Goodnight L.A.

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Magnum
Etichetta: Polydor Records
Uscita: 1990
Voto: 2.5/5

“Goodnight L.A.”, senza dubbio il capitolo più debole nella storia dei Magnum, è stato un effetto collaterale di una permanenza troppo lunga a Los Angeles, la celebre mecca americana del kitsch, e dell’abbandono ai soliti eccessi da rockstar, che alla fine si sono rivelati una condanna a morte per le cellule grigie creative e immaginifiche di quelli che un tempo erano gli inarrestabili campioni del rock melodico britannico. Troppi occhiali da sole, camicette hawaiane sgargianti, giri in Cadillac e limousine, frequentazioni intime con ragazze facili dalle forme generose, perlopiù rinforzate col silicone, e consumo a tappeto di tutti gli altri elementi del folklore californiano nel cuore del “paradiso in Terra” non potevano portare niente di buono a quei ragazzi di Birmingham, un tempo umili e dediti alla musica fino in fondo. Il pacchiano consumismo americano post-reaganiano, da cui questo prodotto è stato ispirato in lungo e in largo, ha accecato del tutto una band che si stava ancora crogiolando nella luce del grande successo del capolavoro “Wings Of Heaven” (1988).

Era del tutto comprensibile che, dopo quel picco creativo e commerciale, la strada artistica dei Magnum avrebbe preso piano piano una piega discendente, quindi non è stata chissà quale sorpresa. Ma non si può dare tutta la colpa alla band se “Goodnight L.A.” è un successore di “Wings Of Heaven” a dir poco mediocre. La responsabilità principale della onnipresente americanizzazione del loro sound inconfondibile, con cui si cercava di avvicinarli alle popolari band hair metal dell’epoca, è della loro etichetta di allora, la Polydor, che voleva conquistare il mercato americano nel modo più facile possibile: un mercato che da sempre si nutre di rossetto e scandali, mentre la musica sta più o meno al terzo posto.

Per l’occasione gli hanno letteralmente imposto il noto produttore americano Keith Olsen, che sapeva benissimo come si servono certe cose, visto che era diventato famoso soprattutto come produttore dell’album dei Whitesnake dal successo clamoroso, “1987”. “Goodnight L.A.” (per fortuna) non è diventato un altro “1987”, ma ha comunque intaccato bene la reputazione di una band britannica fino a poco prima tutta d’un pezzo, che solo pochi anni addietro nei suoi testi descriveva battaglie antiche con messaggi pacifisti nemmeno troppo velati e faceva impazzire gli appassionati col suo modo sofisticato di mescolare art rock e AOR. Perfino l’eterno favolista pacifista Tony Clarkin si è piegato alla tendenza corporativista del momento e ha scritto alcuni dei testi più trasparenti della sua carriera, in cui i temi mistici sono stati in gran parte rimpiazzati da Cadillac assortite e pupe di plastica poco vestite dai sorrisi finti.

Ecco, nonostante tutte queste critiche impietose per il potenziale creativo e l’intelligenza di una band “svenduta” ridotti all’osso, su “Goodnight L.A.” non è tutto così male. Alcuni arrangiamenti, pur innestati nella tipica produzione hair metal americana (quello che ne soffre di più è il suono delle tastiere di Stanway), restano comunque riconoscibili come marchio di fabbrica della band. La maggior parte dei pezzi è costruita, come al solito, attorno ai tipici riff hard rock di Clarkin, mentre la voce di Catley, ottima come sempre, conservava ancora una discreta dose di epicità. Anche se ha dovuto rendersi ridicolo con testi del tipo “oh, baby, I cry for you”. Qua e là si trova perfino qualche momento luminoso che ricorda i vecchi Magnum mistici, ma sono troppo pochi per cambiare l’opinione su questo disco come passo falso stilistico. Se fosse stato il loro primo album, o se prima fossero stati noti come una tipica band hair metal, si potrebbe perfino dire che è uno dei migliori lavori del genere, ma così com’è rappresenta quasi una sepoltura artistica per gli ex campioni dell’art rock melodico.

