Grace Under Pressure

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Artista: Rush
Etichetta: Mercury Records
Uscita: 1984
Voto: 4/5

Il minimalismo della produzione “new wave” a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta, rivoluzionario nella sua ricerca di approssimazioni digitali ed elettroniche che sostituissero la vecchia vitalità organica del suono naturale di strumenti classici come batteria, basso e chitarra, ha toccato sotto ogni aspetto anche i Rush. Quello che “Signals” (1982) lasciava intuire, “Grace Under Pressure” (1984) lo incarna fino in fondo. “Signals”, ultimo disco a portare ancora un suono vivo, pieno e vecchia scuola, è stato ora rimpiazzato da un album con una produzione parecchio asciugata, che con la nuova direzione cancella il tipico sferragliare del basso di Lee e così riduce la profondità del basso “old school” penetrante e l’ardore rock. Neil Peart, nella nuova veste, usa senza vergogna anche la batteria elettronica. Le chitarre sono vestite di un effetto di eco cristallino che, negli accordi, suona tagliente e distante, e stavolta, per la prima volta, non si sente più quella magia di suono vivo da studio che i Rush erano ancora riusciti a creare con “Signals”. Se i fan della band a “Signals” avevano ancora chiuso un occhio, “Grace Under Pressure” è il disco della discografia dei Rush che spacca nettamente la massa di fan di base in tutto il mondo.

“Grace Under Pressure” è sotto ogni aspetto il primo vero album art rock. I motivi di chitarra di Lifeson sono dettagliatissimi e rifiniti al massimo; il tipo, con le note, è ragionevolmente parco, ma ognuna di quelle che picchia ha un punto importante, e nello spazio che occupa in ciascun brano porta un intento chiarissimo. Tutto ciò che resta di naturale è la voce di Lee, che in una produzione così new wave, dove i synth sostengono a piene mani le frasi di chitarra, senza alcuna pretenziosità dei vecchi urli, è uno degli elementi portanti e, per le sue particolarità, dà a questo suono nuovo di zecca un risalto marcato nell’espressione delle emozioni. In una produzione così slavata, “di un altro mondo”, offre un controcanto unico e irresistibile: un essere di carne e ossa che a mani nude combatte contro il dominio di computer, robot e macchine.

Nonostante l’ulteriore sofisticazione del suono, questo album è incredibilmente cupo e, grazie alla fervida fantasia di Peart, resta ancora misterioso. A creare questa cupezza sono soprattutto i tipici testi dei Rush alla Peart, “uno contro tutti”, e lo sfondo sonoro che viaggia sul dialogo tra frasi di chitarra e synth. Red Sector A è il brano in cui i Rush, nella caccia al nuovo suono, mettono a segno più punti. Un pezzo dal testo struggente, sulla lotta per la sopravvivenza in mezzo al caos della guerra, con un carisma potente, in cui la band riesce a capitalizzare le nuove direzioni nel modo più efficace. In questo brano il basso non si sente, Lee tira fuori tutta la sua melodia esclusivamente dai synth. Peart si insinua nel pezzo con la batteria elettronica. In un approccio così asciugato e cosmeticamente artificioso si infila, come una lama nel formaggio, la chitarra di Lifeson (sostenuta dai synth), che con un motivo ben profilato si prende il primo piano, finché nel brano non entra la voce melodica ed emotiva di Geddy, che nei versi cantati di disperazione senza via d’uscita, sconforto e resa dei conti finale risulta semplicemente agghiacciante. È così sentita, sottile e profonda nella sua confessione da fare quasi paura. Red Sector A è senza dubbio una delle cose più belle di questo album. Soprattutto dal punto di vista melodico. Qui la band è riuscita a capitalizzare nel modo più felice l’inserimento di tutte le novità nell’evoluzione del nuovo suono Rush. È il brano più “new wave” del disco. Il brano più “eighties” del disco.

L’album si apre con Distant Early Warning, che avrebbe potuto trovare facilmente posto nel disco precedente, se avesse seguito la vecchia produzione. Questo brano è il primo esempio tipico di minimizzazione del suono della band, di crescente sottomissione ai synth, a cui però stavolta la band aggiunge un suono più concreto e definito delle frasi di chitarra di base, rispetto all’entusiasmo per le possibilità espressive dei synth scoperto con “Signals”. Già questo pezzo offre l’atmosfera cupa che come un velo veglia su tutto l’album, anche nel seguito.

Anche “Grace Under Pressure” è più forte all’inizio e alla fine, il che resta un marchio di fabbrica dei loro dischi. In realtà nel quartetto iniziale Distant Early Warning, Afterimage, la già citata Red Sector A, dal sapore new wave “succoso”, e The Enemy Within. Con quest’ultima, grazie alla linea ritmica fortemente marcata, tra i brani del disco, oltre a Distant Early Warning e Between The Wheels, la band si avvicina più direttamente al suono di “Signals” e allo stato della sua precedente immagine di “fantasticherie adolescenziali ribelli”. Con “Grace Under Pressure” i Rush sono diventati adulti e hanno definito la pietra angolare della nuova immagine art rock del loro suono.

