Haken: Virus

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Etichetta: Insideout Music
Data di uscita: 24/07/2020
Produzione: Adam “Nolly” Getgood
Durata: 51.54 min
Genere: Progressive Metal/Progressive Rock
Voto: 9.5/10


Gli Haken sono una di quelle band che in qualche modo fanno da ponte tra il metal progressivo dei vecchi tempi e i trend moderni dei sottogeneri metal post-millennio, legandoli in modo parecchio colorito. In pratica, i valorosi britannici sono diventati uno dei protagonisti principali di questa tendenza, che da un bel po’ continua a entusiasmare con la consapevolezza che l’evoluzione del rock’n’roll è tutt’altro che finita. Accanto agli Haken c’è un bel mucchio di gruppi sparsi per i continenti del pianeta (soprattutto Australia e Nord America) che flirtano senza pensieri con la fusione di generi, sviluppando al tempo stesso un’avventurosità progressiva sempre sorretta da un’affilatezza tecnica impressionante e da una struttura complessa. Gli Haken – da buoni britannici – a tratti suonano ancora in modo percepibilmente tradizionale, eppure si possono arruolare senza troppi problemi tra gli araldi della nuova generazione del metal progressivo, che assorbe, tra le altre cose, sia gli elementi di «breakdown» del metalcore, sia le incursioni nel sound di moda dello «djent».

Insomma. “Virus” è un album che ha iniziato a prendere forma già durante le registrazioni del predecessore “Vector”, perché in origine gli Haken volevano pubblicare un doppio album. I due sono legati tra loro, e “Virus” è di fatto quello visionario. Il titolo è stato scelto prima ancora che qualcuno parlasse di una qualsiasi pandemia di Covid-19. Virus e virosi, già in partenza, rimandano alla nota di critica sociale che l’album si porta dietro. “Virus” è in pratica l’impronta del disfacimento morale della società umana. Come l’uomo, anche il virus si comporta allo stesso modo. Senza sottostare alle leggi dell’equilibrio degli ecosistemi. E così distrugge tutto ciò che ha davanti finché non gli finiscono cibo e spazio. Poi distrugge anche se stesso.  In copertina gli Haken hanno usato quello stadio invasivo di un virus di tipo batteriofago, che a vederlo è il più «alieno» tra i tipi di virus. Il gruppo di virus di cui fa parte, tra gli altri, anche il Covid-19 assomiglia fin troppo a un «cavolfiore», e questo con il metal non c’entra.

Il nuovo album è comunque sensibilmente diverso dal predecessore «Vector». Soprattutto è ancora più conciso, perché nel dosare passi e mosse artistiche è più ponderato, puntando a una maggiore compattezza. Significa che il «mazzuolare» da una parte e la sofisticatezza dall’altra sono distribuiti sul disco in modo più strutturato di quanto gli Haken facessero in passato. Nelle prime cinque tracce si sente la voglia della band di presentare la propria musica in modo più concreto e compatto. Non per forza, visto che sono dei progsters, ma comunque. Quella sensazione c’è. Negli arrangiamenti, quindi, più «leggibili» che mai in carriera. Ma siccome gli Haken sono una band progressiva da capo a piedi, le loro doti e virtù sperimentali, in nome del purismo progressivo, le hanno incanalate soprattutto in un’epica suite eccellente e ambiziosissima, che dura 17 minuti ed è costruita in cinque parti. Da questo punto di vista è una delle cose migliori che gli Haken abbiano fatto fino a oggi. Non perché sia lunga. È semplicemente un ‘cerotto’ per tutti voi che, anche dopo questo album, preferirete restare con gli Haken dell’era di «The Mountain» (2013). Questo lungo brano, intitolato Messiah Complex, è nato infatti in tour con Devin Townsend. I ragazzi hanno scritto il pezzo un tassello alla volta, mentre si spostavano in pullman da una data all’altra. In una parte del bus, adattata addirittura per registrare, hanno poi messo le idee in una bozza demo. In questo brano c’è dentro tutto ciò che conosciamo sotto il nome di Haken. Sfidano il traguardo artistico di «The Mountain», difficilissimo da superare. Con un bel po’ di momenti di natura pittorescamente atonale, che li riallaccia con senso ai trucchi della buona vecchia scuola pionieristica di King Crimson e Gentle Giant, mentre allo stesso tempo questo elemento, calato nella natura marcatamente cupa del pezzo, crea una sensazione di caos, in cui la combinazione di esplosioni stupefacenti di bravura tecnica, dosata con virtù di poliritmia e sincopi della sezione ritmica, entusiasma, diverte, tiene impegnato l’ascoltatore e non lo lascia respirare. Messiah Complex è un brano che nella prima parte d’apertura (Ivory Tower) richiama le influenze dei Dream Theater, mentre la malinconia che si sviluppa avvicina gli Haken a quella di Soen e Opeth.