Sulla maggior parte dei brani dell’album non c’è molto altro da dire, se non che si somigliano parecchio per i loro arrangiamenti semplici e iper melodici, per il motivo hard rock che si ripete e per i testi scialbi di cui sopra. Rappresentanti tipici di questa americanizzazione hair metal sono la zuccherosa “Rockin’ Chair”, con un ritornello ripetitivo tutto incentrato sull’allegra baraonda sul sedile posteriore di una Cadillac, la noiosa “Mama”, in cui il motivo centrale pesante e il ritmo monotono non si schiodano di un millimetro, l’ancora più noiosa “What Kind Of Love Is This” con le sue linee di sintetizzatore plasticose e il testo infantile, e “No Way Out”, che per via del ritornello si potrebbe tranquillamente definire un tragicomico tentativo di copiare il classico dei Van Halen “Jump”.

Gli altri pezzi se la cavano nettamente meglio, perché l’influenza di Olsen non è riuscita a contagiarli. “Only A Memory”, oltre sette minuti, un tentativo piuttosto sfortunato di ricreare la magia dei vecchi Magnum e un po’ anche dei Queen (soprattutto per le armonie vocali di accompagnamento, a cui partecipa anche il cantante dei Saga, Michael Sadler), simboleggia al meglio l’improvviso crollo creativo della band. Nonostante l’ottimo riff e il canto, mancano quel fuoco e quegli arrangiamenti grandiosi (qui le tastiere latitano del tutto) che in passato impreziosivano questo genere di esperimenti epici. Il solidissimo hard rock di “Reckless Man”, con il suo succoso riff centrale di chitarra e il testo di critica sociale, potrebbe stare benissimo anche su “Wings Of Heaven”.

Lo stesso vale per “Matter Of Survival”, che ha un ritornello romantico molto bello, texture di tastiere seducenti e perfino gustosi arrangiamenti di sassofono. Questi ultimi per un attimo ricordano perfino i vecchi romantici mistici anglosassoni. Un buon pezzo è anche “Shoot”, che convince con il classico ritornello da risveglio alla Magnum e un motivo centrale potente. Il momento più gradito, quello che ci ricorda i vecchi, cari, classici Magnum, è però l’ultimo brano, la prelibatezza epica “Born To Be King”, l’unico classico del disco e del tutto all’altezza dei loro capolavori passati, in cui prendevano vita leggende antiche. Qui rifioriscono la loro mistica tipica e la magia art rock, che infonde nell’ascoltatore la speranza in un futuro migliore.

Nessuna sorpresa che i Magnum, dopo questa esperienza in studio conclusa con vendite miserabili e delusione (i fan di lunga data sono rimasti parecchio scottati da “Goodnight L.A.”, mentre gli hair metaller, nonostante il successo dei Whitesnake, continuavano a fidarsi più dei campioni americani del rossetto che di certi “eccentrici britannici”), abbiano chiuso la collaborazione con la Polydor. Lungi dall’essere un disastro totale, visto che ha i suoi momenti luminosi, ma rispetto alla maggior parte degli altri lavori dei Magnum i suoi lati buoni sfumano in fretta. E la maggior parte delle band hair metal avrebbe fatto di tutto, allora, per un disco così. Per questo lo consiglio soprattutto agli amanti di quella scena musicale, mentre chi cerca i loro lavori più rappresentativi farebbe meglio a guardare agli anni ’80. I Magnum comunque si sono ripresi presto da questo scivolone creativo-commerciale, hanno ritrovato più o meno il ritmo e il suono giusti che avevano reso grandi i loro dischi migliori, ma non sono mai più riusciti a raggiungerne la profondità sempreverde.

Formazione

Bob Catley – voce
Tony Clarkin – chitarra
Wally Lowe – basso
Mark Stanway – tastiere
Mickey Barker – batteria

MUSICISTI OSPITI:

Michael Sadler (Saga) – cori
Tommy Funderburk – cori
Paulinho da Costa – percussioni
Deric Dyer – sassofono

Produzione

Keith Olsen

Tracklist

1. Rockin’ Chair (4:10)
2. Mama (4:34)
3. Only A Memory (7:04)
4. Reckless Man (3:11)
5. Matter Of Survival (4:19)
6. What Kind Of Love Is This (4:35)
7. Heartbroke and Busted (3:37)
8. Shoot (3:34)
9. No Way Out (3:59)
10. Cry For You (3:57)
11. Born To Be King (5:33)

Durata dell’album: 48:40

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