Grand Hotel

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Procol Harum
Etichetta: Chrysalis Records
Uscita: 1973
Durata: 41:09
Voto: 4/5

»Grand Hotel«, sesto album in studio dei leggendari pionieri del progressive rock britannico Procol Harum, fu l’annuncio di ‘tempi nuovi’: un cambio di rotta bello netto nell’approccio di questi maestri della fusione tra rock e sinfonica, che con evergreen come »A Whiter Shade of Pale, »Shine On Brightly«, »A Salty Dog« e »Homburg« si erano già guadagnati per sempre un posto nel cuore dei veri intenditori. Il chitarrista Dave Ball, che nel 1972 aveva suonato sul loro primo album dal vivo »Procol Harum Live in Concert with the Symphony Orchestra«, nel frattempo era stato sostituito da Mick Grabham. Il vecchio chitarrista se n’era andato proprio mentre la band stava già posando per la copertina di »Grand Hotel«, così sulla foto la testa di Ball c’era ancora, ma il corpo no: ‘tagliata’ via e rimpiazzata con quella di Grabham.

Nonostante in poco tempo avessero cambiato ben due chitarristi e preso un nuovo bassista in Alan Cartwright, i Procol Harum in questo periodo, in cui abbandonarono definitivamente ogni traccia di psichedelia e anche parecchi elementi blues del passato, entrarono nella fase più stabile della loro carriera, almeno per quanto riguarda la solidità della formazione. Anche se a prima vista »Grand Hotel« sembra un concept album, come vale pure per la maggior parte dei testi, che parlano di una stratificazione sociale sempre più marcata, a detta del paroliere Keith Reid il racconto, o meglio la satira sulla vita snob dell”élite’ sociale in un hotel di lusso, non va oltre la title track. I testi di Reid sono ancora una volta un capitolo a parte, pieni di acuta satira sociale e spesso anche del tipico humor nero inglese, che in tutta la storia dei Procol Harum è stato senza dubbio una benedizione di un genere tutto suo.

La ‘star’ assoluta e co-capobanda del gruppo, il cantante e pianista coi baffi Gary Brooker, oggi, insieme a Reid, unico membro originale dei Procol Harum rimasto, con il suo carisma vocale ormai quasi proverbiale e i suoi arrangiamenti pianistici raffinati, spesso melodrammatici, fedelmente completati dai luccicanti ‘tappeti’ d’organo firmati Chris Copping, è come da copione il pilastro dei singoli brani di »Grand Hotel«. Non si può non citare anche il chitarrista Grabham, che nei suoi assoli porta avanti con fedeltà la tradizione blues dell’originale chitarrista dei Procol Harum, il leggendario Robin Trower, anche se il suo stile è decisamente meno raffinato e innovativo e, allo stesso tempo, gli viene lasciato un po’ meno spazio per improvvisare o prendere iniziative soliste.

La title track, una burlesque perfetta sulla crema della società inglese, snob e senza cuore, che nel casinò dell’hotel Ritz fa colare fiumi di champagne con soldi sottratti brutalmente sulle spalle dei poveracci, si apre con un’intro di piano guardinga, per poi sfociare, sulle ali di sontuosi arrangiamenti d’organo, in una vera e propria orgia di rock sinfonico, dove non mancano passaggi orchestrali drammatici, armonie corali orchestrali e anche beffardi ritmi danzanti al piano. L’approccio malinconico di Brooker è, di conseguenza, pieno di amaro cinismo, mentre le melodiche linee di chitarra di Grabham, in mezzo al lusso sinfonico generale, portano anche un po’ dell’epica che ti aspetti. Gli altri brani dell’album durano meno di sei minuti, ma contengono abbastanza elementi complessi e improvvise svolte ritmiche da risultare interessanti anche per tutti gli ‘ascoltatori un po’ più esigenti’.

»Tojours l’amour«, satira maliziosa ai danni di una donna infedele, ha una melodia d’organo birichina e succose improvvisazioni di chitarra, mentre Brooker si trasforma di nuovo in un ‘commediante’ sarcastico, e così da un brano apparentemente semplice nasce una giostra sonora dai forti contrasti. »A Rum Tale« è una ballata adagiata su una sottile melodia di piano e organo, che con l’atmosfera nostalgica e un testo sui viaggi in terre lontane richiama le ‘care vecchie’ storie di mare, come quelle che Reid raccontava già ai tempi dell’indimenticabile classico »A Salty Dog«. »T.V. Caesar«, un’altra burlesque sociale, stavolta con un testo sulla dipendenza dalla televisione, ha arrangiamenti sinfonici pomposi, stacchi di batteria dal tempismo intelligente e un’altra prova vocale splendida e sentitissima di Brooker. La scaltra improvvisazione chitarristica di Bradford rende ancora più vario un clima beffardo e, grazie ai passaggi dal colore orchestrale, anche maestoso.

