Graspop Metal Meeting (2008)
Autore: Urban Bolta
Foto: Urban Bolta
Luogo: Dessel / Belgio
Data del concerto: 29.06.2008
Pubblico: 55 000
Prezzo del biglietto: 180€ (abbonamento di tre giorni)
Il Graspop Metal Meeting, che quest’anno si è tenuto dal 27 al 29 giugno vicino a Dessel, in Belgio, mette in fila ogni anno le esibizioni delle band più grosse dell’hard rock e del metal, di tutti i sottogeneri. Con dodici ore di viaggio solo andata, tra gli sloveni è un festival piuttosto sconosciuto, ma per dimensioni se la gioca senza problemi con il celebre Wacken. Organizzazione eccellente e personale gentilissimo sono di sicuro i marchi di fabbrica del festival. Conviene arrivare già un giorno prima, altrimenti con la marea di gente che c’è la tenda finisce semplicemente troppo lontana. Io con la mia ciurma sono arrivato giovedì notte e ci siamo ritrovati con la tenda a una buona 25 minuti a piedi dal palco principale.
DEF LEPPARD (venerdì, 27.6.2008)
Per un gioiello degli anni Ottanta come i Def Leppard è parecchio insolito essere solo il terzo headliner della serata. Probabilmente nemmeno loro si ricordano più l’ultima volta che gli è capitato. Il risultato? Una sola, singola ora di concerto – in pieno giorno. I Leppard hanno dovuto ovviamente sforbiciare parecchio la scaletta che portano in giro in questo tour, a supporto dell’album uscito da poco, Songs From the Sparkle Lounge.
Un enorme sipario rosso sullo sfondo – proprio come sulla copertina del nuovo album – ha annunciato l’esibizione del grande quintetto di Sheffield. E infatti, puntualissimi, sul palco sono sfilati Joe, Phil, Vivian e i due Rick. Hanno aperto con il loro hit dei primi anni Novanta, Let’s Get Rocked, che ha scatenato un’ondata di entusiasmo nelle prime file. Il set è andato avanti all’insegna dei classici: ci hanno suonato Let It Go dall’album Hign’N’Dry, poi Billy’s Got a Gun, Photograph, Animal, Hysteria. Dal nuovo album solo due pezzi, C’mon C’mon e Hallucinate, che la folla ancora non conosceva ma che ha fatto subito suoi.
Hard rock melodico e la voce magica di Joe, spalleggiata dai cori degli altri quattro, sono ovviamente una combo super per un’atmosfera pazzesca, sul palco come sotto. Per tutto il tempo i Leppard hanno avuto il sostegno rumoroso di migliaia di gole sui ritornelli. Poco prima della fine si è squarciata una nuvola e ha cominciato a diluviare, ma il concerto non ne ha risentito – anzi – l’acquazzone, a fare da colonna sonora alle ultime due canzoni, Pour Some Sugar On Me e Rock of Ages, ha regalato un’atmosfera davvero unica (meravigliosa).
I Def Leppard non sono più in forma come negli anni Ottanta e nei primi Novanta, ma una festa rock più che dignitosa la sanno ancora imbastire, e oltre che con il nuovo album l’hanno dimostrato anche con questo set. Anche i tecnici hanno fatto faville, il suono era perfetto. Mi ha deluso un po’ solo la quantità di gente sotto il palco: per una band del loro calibro, in rapporto alle dimensioni del festival, si erano radunati pochi affamati di buon hard rock – a occhio circa 25 mila.
WHITESNAKE
Dopo i Def Leppard è toccato a un’altra band che ha lasciato un segno profondo negli anni Ottanta del secolo scorso – il Serpente Bianco di Coverdale. Un gruppo che cambia di continuo i suoi membri, con il solo capo sempre uguale fin dall’inizio – David Coverdale – grande icona del rock’n’roll.
