhiata d’intesa alla retorica pop e a melodie tipiche, shakerate nello spazio geografico sloveno. Con un pizzico di cabaret, ma proprio un pizzichino. Pezzettini giocosi, scherzosi, divertenti, senza particolari profondità filosofiche, che nelle mani del cantante Saša Kovačevič si sviluppano alla grande. Voce un po’ nasale, il che fa parte dell’interpretazione vocale country ed è comunque estremamente piacevole. Magari i ragazzi si sono avvicinati all’esecuzione con un po’ di timidezza, probabile segno che gli manca ancora qualche chilometro di palco, cioè il tessere legami chimici tra di loro, e quindi più decisione, ma il concerto l’hanno rodato in modo tale da diventare di minuto in minuto sempre più sicuri. Sostegno del pubblico costante, qualche peripezia sonora, ma niente di grave. Proprio questo sostegno costante ha dato loro le ali per sciogliersi di più nel prosieguo e tirare fuori più »fame« e »aggressività«. Šlajn a secco »la seconda volta«, verso la fine dell’esibizione è suonata decisamente diversa dalla »prima«, quando l’hanno eseguita subito all’inizio del concerto. Molto più decisa e sicura di sé. L’album »Šlajn« è roba da andare a sentire. È una cosa particolare, e con ciò significa che anche la band stessa è molto particolare sulla scena musicale slovena e merita la tua attenzione.
Buh, una band il cui motore principale è l’esperto Uroš Buh, uno che conosciamo anche dalla interessante formazione Relight e dall’intrigante progetto N3L. Al suo fianco ha radunato una squadra di musicisti che suonano anche sul suo debutto in studio »Buh«. Uroš Buh è un musicista straordinariamente esperto, dalla visione musicale temprata, sa esattamente cosa vuole e cosa desidera nella propria espressione. Si muove benissimo in generi diversi e ha ben chiaro come farli fondere l’uno nell’altro. Il frutto è un prodotto di qualità eccezionale e originalissimo, di artismo musicale riconoscibile. Buh incanta soprattutto col suo falsetto, che volentieri ascolterebbe anche uno come Steven Wilson, in particolare quando a colorare questa voce si sovrappongono pastelli sonori, di cui si occupa il taglientissimo e fortemente caratteristico lavoro di chitarra di Mario Babojelić, maestro della manipolazione sonora, con intrecciate »gilmouriane«, che richiamano leve di »trascendenza«, »cerebralità«, misticismo, ti mettono in uno stato in cui la ragione stacca la spina e piano piano porta il proprio mondo fuori dalla realtà. Atmosfere vibranti, insomma. Visto che Uroš è un perfezionista, ha ovviamente corredato le linee vocali di armonie. Sul palco se ne sono occupati Metod Banko e Višnja Fičor, mentre la coppia ritmica Vid e Jošt Drašler porta comunque, in ogni caso, un poker d’assi vincente. Tutto questo collante l’ha tenuto insieme, con le sue mani agili e sopraffine e con i veli delle linee di tastiera, il tastierista Ambrož Božiček. Un’esibizione dal vivo potentissima. Incisiva. Si sente il chilometraggio, si sentono l’esperienza e la versatilità. Percezione perfetta. La band respira come un corpo solo. Un gruppo di persone così e la creazione di suoni del genere richiedono una calibrazione reciproca finissima, ed è un lavoro difficile e immenso. Durante il concerto non si sono sentite sbavature, solo le armonie vocali sono uscite qualche volta dalla posizione ideale, cosa che probabilmente va addebitata ai problemi sonori. Buh è una gran cosa e il debutto deve farti impazzire, a patto che in te covi almeno un briciolo di buongustaio musicale. La band è un mix tutto suo di elementi alternative rock, contagiosità pop melodica, e con grande abilità vi è intrecciato un occasionale flirt col blues, e come detto, c’è sempre presente quel momento di originalità espressiva che si riassume nell’etichetta »art«, con dentro, interiorizzato, un pizzico di dolcezza psichedelica e sognante »floydiana e alla Steven Wilson«. Speriamo che la storia non si fermi qui e che Uroš Buh con una squadra così mantenga questo momento e lo allarghi in futuro con una nuova storia in studio.
