Good Evening! We Are Motorhead! And We Play Rock’N’Roll! (2006)

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Luogo: Stara Klaonica, Zagabria, Croazia
Data del concerto: 10.06.2006
Numero di spettatori: 3000
Prezzo del biglietto: 240,00 HRK (33.84 €)

Ed eccoci di nuovo ai Motorhead! Non ci credo. E non riesco a resistergli! No fuckin’ way! Che diavolo ci avranno preparato stavolta quei vecchi marpioni? Lemmy si è svegliato dal letargo e, in compagnia di Phillip Campbell e di quella belva alle pelli di Mikkey Dee, è arrivato a cornate fin quasi dalle nostre parti. A Zagabria. Chi l’avrebbe mai detto? Un weekend a dir poco infernale mi aveva spremuto a dovere, e in questi casi la cosa migliore è andare a “ventilarsi” la testa a un concerto dei Motorhead.

Il bus per Zagabria era pieno e allegro, con la gente su di giri. Il quartiere di Zagabria con la Stara Klaonica era, come previsto, un ghetto grigio, assonnato come una domenica, senza un’anima in giro. I primi abitanti attivi che abbiamo avvistato erano le forze dell’ordine, che vigilavano scrupolosamente perché filasse tutto liscio. Ore 18:00, nuvoloni neri si ammassano davanti all’ingresso. Sono le 18:30. Io e un amico osserviamo con cautela, da lontano, l’apertura di questo “open air festival”.

PROSPECT: 18.30 – 19.00
Già. In pratica era un mini festivalino, per giunta all’aperto. Due sorprese inattese. A sorpresa sul palco c’erano tre gruppi spalla e, per giunta, i primi erano dei tizi di Lubiana…. Ma non i Siddharta. I Prospect. I Prospect? Dei progster a un concerto dei Motorhead? Okay, okay, calma l’ego! Bene, bene ragazzi, dateci dentro allegramente! Hanno aperto con lo strumentale Orient Express, tratto dal loro invidiabile disco “Moments” (2003). Poi hanno riempito il resto dello show con pezzi nuovi. All’inizio del quarto brano la band è rimasta senza il suono della chitarra. Si è fuso il Marshall? Beh, a metà pezzo hanno risolto, ma per il resto della canzone la chitarra di Roman era decisamente “troppo bassa” al mixer. Andando avanti la situazione è diventata più accettabile. I ragazzi hanno suonato in modo corretto e ce l’hanno messa tutta, come si deve. Il loro approccio musicale segue sempre più le orme del moderno “progressive” metal, per cui i “riff” e i motivi ricordano, oltre ai Dream Theater, gruppi alla Symphony X, Vanden Plas, Poverty’s No Crime, con la differenza che i Prospect non nascondono le simpatie per le scale orientali, di cui negli assoli c’è una bella dose. Un approccio comunque più che corretto e onesto verso il pubblico. La maggior parte dei presenti, in questa fase, era però disinteressata al gruppo sul palco e continuava a dedicare più attenzione ai banconi e ad altre attrazioni vicino al palco. A frenare l’interesse c’era anche l’incompatibilità di stile tra i Prospect e i Motorhead, visto che i fan dei Motorhead non sopportano granché le raffinatezze, la complessità nel rock e la perfezione da scuola di musica, da qui anche la risposta tiepida del pubblico, con l’eccezione di pochi ma fedeli metallari che hanno scapocciato di gusto nelle prime file. I Prospect dimostrano di crescere e crescere, e davanti a loro c’è di sicuro un futuro luminoso. Una band che è tra i portabandiera del cambiamento nella testa degli sloveni, che forse un giorno cominceranno finalmente a premiare la buona musica nata sul suolo di casa. Forza ragazzi, sbrigatevi col nuovo album, e buona fortuna.
 