Durante la pausa la pioggia forte si era un po’ calmata, ormai cadevano solo gocce. Nonostante il tempo poco ospitale si è radunata una folla enorme, vecchi e giovani insieme. Per cominciare i Whitesnake ci hanno suonato Best Years, il pezzo d’apertura anche dell’album Good to Be Bad uscito ad aprile. Sulla scaletta nessuna sorpresa – col principio “un hit dopo l’altro”, costruita su misura per il pubblico del festival. Oltre al trittico obbligatorio dell’album 1987, multi-platino, e a pezzi rappresentativi del nuovo disco, hanno suonato anche The Heart of the City, Love Ain’t no Stranger, Ain’t Gonna Cry no More e Fool For Your Loving.
David Coverdale. È interessante starlo a guardare. Un vero fenomeno: come fa un uomo che si avvicina ai sessant’anni, con quel suo muoversi sexy durante le ballad – ho in mente soprattutto Is This Love – a far urlare in modo orgasmico e a far piangere ragazzine di 40 anni più giovani? In questo è sicuramente simile a Steven Tyler. E che sarebbe stato se il sestetto sul palco avesse collaborato con il meteo del momento e avesse attaccato Crying in the Rain, eheh! L’esibizione di David è davvero qualcosa di speciale. Si dedica al 100 per cento a ogni canzone, ci respira dentro. Ed è proprio questo, ovviamente, a scatenare reazioni così emotive nelle fan più sfegatate. Intanto gioca in continuazione con il microfono e la sua asta – il suo marchio di fabbrica. Nonostante una voce che non arriva più alle note più alte come ai tempi d’oro, sul palco se la cava ancora alla grande e agli altri lascia giusto le briciole dell’attenzione. Così i chitarristi Doug Aldrich e Reb Beach hanno avuto un magnifico duello di assoli. Tutti gli altri, oltre alla coppia di chitarristi citata il bassista Uriah Duffy, il tastierista Timothy Drury e il batterista Chris Frazier, sono grandi maestri della musica, ma sul palco sembrano troppo statici e freddi, demotivati, e quindi non vivono per niente nello spirito dei Whitesnake. Hanno chiuso – come al solito – con il bis Still of the Night e con le immancabili parole di David “Thank you for your hospitallity”, e via, già volati verso il prossimo concerto.
Un concerto dei Whitesnake come sempre ottimo, a darmi nell’occhio solo l’eccessivo disimpegno e l’indifferenza verso il pubblico durante lo show stesso. Mi è venuta la sensazione che David Coverdale e compagni facciano un po’ troppo le cose col pilota automatico: arrivi, suoni, te ne vai.
JUDAS PRIEST
I Judas Priest, una delle band heavy metal più grandi e influenti, che negli anni Settanta e Ottanta con la propria attività hanno raggiunto lo status di culto, il primo giorno hanno suonato da headliner e sotto il palco hanno radunato un mare di fan di cui praticamente non si vedeva la fine.