Come ormai è abitudine per i Rush, anche stavolta la band riesce a plasmare tutti i brani come entità chiaramente concluse e dai caratteri espressivi ben distinti, ciascuna con un’atmosfera e un’eredità musicale riconoscibili. Afterimage, con un ritmo reggae finemente mascherato nel ritornello, è un ribaltamento totale dell’atmosfera rispetto all’apertura del disco e una profezia agghiacciante di ciò che a Neil Peart sarebbe davvero capitato nella vita nel giro di 14 anni. In questo pezzo la band (fate attenzione al modo in cui Lifeson cambia il modo di suonare il motivo di base) “di giro in giro” cura di continuo piccole variazioni minimaliste, tipiche dell’espressione art nella musica rock. Qualsiasi pretenziosità in termini di complicazione stavolta è del tutto bandita, e la sua mancanza è compensata dalla “grande” produzione new wave. I brani meno interessanti del disco sono The Body Electric, con il trucchetto d’apertura che ricorda Distant Early Warning, e Red Lenses, a cui un po’ di ardore mancante viene restituito dal dominante gioco di Peart. Kid Gloves è la canzone con l’orientamento più positivo, un’eco sommessa dell’energia che i Rush offriranno su “Hold Your Fire” (1987). Between The Wheels è il momento più forte dell’album e con Distant Early Warning si dividerebbe senza problemi il podio della tracklist. Un’atmosfera maestosa da mini-epica, costruita su una tenda colorata di synth in cui si insinua il monologo chitarristico di Lifeson, riporta sul disco un po’ di raggi rock indispensabili e l’atmosfera di “Signals”, con la creazione magistrale del contrasto tra un pre-ritornello cupo e un ritornello in maggiore e accelerato in chiave rock, comandato per tutto il tempo dal canto profondamente sentito di Lee. Quando alla fine il disco gira su sé stesso, nelle orecchie resta a lungo quella dolce sensazione (inconsapevole ma eternamente pretesa) del più profondo e unico “essere Rush”.

La band ha smesso da un pezzo di offrire mini-epopee e, con la minimizzazione, ha sfoltito anche le parti strumentali centrali, che ora sono ulteriormente accorciate e rifinite in modo ancora più essenziale rispetto a qualsiasi predecessore di “Grace Under Pressure”.

Questo album ha ridefinito il suono dei Rush. È speciale e unico sotto ogni aspetto. Merita un posto nella collezione obbligatoria di ogni fan dei Rush, come di ogni amante dell’art rock e dell’espressionismo new wave degli anni Ottanta. In realtà non sbaglierò di molto se lo consiglio come aggiunta alla collezione anche a tutti i nostalgici degli “eighties” che vanno matti per il suono delle band che hanno contribuito a plasmare il sound mainstream di allora, come per esempio Crowded House, Madness, Simple Minds, Level 42, Men At Work, Talking Heads.

Con “Grace Under Pressure” i Rush hanno tenuto il passo con le tendenze, restando però riconoscibilmente se stessi e unici sotto ogni aspetto. Per questo, anche in seguito hanno continuato a lavare e minimizzare diligentemente il loro suono. Ne parleremo più a lungo nella recensione dell’album “Power Windows” (1985). Molti dinosauri degli anni Settanta sono andati artisticamente in fumo, negli Ottanta, in una paranoia che li spingeva a cambiare a tutti i costi look sonoro e stilistico. Alcuni questa mossa li ha spazzati via per sempre dal campo dell’attualità (i Jethro Tull con i dischi post-“Stormwatch”), altri, come per esempio Genesis o Yes, nelle nuove vesti riempivano sì gli stadi, ma si rendevano letteralmente ridicoli, svendendo la propria intelligenza espressiva, rimpiazzata dalla minimizzazione del suono dei nuovi album (anche se così, senza volerlo, hanno contribuito magistralmente, dall’altra parte, alla definizione del suono new wave e del pop rock). Altri ancora sono riusciti a mantenere la libertà artistica nonostante l’integrazione delle novità. Il loro intelletto, attraverso i nuovi sentieri dell’evoluzione della propria espressione musicale, è rimasto incontaminato, come ci avevano abituati già negli anni Settanta. Questi le sfide delle novità hanno sempre saputo magistralmente volgerle a proprio favore. E con ogni confessione sono cresciuti verso l’alto e hanno continuato a evolversi. Tra loro rientrano, in quel periodo, oltre ai King Crimson di “Discipline”, tornati in pista, senza dubbio anche i Rush nel loro periodo “synthesizer” degli anni Ottanta.

Formazione

Geddy Lee – voce, basso, synthesizer
Alex Lifeson – chitarra, synthesizer
Neil Peart – batteria, percussioni acustiche ed elettriche

Produzione

Rush & Peter Henderson

Tracklist

1. Distant Early Warning (4:56)
2. Afterimage (5:03)
3. Red Sector A (5:09)
4. The Enemy Within (4:34)
5. The Body Electric (4:59)
6. Kid Gloves (4:17)
7. Red Lenses (4:41)
8. Between The Wheels (5:44)

Durata dell’album: 39.23

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