OSMI PUTNIK: 19.10 – 19.50
Tutta un’altra energia l’hanno portata sul palco gli ottimi Osmi Putnik di Spalato. Già l’apertura annunciava che questa era una band fatta di un’altra pasta. Un duo di chitarre con armonie in terze nello stile dei vecchi, cari Thin Lizzy, riff curati che ti entrano subito sotto pelle e sanno colpire in mezzo agli occhi, e in più una generosa dose di melodia, portata soprattutto da una voce pulita, decisa e potente. C’è da stupirsi per un gruppo che quest’anno festeggia 21 anni di attività? Niente affatto. I ragazzi hanno suonato come una macchina ben oliata, senza un errore, presentandosi con un suono ottimo sul palco. Hanno rizzato il pelo, il palco si è letteralmente acceso e sotto di esso il pubblico, che nel frattempo si era radunato in un numero già niente male. Insomma, gli Osmi Putnik sono, per così dire, una band cresciuta sul suolo della vecchia Jugoslavia, con una lunga strada alle spalle. 40 minuti di ottimo metal rock melodico, con un tocco di glam, con testi in cui terroriste donne torturano e spezzano il cuore agli uomini, e riff bellissimi e ben costruiti: è passato tutto in un baleno. Non c’è che dire, l’organizzatore ha fatto centro con la scelta di questa band. Ecco, questo è quel che ci vuole. Maturità, anni, esperienza, maestri.
 
HARD TIME: 20.00 – 20.30
Agli Osmi Putnik sono subentrati gli Hard Time, che possono vantare diversi bei successi sulla scena internazionale nei loro 15 anni di carriera. Anche i membri di questa band non sono nati ieri: parliamo di un gruppo maledettamente compatto, con una propria identità riconoscibile, votato a un heavy rock’n’roll grezzo e sparato, in cui spicca il loro marchio di fabbrica, cioè il graffiante approccio vocale del leader, che anche stavolta ha terrorizzato il palco: il birbante Pišta (voce, chitarra). Tra i pezzi hanno suonato anche Ja nisam normalan, Everybody Wants To Be Alone, e hanno chiuso il concerto con una delle loro canzoni più famose, che semplicemente non può mancare ai loro concerti e che per forza di cose ha mandato fuori di testa i presenti: Kiss My Ass And Go To Hell. Gli Hard Time hanno suonato mezz’ora e le band spalla hanno chiuso le loro esibizioni entro le 20:30, quindi non era più difficile indovinare per chi fosse riservato il palco alle 21:00 e per chi, finalmente, il palco sarebbe potuto diventare un mondo intero.
 