Hanno aperto con l’overture Dawn of Creation, seguita da una bomba chiamata Prophecy. Nel loro tour i Judas Priest presentavano l’album Nostradamus, uscito due settimane prima, e da lì venivano anche i primi due pezzi. Rob Halford, rasato e barbuto, entrato in scena nello stile del nuovo tema di Nostradamus e con una croce in mano, ha ovviamente scatenato un’ondata di entusiasmo già solo con la sua presenza. Nonostante l’impegno, però, il Rob d’acciaio non riesce a nascondere ciò che ormai cinguettano anche gli uccellini sui rami – la sua voce non arriva più nemmeno lontanamente alle altezze a cui ci aveva abituato nel suo periodo classico. Così, soprattutto sui pezzi più noti, il suo ruolo se lo prende la folla. L’esibizione, tipicamente poco energica, di Halford è stata compensata da un “light show” spettacolare. Il duo di chitarre Downing & Tipton ha sbrigato il lavoro con la routine di chi sa il fatto suo – e molto bene. Il chilometraggio, al contrario che per la voce di Halford, gli fa bene, e il set è stato di conseguenza rodatissimo e praticamente senza punti negativi. Oltre a tre pezzi del nuovo album hanno suonato anche i loro brani più riconoscibili: Breaking the Law, Painkiller, Hell Bent For Leather – su quest’ultimo Rob è ovviamente piombato sul palco in sella a una Harley-Davidson, tipica trovata alla Judas Priest. Prima dell’ultimo pezzo del bis Rob si è divertito ancora un po’, scaldando la folla per diversi minuti con i suoi gridi, che lei poi ripeteva. “Sembra di essere a scuola”, ha commentato un comico lì vicino a me. Ma vedere una folla così ripetere dietro a Rob era davvero impressionante. Poi hanno suonato ancora You’ve Got Another Thing Coming e il primo giorno di concerti era alle nostre spalle. Nonostante la voce stridula è stata un’esibizione super, sia dei musicisti sul palco sia della squadra al mixer, che ha garantito un suono davvero buono.
KORPIKLAANI (sabato, 28.6.2008)
Negli ultimi anni assistiamo a una vera alluvione di band finlandesi, e tra i loro rappresentanti più in vista ci sono anche i musicisti di Lahti riuniti sotto il nome Korpiklaani – il Clan della Foresta. Da quando, nel 2003, suonano con questo nome, sfornano album a ciclo continuo e sono sempre in tour, conquistando fan su fan. Il frontman Janne Järvelä ha messo insieme una squadra di ottimi festaioli che mescola la base dell’antica tradizione folk finlandese con pesanti riff di chitarra, il tutto condito con una bella dose di melodia e ritornelli cantabili. Il concerto dei Korpiklaani è una vera sagra! Vestiti di pelli di animale e altri abiti ancestrali, cantando di birra e di balli, si sono divertiti sul palco per tutto il set, e la loro energia è passata in un attimo al pubblico, che si divorava ogni pezzo con più gusto del precedente. Il gruppo ha presentato il nuovo disco Korven Kuningasm, uscito a marzo di quest’anno. I pezzi nuovi sono stati accolti bene, mentre la festa ha raggiunto il punto di ebollizione sui successi come Pixies Song, Happy Little Boozer, Beer Beer. Una scarsa ora di baldoria è ovviamente volata, e il concerto ha fatto scattare il coro del loro nome ancora a lungo dopo che i folletti finlandesi avevano lasciato il palco.
CAVALERA CONSPIRACY
Già all’uscita del primo singolo di Max e Igor Cavalera, Marc Rizzo e Joe Duplantier, riuniti nei Cavalera Conspiracy, si erano formati due schieramenti: il primo, che appoggia la riunione dei fratelli Cavalera sotto un nuovo nome, e il secondo, per cui la riunione è solo un ulteriore sputo sul vecchio monumento dei Sepultura. Comunque sia, Max e Igor sono tornati: a metà giugno hanno fatto tremare lo Štuk di Maribor, due settimane dopo anche il palco principale del Graspop.