In »A Souvenir of London«, satira sociale con arguti accordi di chitarra acustica e sfacciate trame d’organo, Brooker è vocalmente particolarmente pungente. I Procol Harum, che non hanno mai risparmiato testi al vetriolo contro i loro rigidi connazionali inglesi, vengono d’altronde dall’Essex, che rientra nell’area nord-orientale di Londra. Anche nel piuttosto incisivo e scatenato »Bringing Home the Bacon«, dove cupi passaggi d’organo ricordano la musica classica di un qualche film horror, mentre il ritmo senza compromessi è dettato soprattutto da fraseggi di chitarra affilati, Brooker e Reid (come autore del testo) non riescono a trattenersi dal ‘dire’ in modo beffardo una parola o due sulla povertà e sulle dure differenze sociali che già allora rodevano la loro patria.

Nello standard melodrammatico »For Liquorice John«, satira sociale sull’alcolismo, un altro problema tipicamente (e non solo) britannico, dove la band di colpo si fa serissima, i possenti passaggi d’organo di Copping occupano la posizione centrale, mentre la prova vocale straziante di Brooker non entusiasma certo di meno. L’esperimento più insolito e per molti versi più interessante del disco è però senza dubbio la ballata dal sapore sacrale »Fires (Which Burn Brightly)«, dove Brooker è completato in modo eccellente dalle armonie vocali corali femminili della (purtroppo scomparsa) ospite francese Christiane Legrand. Quest’ultima, con la sua voce da soprano, crea un contrasto di gran gusto tra le armonie vocali maschili e femminili, mentre i due cantanti sono accompagnati in modo drammatico da arrangiamenti d’organo conditi di sacralità.

A chiudere l’album, in »Robert’s Box«, ancora una burlesque, i Procol Harum si trasformano di nuovo in una banda di burloni incorreggibili. Il testo, ovviamente, non riguarda il chitarrista dei King Crimson Robert Fripp, ma un altrettanto enigmatico, se non proprio lo stesso, ‘dottore’, il ‘dottor Robert’, che ai tempi sull’album »Revolver« (1966), nell’omonimo brano, era già stato preso in giro dai Beatles, perché riforniva ricchi e famosi di nuove droghe come le anfetamine. I Procol Harum se la prendono con la ‘scatola magica’ di questo ‘dottore’, la cui identità non è mai stata rivelata, e anche con il suo cliente, il tossico che viene a prendersi la nuova dose, e lo fanno con possenti arrangiamenti orchestrali, portando per un breve momento questa burlesque, proprio sul finale, perfino su territori epici.

Tra lussuosi arrangiamenti orchestrali e una satira efficace della società inglese, »Grand Hotel« resta ancora oggi uno dei vertici dei Procol Harum e, allo stesso tempo, uno degli ultimi dischi in cui si può parlare di brillantezza creativa da parte di tutti i membri della band. In pieno periodo di massimo splendore artistico e commerciale del progressive rock, questi pionieri del genere hanno tenuto con successo il passo dei migliori interpreti dell’epoca e, grazie a un’orchestrazione sempre più profonda, si sono lasciati definitivamente alle spalle i primi anni dai colori psichedelici e blues. I Procol Harum, in fondo, non volevano restare per sempre ‘prigionieri del passato’, anche se gli anni della fine dei Sessanta furono quelli in cui godettero della massima popolarità e notorietà.

Formazione

Gary Brooker – voce, piano, orchestrazione
Chris Copping – organo
Mick Grabham – chitarra
Alan Cartwright – basso
Barrie James Wilson – batteria
Keith Reid – testi

CANTANTE OSPITE:
Christiane Legrand – voce soprano

Produzione

Chris Thomas

Tracklist

1. Grand Hotel (6:10) 
2. Toujours l’Amour (3:31) 
3. A Rum Tale (3:20) 
4. T.V. Ceasar (5:52) 
5. A Souvenir of London (3:23)  
6. Bringing Home The Bacon (4:21) 
7. For Liquorice John (4:27) 
8. Fires (Which Burn Brightly) (5:10)  
9. Robert’s Box (4:45)

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