MOTORHEAD: 21.00 – 22.30
In mezz’ora lo spazio tra il mixer e il palco si è riempito per bene. Circa 1500 persone in tutto, ma non ci siamo certo spiaccicati. Altrettante aspettavano il concerto dei Motorhead da una distanza più sicura. E infatti! “Good evening! I’wont try it! (probabilmente qualcuno dalla prima fila gli ha subito offerto dello speed fresco di giornata). E poi, ovviamente: “We are Motorhead! And we play rock’n’roll!” Mikkey Dee attacca con un rullata veloce ed eccoli qui! Doctor Rock. Il pubblico impazzisce. Che dire. I Motorhead sono di nuovo davanti a noi. Lemmy! Il “bastardo” indistruttibile, in piedi, inflessibile, ruggisce e gracchia come l’adolescente più scatenato, e suona il basso come se in mano tenesse una mitragliatrice. Accanto a lui rovina un po’ l’autenticità dell'”immagine rock” Phillip Campbell, con quei pantaloni enormi e un berretto che gli ha sferruzzato a casa la nonna per salutarlo, quando il suo nipotino è partito per la prima volta con il Cancelliere di Ferro per il suo tour nel mondo delle teste motorizzate. Anche stavolta da dietro i tamburi sono spuntati ciuffi di capelli biondi che appartenevano a nessun altro che all’ex batterista dei King Diamond, dal disco “March Or Die” (1992) membro dei Motorhead, un batterista eccellente, di sicuro uno dei migliori che abbiano mai calcato queste scene: Mikkey Dee. I colpi da cannone dei suoi attacchi dettavano tutta quella ferocia che si fondeva con l’inconfondibile rombo del leggendario “Lem”. Poi un salto all’album “Overkill” (1979) e dritti con Stay Clean. I Motorhead oggi sono rumorosi e devastanti più che mai in tutta la loro carriera. Certo, all’inizio sorprendeva un po’ l’accordatura più bassa della band, ma i “cursori” sul mixer salivano sempre più su di minuto in minuto. Love Me Like A Reptile è quel pezzo leggendario del grande “Ace Of Spades” (1980) con un riff unico, che ha iniettato nelle vene una dose ancora più grande di adrenalina. Lemmy e compagnia si fermano. E Lemmy annuncia un pezzo dal disco “Inferno” (2004) intitolato Killers. Incredibile, che riff! Lo metterei subito nel 1980. Esplosivo e senza compromessi, senza rispetto! Insomma, la “follia” non era finita, perché i classici si sono susseguiti uno dopo l’altro, passando per una Metropolis un po’ più lenta, ma guidata da un ritmo dinosauresco e indistruttibile da 50 tonnellate, e dopo di lei è arrivata un’altra sorpresa della scaletta, Over The Top (“Bomber”, 1979), e poi un altro riff magico dell’eredità rock’n’roll dei Motorhead, No Class. Gli animi si sono un po’ calmati, ma solo nella pausa. Annuncio di un pezzo dall’album del 1983 “Another Perfect Day” e la festa continua, perché la band ha preparato una nuova sorpresa in scaletta: I Got Mine. In The Name Of Tragedy è un altro racconto apocalittico dei giorni nostri e Lemmy lo recita in modo praticamente brutale, come sa fare solo lui, attraverso il suo spaventoso rantolo da zombie. La magia che sul palco sa portare solo Lemmy con i suoi soci non cala per niente. Poi il passaggio a una “slow song” o, meglio, come ha tenuto a precisare il realista Cancelliere, una cosa che “depends from the personal point of view”, cioè Just ‘cos You’ve Got the Power (“No Sleep At All”, 1990), un pezzo dal beat pesante e trascinato! Poi è arrivata Dancing On Your Grave. Questo pezzo ha qualcosa di speciale, con una breve linea in maggiore all’uscita del ritornello, inserita in modo geniale nell’immagine altrimenti devastante del brano. Una variazione splendida e spiritosa. Il pubblico è impazzito con R.A.M.O.N.E.S. tirata fino allo svenimento. “Here is the song from album Sacrifice!” And It is called… Sacrifice!” Aaaaaaaaa, aspettavo questa. Contro-ritmo! Non ballate, che vi rompete le gambe, Mikkey Dee è impazzito! A metà pezzo il Cancelliere e Phil preferiscono sparire dal palco, perché la belva è diventata furiosa e assetata di sangue! Dee faceva il matto con una violenza spaventosa. Preciso e veloce, ma soprattutto toglieva il fiato il lavoro del doppio pedale. Resto senza parole. Perfezione. Non si può descrivere, bisogna vederlo. I ragazzi sono tornati e Sacrifice ci annienta tutti! Poi la luce in fondo al baratro e i Motorhead ci tirano fuori da professionisti con la sparatissima, veloce come un razzo Going To Brasil (“1916”, 1991), ma a finirci ci pensa “Killed By Death” e con un “montante” per la buonanotte ci accompagna anche il pugno d’acciaio (Iron Fist)! Dopo un’ora la parte regolare è finita!

Passano cinque minuti e sul palco si presenta Mikkey Dee con una chitarra in mano. Lemmy: “Please welcome our famous 6-string drummer!” Con le sue battute Lemmy ha strappato ai presenti diverse vere e proprie salve di risate. Il vecchio caprone con il suo sarcasmo gelido ti brucia fino allo svenimento. Durante il concerto, naturalmente, ha elogiato le ragazze croate e ha ammesso a voce alta che gli succede con loro. Ha chiuso la sua profonda confessione con la frase: “Girls, you are welcomed to join the backstage later on. You know… to help the boys.” E ha avvertito il pubblico: “I am not stupid! I am old, but not stupid!” Con il suo invito Lemmy faceva sicuramente sul serio, mortalmente sul serio. Ma torniamo piuttosto con la macchina del tempo avanti di mezz’ora, al nostro stimatissimo quanto bizzarro batterista con sei corde sul palco. Phil non è stato da meno di Mikkey e ha afferrato un’altra chitarra acustica. Così la band ha sorpreso con l’esecuzione di Whorehouse Blues dal disco “Inferno” (2004), come primo pezzo del bis. Se volete vedere il buon vecchio Lem all’armonica a bocca, questa performance non potete assolutamente perdervela. La band si è sfogata e per un attimo ha dimenticato il suo mortifero repertorio rock’n’roll, poi dal palco, nella pausa prima di continuare, è arrivato il suo “gracchio”: “Well… I guess it’s about that time!” Non serve indovinare: il rombo del Rickenbacker, dietro di lui si abbatte una valanga di colpi di passaggio di Mikkey e subito dopo scava il suo solco l’immancabile riff di chitarra. La gente è dentro l’orgasmo, i Motorhead hanno tirato fuori dalla manica l’asso di picche! Questo è stato il momento del concerto! È ora di distruggere e qui, per il gran finale, arriva anche Overkill. In questo momento il concerto ha toccato il punto più rumoroso della sua esibizione. Già durante il concerto si poteva notare come, nelle pause, Lemmy si divertisse spontaneamente con le linee dei toni (cosa che comunque fa sempre) e di tanto in tanto aggiungesse nel microfono istruzioni come: “Louder!” Un ordine ai tecnici di cominciare, durante il concerto, ad alzare piano piano sempre di più il suono dei Motorhead. Attraverso la marcia mortale provocata dal fracasso del pezzo conclusivo, i Motorhead si sono congedati nel loro stile, con un’identità unica. Si sono lasciati dietro il suono della devastazione, che lacerava le orecchie e il cielo e che probabilmente, già che c’era, ha buttato giù qualche ignaro alieno da qualche parte nella galassia “4alfa003wy32x3i”. Lemmy aggiunge: “Don’t forget us. We are Motorhead. And we play fuckin’ rock’n’roll.” Fine.