Disposizione standard sul palco – Max al centro, il chitarrista Marc alla sua destra, il bassista Johny, che suona con la band ma ufficialmente non ne fa parte, a sinistra, Igor dietro alla batteria, e dietro alla band, ovviamente, un telo rosso con le enormi lettere CC. Si è partiti con la title track dell’album d’esordio Inflikted e con l’unico singolo della band finora, Sanctuary. Naturalmente in un attimo è nato un mosh-pit, l’unico vero sotto il palco principale in tutti e tre i giorni. Di solito si sviluppa subito dietro le prime file, stavolta invece la folla era così compressa che si è aperto solo una ventina di metri più in là. Ovviamente anche i “crowdsurfer” hanno avuto la loro parte. Marc, tra l’altro chitarrista anche nei Soulfly, e il bassista Jonny Chow sono davvero una scelta eccellente – sul palco si muovono benissimo. Soprattutto Johny, con la sua stazza e i tatuaggi, mette davvero addosso un certo timore. Ma che importa, quando tutti gli occhi sono puntati sul frontman più che evidente – il maggiore dei fratelli Cavalera – Max. Il tipo, pur non essendo granché simpatico né loquace, ha un nome così grosso che a guardarlo e a vedere la sua esibizione impressionante ti si rizzano i peli. Oltre alla maggior parte dei pezzi dell’album uscito a marzo non sono mancati i vecchi classici dei Sepultura: Territory, Arise, Refuse – Resist, Propaganda, Inner Self, che hanno ovviamente scatenato un’ondata di entusiasmo. Per il bis, che la folla si era più che meritata con la sua partecipazione costante, hanno suonato anche l’immortale, seppur abusata, Roots Bloody Roots, che ha portato un nirvana generale! Poi il lancio d’ordinanza di plettri e bacchette, che ha provocato un massacro generale nei dintorni dei punti in cui gli oggetti tanto desiderati sono atterrati.
Hanno fatto una bella festa, ma, mano sul cuore, solo grazie ai classici di culto dei Sepultura. Senza di quelli i Cavalera Conspiracy sarebbero solo una delle mille band simili, senz’anima…
KISS
Nel tour per i 35 anni di attività del gruppo, i glam rocker Kiss si sono fermati anche al GMM, dove erano gli headliner della seconda giornata. Il concerto, nell’ambito di questo tour, era in assoluto l’ultimo in Europa. Per l’immagine e lo show, i Kiss in tanti anni di carriera si sono guadagnati eserciti enormi di fan in tutto il mondo, ma allo stesso tempo tra i grandi nomi del rock sarebbe difficile trovare una band su cui giri tanto sarcasmo.
Subito dopo la fine del set dei Cavalera Conspiracy lo staff ha coperto il palco con un gigantesco telone, dietro al quale hanno preparato il palco per il grande show dei Kiss. Alla caduta del telone e alle prime battute di Deuce la folla è letteralmente impazzita, ed è partito un concerto davvero impressionante. Nei loro tipici costumi Paul, Gene, Eric e Tommy sono scesi lentamente dal soffitto dell’enorme palco. Sul palco i comportamenti di sempre: Paul Stanley ha sfoggiato il petto, Gene Simons ha mostrato e sventolato la lingua senza sosta, mentre Eric Singer, sollevato in alto sopra gli altri, ha agitato e lanciato in aria le sue due bacchette per tutto il tempo. Su tutti, ovviamente, troneggiava la tipica scritta Kiss, che cambiava di continuo la combinazione di giallo e arancione. Sul palco sembravano sorprendentemente freschi, soprattutto Paul, che con le sue numerose corse verso l’estremità destra o sinistra del palco e con un’esibizione energica in generale ha nascosto bene i suoi 56 anni. Il fatto che sul più grande hit del gruppo, I Was Made For Lovin’ You, si sia dimenticato una parte del testo non gli si può rimproverare, e comunque la maggior parte della gente non se n’è nemmeno accorta. Nella prima parte del concerto tutti tranne Paul hanno avuto il loro momento di gloria. Eric Singer è stato il primo: “alla Mötley Crue” si è sollevato in aria con tutta la struttura della batteria, dove aveva il suo assolo, e ha preso anche il microfono. Poco dopo è arrivato l’assolo del chitarrista Tommy Thayer, che secondo me è durato decisamente troppo. Nel suo numero Gene Simons è volato con delle ali fino sotto il soffitto del palco, da dove prima si è divertito un po’ con la folla, poi si è, diciamo, spalmato di sangue in modo nauseante, sangue che poi ha gocciolato sul palco dall’alto per tutto il tempo. Ci andava a nozze – Gene Simons, che volete farci. Uno dei picchi del concerto è stato Love Gun, che Paul ha cantato su un mini palco in cima alla postazione mixer, in alto in mezzo a una folla quasi sterminata, dove si è fatto portare con una carrucola. Migliaia di coriandoli, fiammate, la chitarra fracassata di Paul – tutto questo componeva il grande show dei Kiss. Ci hanno servito la maggior parte degli hit, e la folla si è goduta più di tutto i ritmi di Rock’n’Roll All Nite, che si potrebbe eleggere a inno del festival, visto che nel campeggio si cantava davvero notte e giorno – per tutti e tre i giorni.