Per il gran finale, invece, Nula Kelvina. Si prospettava una vera parata di follie e di humour, che sul palco consegna sempre il geniale Marko Boh, principale visionario e motore della band, insieme alla sua combriccola di collaboratori straordinariamente cinetici e musicalmente sgrezzati a 360 gradi, pieni di pedanteria: Klemen Kotar (basso), Gašper Kržmanc (chitarra) e Miha Kržmanc (batteria). E la storia non finisce qui. I Nula Kelvina sono cresciuti fino a diventare un quintetto, e il posto vuoto l’ha riempito Ana Marija Mitič, quella ragazza che conoscono tutti, esposta mediaticamente, che con l’arrivo nei Nula Kelvina ha giustificato in pieno tutta la sua incisività e contagiosità. La ragazza ha studiato pianoforte, quindi durante il concerto ha alleggerito Marko più volte, e ha anche sostituito più che degnamente nel ruolo vocale Aleksandra Ilijevski (Pliš), che lo ricopriva ogni tanto qualche tempo fa, più precisamente all’epoca della promozione dell’album »Levak na luni«.
Con l’integrazione di Ana Marija, a un gruppo già linguacciuto la linguaccia è cresciuta ulteriormente. Be’, nemmeno durante l’esibizione dei Nula Kelvina si sono potute evitare le peripezie sonore. In particolare il pianoforte di Boh, ma anche la fisarmonica, sono rimasti più volte senza il giusto »boost« e hanno zoppicato nel creare il paesaggio sonoro. Gašper, che per l’occasione ha cambiato il Telecaster usato durante l’esibizione degli Šlajn con una chitarra della marca Suhr, ha lasciato a bocca aperta qualche volta con i suoi capolavori, quando in mezzo a un assolo ha cambiato completamente il carattere sonoro, e di conseguenza emotivo, del suono e della sequenza di note suonate, il che ha di conseguenza spostato anche l’atmosfera del brano stesso. Un capitolo a parte è ovviamente il sempre allegro e sorridente Klemen Kotar, che ha divertito col suo basso »accorciato«, da cui estraeva il calore di linee di toni bassi penetranti. E poi ovviamente l’attore nato Marko Boh, che soprattutto nella seconda metà si è in qualche modo scrollato di dosso la sensazione di distrazione e forse di pressione, che poteva essere conseguenza delle peripezie iniziali col suono. Così Marko, soprattutto nella seconda metà, è di nuovo esploso a pieno e col suo humour entusiasmante e il suo teatro ha infiammato il pubblico a sangue pieno. Pse na vrvice! Probabilmente il pezzo più venduto della carriera della band finora. L’intero album »Kdo za vraga so?« e una scelta di perle dai tre album precedenti del gruppo. Durante l’esibizione la band ha anche regalato dei CD nuovi, a chiunque rispondesse per primo correttamente alla domanda posta. Quindi abbiamo assistito anche a un quiz musicale.
Ottimo sotto tutti i punti di vista. L’autore di questa recensione ha sentito nostalgia degli spazi dell’Hostel Celica, ma vabbè. Ci siamo goduti la serata. Il primo giorno è riuscito bene, avrei voluto solo più pubblico e non appena un centinaio buono di spettatori, ma comunque un grande inchino alla direzione del team del festival Godi Bodi e al capo Janez Dovč per la tenacia di cuore e la fede nella magia della musica e per tutte le buone azioni con cui in questi tempi duri per la cultura e l’arte slovene tengono alta la bandiera della riconoscibilità della musica d’autore di interpreti sloveni dall’originalità espressiva, dall’artismo spontaneo e dall’estetica espressiva altamente raffinata. Sono convinto che venerdì e sabato, con la regia del festival, abbiano affascinato musicalmente a pieno altrettanto. Che resti così. Nel frattempo, ci aspettava già una nuova gita sabatina all’estero e il concerto dei Djabe con un ospite speciale, il stimatissimo pioniere della chitarra Steve Hackett.
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