L’affiatamento è eccezionale, la percezione brillante, e con il nuovo album la band ha dimostrato ancora una volta di maturare artisticamente sia a livello individuale che collettivo. Il punto di forza degli Haken è che sono un collettivo di musicisti eccezionali, che sviluppano un eclettismo chiaramente percepibile, che col nuovo album hanno creato musica che prima non avevano mai offerto al loro pubblico, mantenendo però in tutto la propria essenza e il proprio carattere musicale unici. Si comportano da Haken al 100% e stanno comodissimi nella loro pelle. L’album è spesso molto ben bilanciato tra passaggi musicalmente più compatti e parti tecnicamente più complesse, senza che manchino alcuni inserti di lucidità d’idee decisamente stuzzicanti e divertenti. È un disco che a ogni passo sorprende ancora l’ascoltatore più esigente e lo entusiasma, perché è dosato con una piacevole misura di sviluppi imprevedibili. Il che significa che anche «Virus» va ascoltato più volte per (almeno più o meno) depositarsi nelle orecchie.

In realtà è interessante che Ross Jennings abbia provato qualche trucco vocale che proprio non ci si aspettava. Se nella quinta parte della suite Messiah Complex, intitolata Ectobius Rex, le sue linee vocali ricordano in modo particolare quelle di Derek Shulman di quasi cinquant’anni fa, in brani come Invasion si è approcciato in modo molto più accattivante e moderno, nello stile di Leprous e/o Caligula’s Horse. Un brano compatto e «radio-friendly» come Canary Yellow gli Haken in carriera non l’avevano mai fatto. L’album si apre in modo massiccio. Sinistro, con la penetranza invasiva di un fraseggio «post-thrash-metal» e la sensazione di un’apocalisse imminente. È il brano Prosthetic. La «virosi» fin dall’inizio «robotizza e disumanizza» gli ultimi resti di pensiero sano dell’umanità, che così, uniformata, annega in un mondo distopico senza colore, odore e sapore. Prosthetic è un pezzo d’apertura folle e bestiale, fenomenalmente incrociato con un’irsuta ferocia thrashy delle frasi di chitarra e ritmi giocosamente spezzati, che costruiscono uno sfondo di contrasto al brano e sviluppano quello che cerchiamo negli Haken. La natura straordinariamente progressiva di un formato unico, come lo serve solo questa band. Già qui Jennings si ritaglia abbastanza spazio di manovra per un ritornello melodico. Vista la rapidità con cui svolta Carousel, brano di dieci minuti, è la prova di quanto siano ben strutturati i pezzi nell’unire i due approcci di base alla composizione. Complessità e musicalità. Quando un pezzo è lungo e «svolta» in fretta, la band progressive rock e/o metal ha portato a termine la sua missione artistica con grande merito e ha consegnato la propria essenza espressiva. Agli Haken, con l’album «Virus », riesce in modo fenomenale.

È ora di chiudere la recensione, che è lunga da un pezzo. Come detto. “Virus” è dunque il pezzo mancante del puzzle, che ora, insieme a «Vector», ha detto tutto su chi sia il ‘Cockroach King’ (il riferimento è al brano con questo titolo dall’album «The Mountain»). Con «Virus» la band ha aperto nuovi spunti di sviluppo per le future imprese artistiche. È molto probabile che in futuro gli Haken svilupperanno brani con ancora più compattezza e indole musicalmente amichevole, e con uno stile più accessibile all’ascolto, ma nel frattempo la band rafforza di continuo la propria arte unica e la coltiva e la porta avanti con maturità. È una garanzia che una band così semplicemente non possa deludere. Per questo «Virus» è ancora una volta una storia diversa rispetto agli album passati e, soprattutto, una storia brillante. «Vector» era una storia di nascita, crescita e sviluppo, «Virus» ne è l’opposto. È la storia dell’ultimo giro, non proprio onorevole, dell’era dell’uomo.

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Prosthetic
2. Invasion
3. Carousel
4. The Strain
5. Canary Yellow
6. Messiah Complex pt. I: Ivory Tower
7. Messiah Complex pt. II: A Glutton for Punishment
8. Messiah Complex pt. III: Marigold
9. Messiah Complex pt. IV: The Sect
10. Messiah Complex pt. V: Ectobius Rex
11. Only Stars

Formazione:
Ross Jennings – voce
Charlie Griffiths – chitarra
Richard Henshall – chitarra, tastiere
Diego Tejeida – tastiere
Conner Green – basso
Ray Hearne – batteria


Haken – Invasion (video ufficiale)
Haken – Prosthetic (video ufficiale)
Haken – Canary Yellow (video ufficiale)
Haken – “Virus” (copertina)
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