Un po’ meno assoli e un po’ meno autocompiacimento non avrebbero rovinato per niente lo show. Sull’ultimo punto parla abbastanza chiaro una delle frasi di Paul tra un pezzo e l’altro: “Now you have to scream my name 3 times! Louder, louder..!” Comunque, con un repertorio di 2:15 che comprendeva due lunghi bis, la super risposta del pubblico e la spettacolarità, i Kiss sono stati tra i vincitori del festival. Dopo il pezzo finale Detroit Rock City la “Kiss army, the biggest army in the world” – parole di Paul Stanley – si è avviata lentamente verso le tende, a raccogliere le forze per l’ultimo giorno di festival.
ROSE TATTOO (domenica, 29.6.2008)
I Rose Tattoo, band non troppo nota al grande pubblico, domenica nel primo pomeriggio hanno preso d’assalto il palco principale del festival. Gli australiani, che – con una pausa di 13 anni nel mezzo – suonano dal 1976, insieme ai celebri fratelli AC/DC sono i fondatori del sound di laggiù e uno dei migliori prodotti d’esportazione rock’n’roll australiani.
E avevano parecchio da mostrare! Una solida combinazione blues / hard rock, baldoria continua sul palco e buon umore distribuito a chi c’era sono i loro segni distintivi. Angry Anderson, uno dei fondatori del gruppo, ne è il vero capo. Con la testa rasata, i tanti tatuaggi, la pancia da birra e i sessant’anni è il tipico rappresentante della vecchia scuola rocker. Con la sua presenza e un umorismo originale, detto ovviamente con il tipico accento australiano, non ha lasciato indifferente nemmeno un singolo ascoltatore. Gli altri membri non gli stanno dietro per niente. I chitarristi Mick Cocks e Dai Pritchard e il bassista Geordie Leach hanno suonato per tutto il tempo riff rock’n’roll classici con il sorriso sulle labbra e la birra tra le gambe, sotto la bacchetta del batterista Paul DeMarco, godendosela un mondo. È proprio un piacere vedere una tale facilità nel suonare! Oltre ai pezzi dell’album dell’anno scorso Blood Brothers, che presentano in tour per l’Europa questa estate, non sono ovviamente mancati i brani del loro repertorio di ferro: We Can’t Be Beaten, Rock’n’Roll Outlaw e, a mo’ di ciliegina, anche il loro inno Nice Boys (Don’t play Rock’n’Roll). Per me personalmente uno dei migliori set del festival, ingiustamente messo in ombra dai concerti dei nomi più grossi. Rose Tattoo, addio, e a presto!
APOCALYPTICA
Un gruppo sicuramente ben noto ai rocker sloveni, visto che si fermano praticamente a ogni tour anche sul lato soleggiato delle Alpi – e stavolta non è andata diversamente – appena una settimana dopo i ragazzi erano infatti passati al Metal Camp.
