Green Naugahyde

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Artista: Primus
Etichetta: ATO Records
Uscita: 2011
Durata: 50:31
Voto: 4.5/5

Hai già sentito parlare dei Primus e della loro filosofia musicale, secondo cui è bello, anzi quasi indispensabile, usare schemi pop per demolire tutto ciò che il pop rappresenta nella sua essenza? Se no, non te ne faccio una colpa, perché in questi tre decenni di vita ho incontrato pochissime persone che conoscessero a fondo questo trip musicale strambo e maniacale, e quelle poche venivano comunque dai giri dei bassisti. Ho di sicuro una gran fortuna: a infettarmi con la discografia dei Primus, volente o nolente, è stato mio fratello minore, che da bassista non ha potuto resistere più di tanto agli influssi contagiosi di Les Claypool – un ometto con una voce buffa, idee da pazzi e un talento davvero ingombrante. Poco prima del cambio di millennio, per la precisione – appena un anno prima dell’affondamento del XX secolo – le pareti della cameretta che dividevo con mio fratello tremavano per il rombo collettivo dei pezzi dell’album Antipop, dopodiché ogni segno di vita di questo trio decisamente fuori dall’ordinario si è spento del tutto, sparito dalla faccia del pianeta. Fino a quest’anno, quando ho scoperto per puro caso che nella formazione del carismatico ideologo dell’iconoclastia antipop e chitarrista minimalista Larry LaLonde era tornato il batterista Jay Lane, a lungo rimpianto e assente, e che era in arrivo un nuovo viaggio nell’ignoto, il settimo – e che viaggio!

Non solo perché i Primus, almeno ai miei occhi, sono una band davvero leggendaria e uno dei pilastri monumentali dei Novanta, ma anche perché, nonostante tutti questi anni, non sono mai riuscito a scrollarmi di dosso quel sapore aspro e al tempo stesso brutalmente penetrante con cui la ritmica, le melodie serissime da presa in giro e i testi psicotici su formaggio, pescatori, effetti psichedelici della carne di manzo e nuove dosi di formaggio e fango (o anche di sostanze proibite) mi si sono piantati nel cervelletto, facendo ribollire a dovere il mio cervello un tempo grunge con una definizione di alternative tutta loro. Agli occhi di un adolescente i Primus erano allora anarchici e nichilisti, e io ero curioso di sapere come li percepisco adesso – a più di 20 anni dalla prima esposizione ai loro influssi “nocivi”. Allora semplicemente non li sopportavo, ma allo stesso tempo non riuscivo a resistere fino in fondo al loro magnetismo davvero abrasivo, fatto di una simpatia tutta particolare.

E nel 2011 non è cambiato niente. La band che con i dischi Pork Soda, Sailing On The Seas Of Cheese, Brown Album, il già citato Antipop e, sì, Tales From The Punchbowl è riuscita a minare con la massima naturalezza tutto ciò che nella musica per me era un tempo sacro e intoccabile, superando però la prova del tempo e tornando ogni volta a farsi riascoltare, ha scritto tredici storie che suonano primitive, fragili, ma nonostante tutto – funzionano! Green Naughyde è una sequenza divertente e contraddittoria di pura estetica Primus, riconoscibilissima. Le chitarre si sentono perfino, ma non è che LaLonde in questo periodo sia diventato il nuovo dio della chitarra. Claypool resta fedele alla sua irritante ma efficace masturbazione da bassista, e non ha nemmeno sistemato la sua voce comica, che – non so – mi ricorda sempre Kermit del Muppet Show. Jay Lane continua a sbriciolare il ritmo in un modo in cui tutte le pelli e i piatti vengono sfruttati e maltrattati fino all’ultimo, e la band suona come se non avesse mai interrotto il suo lavoro, che i fan seguono fanaticamente, mentre il resto della combriccola … L’album ti spalanca le porte della sua subcoscienza depravata con il fischio maniacale, collassante ma ossessivamente ripetitivo di Hennepin Crawler, e subito è chiaro che Claypool resta testardamente fedele ai suoi schemi di scrittura; quando poi nelle budella, o da qualche parte vicino al retto, intuisce che nel bel mezzo di una narrazione parecchio bizzarra è arrivato il momento dell’assolo, ti rovescia nelle orecchie una fila di note fluide e volanti, spessa e grassa come un lottatore di sumo. Il viaggio maniacale prosegue con Last Salmon Man, che riparte esattamente da dove John The Fisherman si era fermata.

Mi è piaciuto il paragone secondo cui già l’originale suonava come se lo suonassero dei Rush fumati marci e imbevuti di LSD, ma i Primus, con le loro improvvisazioni funkadeliche e incandescenti, osano ancora dieci iarde in più. È un esperimento dal vivo e niente è chiuso in cornici rigide, eppure il decostruttivismo piuttosto libero di varie forme meccaniche resta compatto e ha capo e coda. Tra i momenti più incisivi del disco c’è il pezzo paziente Tragedy’s a’ Comin, che richiama echi dei brani di Frizzle Fry, superato nel giro di un paio di battute da una combinazione davvero malata di elementi eccezionali e apparentemente inconciliabili in Eyes of the Squirrel, che però funzionano in modo efficace e maledettamente vivo. E questo gioco inconciliabile di pezzi strani, che alla fine compongono un suono di band solido e compatto come una fortezza, si riflette su tutto Green Naugahyde. I Primus sono sempre degli svitati all’ennesima potenza, ma il loro mestiere lo sanno fare bene!

L’album Green Naughahyde è sorprendentemente ascoltabile e contagioso, e magari tra non molto qualcuno lo userà in qualche film come escapismo di forma perfetta, che ne so, magari proprio i fratelli Coen. I Primus sono, nonostante i 27 anni di esistenza, freschi e alla moda come ai tempi della prima comparsa sulla scena, solo che il nuovo millennio è ormai più abituato agli approcci non convenzionali, di cui i Primus hanno ancora abbastanza assi nella manica. In ogni caso questi tre sono i re della stranezza, e il settimo giro orbitale attorno a un pianeta trasformato in formaggio è più digeribile di quanto si penserebbe a prima vista e senza aver ascoltato il disco. L’assurdo è il nuovo comandamento, che i Primus, come evangelisti dei nostri tempi, professano in modo molto convincente e di qualità, nonostante l’età e la concorrenza!

Formazione

Les Claypool – voce, basso
Larry “Ler” LaLonde – chitarra, cori
Jay Lane – batteria, cori

Produzione

Les Claypool

Tracklist

1. Prelude to a Crawl
2. Hennepin Crawler
3. Last Salmon Man (Fisherman’s Chronicles, Part IV)
4. Eternal Consumption Engine
5. Tragedy’s a’ Comin
6. Eyes of the Squirrel
7. Jilly’s on Smack
8. Lee Van Cleef
9. Moron TV
10. Green Ranger
11. HOINFODAMAN
12. Extinction Burst
13. Salmon Men

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