In ogni caso mi aspettavo più follia, un pubblico più esplosivo, insomma molto più festa sotto i ritmi dei Motorhead. Vabbè, la gente era comunque in estasi e ha tirato fuori una bella dose di decibel, di cui era entusiasta anche Lemmy, però lo show dei Motorhead, rispetto a quello di Milano di una settimana prima, è stato in generale portato avanti a un ritmo un filo più morbido. Le cause? L’ora e mezza in posizione di headliner. In quella mezz’ora in più, confrontando il tempo a disposizione con l’esibizione della band al Gods Of Metal (3.6.2006), i Motorhead hanno infilato in scaletta appena quattro pezzi, e cioè una “dedica ai Ramones” non degna di nota, Sacrifice, Iron Fist e Whorehouse Blues. Il secondo fattore è una scaletta, sempre in generale, meno cruda e meno pepata di rock rispetto a quella del tour di “Hammered”, quando le teste motorizzate visitarono la Croazia a Puntižela al Bikers Festival (27.07.2002). Il terzo fattore sono le pause più dilatate tra i singoli pezzi durante il concerto. Lo show di Milano era stato intenso: i Motorhead lì in una sola ora hanno stipato 15 pezzi, mentre a Zagabria in un’ora e mezza “solo” 19. Quindi, se avessero tenuto il ritmo di Milano, ne avrebbero sparati in tutto 23 o 24. Certo, al Gods Of Metal c’era in gioco anche l’onore e i Motorhead volevano dimostrare che la versione primitiva del loro modo di intendere il rock’n’roll può sempre spazzare via la distorsione metal ultra tirata della grande maggioranza dei power metaller che suonavano lì insieme a loro. Insomma, il voto a questo concerto di Zagabria è meno cinque. I Motorhead sono stati di nuovo i classici, quelli che non sanno sbagliare e offrono ciò per cui sono nati. Born To Raise Hell, ma l’intensità del concerto, rispetto a Milano, era su un livello più basso. Comunque indimenticabile, e perdersi una cosa del genere sarebbe un peccato mortale. Leggende! Ci vediamo di nuovo in autunno 2006! E Phil, toglitelo una buona volta quel maledetto berretto! Con quello sembri uno spazzacamino. La prossima volta, ragazzi, voglio risentire in scaletta i pezzi del disco “Bastards” (1994)!

Scaletta

1. Doctor Rock
2. Stay Clean
3. Love Me Like A Reptile
4. Killers
5. Metropolis
6. Over The Top
7. No Class
8. I Got Mine
9. In The Name Of Tragedy
10. Dancing On Your Grave
11. Just ‘cos You’ve Got the Power (Don’t Mean You Got the Right)
12. R.A.M.O.N.E.S.
13. Sacrifice (incl. drum solo Mikkey Dee)
14. Going To Brasil
15. Killed By Death
16. Iron Fist
—bis
17. Whorehouse Blues
18. Ace Of Spades
19. Overkill

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