I violoncellisti Eicca Toppinen, Perttu Kivilaakso, Paavo Lötjönen, Antero Manninen e il batterista Mikko Sirén, nonostante l’ora presto e il caldo torrido, hanno radunato sotto il palco una bella folla. Hanno attaccato di brutto – con Refuse – Resist dei Sepultura. Eicca e Perttu erano chiaramente di buon umore, perché fin dal pezzo d’apertura hanno fatto headbanging a ripetizione, correndo su e giù per il palco con i violoncelli in mano e scambiandosi di posto – di solito si scatenano così solo dopo qualche pezzo. Dall’ultimo album Worlds Collide, uscito a settembre dell’anno prima, hanno suonato in tutto due pezzi, in compenso abbiamo sentito molte più cover – per lo più ovviamente dei Metallica, con la cui pubblicazione i cavalieri finlandesi dell’apocalisse nel 1996 avevano attirato per la prima volta l’attenzione del grande pubblico. L’esibizione del quintetto sul palco è stata abbastanza buona, ma il pubblico non respirava con loro. Si è svegliato un po’ di più solo prima della fine, quando hanno suonato la notissima Seek and Destroy. Eicca e Pertu ci hanno intrattenuto tra un pezzo e l’altro – il primo con il suo fortissimo accento finlandese, l’altro con l’umorismo. Si è preso in giro anche il glaciale Antero, che mentre suona, a differenza degli altri tre violoncellisti, sta sempre seduto e dà un’impressione di totale disinteresse, con parole più o meno di questo tipo: “Vedete Antero, come sta seduto tranquillissimo a suonare? Non lo conoscete bene! State attenti durante il prossimo pezzo, vedrete come distrugge il suo strumento!”
È seguita In the Hall of the Mountain King e i loro 50 minuti sono finiti. Un set solido, ma i violoncelli – insoliti per un festival metal – erano evidentemente un osso troppo duro per i responsabili del mixer, perché il loro suono si sentiva decisamente troppo poco, a tratti si sentiva perfino solo la batteria.
AT THE GATES
Nel tendone intorno al palco Marquee 1, poco prima delle otto di sera, si bolliva. Aspettavamo gli At The Gates di nuovo in azione, la migliore band death metal svedese, come si legge sul loro sito. Molto soggettivo, direbbero in molti, ma è comunque uno dei più grandi nomi del metal che si sono riuniti di recente e hanno intrapreso un tour mondiale, che però ha evitato in largo giro il nostro paesino, così che il concerto in Belgio era uno dei più vicini a noi in assoluto! Gli At the Gates sono una band che a inizio anni Novanta ha pubblicato quattro dischi in studio, ha scosso la scena di laggiù ed è diventata una delle band di punta del famoso sound di Göteborg.
Tomas Lindberg (voce), Anders Björler, Martin Larsson (entrambi chitarra), Jonas Björler (basso) e Adrin Erlandsson (batteria) sono una formazione che non potrebbe essere più originale. Hanno aperto con la title track dell’album Slaughter of the Soul, uscito nel 1995 e comunque ultimo album prima dello scioglimento, due anni dopo. Gli svedesi sul palco sembravano molto affidabili e rodati. Anders e Martin alle chitarre erano praticamente infallibili, anche il suono era davvero buono. I ragazzi hanno chiaramente provato parecchio: i pezzi suonati non si discostavano dalle versioni che si possono sentire sui loro dischi in studio. Il tendone stracolmo ha dimostrato di conoscere bene i pezzi, il che mi ha (positivamente) sorpreso. Nonostante questo, però, la staticità ormai proverbiale – nessun mosh-pit, un po’ di headbanging, solo mani alzate nelle prime file, e basta!
La scaletta era composta quasi esclusivamente dal loro periodo più tardo – gli ultimi due album, e così non sono mancati i classici Suicade Nation, Need, Nausea, Terminal Spirit Disease e Blinded by Fear. I 50 minuti sono volati. Un ottimo concerto avrebbe potuto essere ancora migliore se il frontman Tomas Lindberg avesse avuto un migliore senso del contatto col pubblico – praticamente non gli ha rivolto la parola, e a guardare gli altri membri della band sembrava che dopo appena mezz’anno di concerti fossero già stufi. Un po’ più di energia, ragazzi!
IN FLAMES
Dopo gli At the Gates, la stessa sera ma in un’altra location, stavolta sul palco principale, si è esibito un altro dei grandi nomi della scena svedese – tra il grande pubblico metal sicuramente la band svedese più popolare degli ultimi anni – gli In Flames. Se la prima metà della carriera della band si può definire molto influente nel genere melodic – death, poi con l’album Clayman hanno iniziato a introdurre elementi metal-core / nu-metal, allontanandosi parecchio dal suono delle origini.
Già l’ingresso sul palco ha fatto capire che il concerto sarebbe stato molto rilassato. Jeans aderenti, magliette bianche aderenti, scarpe Adidas.. sono davvero gli In Flames? Già dopo il primo pezzo Anders si è scusato: “Sorry, our clothes stayed in Copenhagen, that’s why we look like that. But doesn’t matter, we are here not to play, we are here to see Iron Maiden!” In effetti sembravano un po’ comici, così ben vestiti a saltare e fare headbanging sul palco! In ogni caso hanno messo di buon umore tutti. E hanno continuato a bruciare. Purtroppo gli In Flames sono una di quelle band che con la scaletta non sorprendono mai – e ovviamente stavolta non è stato diverso. Pinball Map, Cloud Connected, Quiet Place e altri hit della seconda metà della carriera si sono susseguiti uno dopo l’altro. Sul palco regnava un umore davvero ottimo, i chitarristi Jesper e Björn e il bassista Peter durante il set si parlavano addirittura e ridevano delle proprie battute. La palese impreparazione al concerto è venuta fuori ancora di più quando, per i cambi di chitarra (e per problemi tecnici?), per ben due volte tutti tranne Anders hanno lasciato il palco per un buon minuto, così che lui si è ritrovato nel ruolo di presentatore, in cui se l’è cavata benissimo e ha fatto ridere il pubblico. In una di queste pause uno dei chitarristi da dietro le quinte ha suonato il riff di “Rock You Like a Hurricane”, e Anders l’ha accompagnato con le parole: “Scorpions, the best fu**in’ band in the world!”. Interessante, non c’è che dire!
La loro musica, in cui di norma ai ritornelli le chitarre energiche e la voce scream/growl lasciano il posto a una base melodica e a voci pulite, ed è quindi fatta per i concerti, ha scatenato una grande ondata di “crowdsurfing”, benché a ogni angolo dei cartelli avvertissero che era vietato.
Era curioso guardare le prime 3-4 file, che il concerto non se lo godevano per niente – alcuni infatti aspettavano già da ore proprio lì davanti solo per la vergine di ferro. Be’, anche loro si sono almeno in parte risvegliati con My Sweet Shadow, con cui gli In Flames – come al solito – hanno chiuso il loro set solido, che comunque non ha offerto nessun picco.
IRON MAIDEN
A mettere il punto sulla i della chiusura del festival è toccato alla band heavy metal ormai da tempo più popolare in assoluto – la Vergine di Ferro britannica, del resto vecchia conoscenza del Graspop. Nel tour Somewhere Back in Time ad aspettarli sotto il palco – parola del grande Bruce – c’era il record di presenze finora per questo festival belga, una folla da 55 mila teste.
Nonostante la recinzione al centro fino al mixer, nelle prime file regnava una calca insopportabile – del resto una costante dei concerti degli Iron Maiden. Il discorso di Churchill e intanto la proiezione di vecchie immagini di guerra, la caduta del telone e il concerto più atteso del Graspop di quest’anno è cominciato, con Aces High, un pezzo in cui il pilota militare Bruce Dickinson di sicuro si identifica bene. Quanta energia ha ancora! Vola per tutto il tempo sulla struttura del palco e mette in scena le sue mosse caratteristiche. Tutta la band sembra molto rodata – niente di strano, visto che sono in tour di continuo. Il trio di chitarre Murray & Smith & Gers e il bassista, capo della formazione, Steve Harris, a giudicare da quello che si vedeva, facevano a gara a chi si divertiva di più a suonare. Durante il concerto è comparso due volte anche Eddie – la prima volta si è limitato a guardare dal fondo, la seconda ha camminato sul palco e per un attimo ha perfino afferrato una chitarra. Qualche volta durante il set è cambiato anche lo sfondo – ovviamente in linea con il tema dei pezzi del momento. La scaletta non era per niente diversa dalla lista ufficiale del tour in corso. Oltre ai pezzi dell’età d’oro degli Iron Maiden 1982 – 88 sono stati suonati anche brani degli Iron Maiden ancora del periodo di Paul Di’Anno e, purtroppo per alcuni e per fortuna di altri, anche Fear of the Dark – per i conoscitori più superficiali. In compenso la marcia epica Rime of the Ancient Mariner, che non suonavano dal 1985, o Powerslave, hanno portato l’estasi totale nelle prime file. Un’estasi ancora più grande tra i pochi spagnoli presenti l’ha portata il risultato della finale degli Europei di calcio, che si è concluso proprio durante il concerto degli Iron Maiden, e il cui risultato ce l’ha confidato Bruce Dickinson in persona. Durante uno dei pezzi un tecnico è corso sul palco e ha sussurrato il risultato della finale a Dickinson, che poi l’ha comunicato alla folla da cinquantamila teste. In un attimo sono scomparse da sotto il cielo centinaia di bandiere tedesche (sconfitte) – che scena buffa e impagabile! Una scena interessante c’è stata anche durante la parte strumentale di Heaven Can Wait, quando sul palco è saltata fuori l’intera squadra degli Iron Maiden e per un momento ha cantato in coro con la folla. Bel gesto dei datori di lavoro, non c’è che dire! Con Hallowed Be Thy Name è finito il bis, dalle mani di Steve Harris è volato sulla folla ancora qualche frisbee e la parte ufficiale del Graspop Metal Meeting 2008 era conclusa.
L’esibizione della vergine di ferro è stata praticamente perfetta. Un affiatamento senza pari, e se ci aggiungiamo la scelta di pezzi da sogno che suonano in questo tour, la buona risposta del pubblico è garantita. Gli Iron Maiden con gli anni non hanno perso nemmeno un grammo di mordente!
Scaletta
JUDAS PRIEST:
1. Intro: Dawn Of Creation
2. Prophecy
3. Metal Gods
4. Eat Me Alive
5. Between The Hammer And The Anvil
6. Devil’s Child
7. Breaking The Law
8. Hell Patrol
9. Messenger of Death
10. Dissident Aggressor
11. Angel
12. The Hellion/Electric Eye
13. Rock Hard, Ride Free
14. Sinner
15. Painkiller
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16. Hell Bent For Leather
17. Green Manalishi (with the Two Pronged Crown)
18. You’ve Got Another Thing Comin’
KISS:
01.Deuce
02.Strutter
03.Got To Choose
04.Hotter Than Hell
05.Nothing To Loose
06.C’Mon And Love Me
07.Parasite
08.She
09.100,000 years
10.Cold Gin
11.Let Me Go Rock N Roll
12.Black Diamond
13.Rock N Roll All Nite
14.Shout it out Loud
15.Lick It Up
16.I Love It Loud
17.I Was Made For Loving You
18.Love Gun
19.Detroit Rock City
IRON MAIDEN:
01. Intro – Churchill’s Speech
02. Aces High
03. 2 Minutes to Midnight
04. Revelations
05. The Trooper
06. Wasted Years
07. The Number of the Beast
08. Run to the Hills
09. Rime of the Ancient Mariner
10. Powerslave
11. Heaven Can Wait
12. Can I Play With Madness?
13. Fear of the Dark
14. Iron Maiden
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15. Moonchild
16. The Clairvoyant
17. Hallowed Be Thy Name
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