Hang Cool Teddy Bear
Autore: Urban Bolta
Artista: Meat Loaf
Etichetta: Mercury Records
Uscita: 2010
Durata: 64:56
Voto: 2.5/5
In quarant’anni di strada la carriera di Meat Loaf ha visto un sacco di alti e bassi, ma la presenza costante sulla scena e le innumerevoli scorribande in vetta alle classifiche di mezzo mondo bastano e avanzano per dire che, nonostante tutto, oggi resta una delle più grandi corporation rock ancora in attività sul pianeta. Il tipo tiene fede alla sua tradizione di sfornare due-tre album a decennio, quanto basta per restare agganciato alla macchina musicale, mentre i tour, grosso modo il doppio più frequenti, gli garantiscono abbastanza grana per una vita senza pensieri. Dopo il terzo capitolo dell’epopea, “Bat Out Of Hell III: The Monster Is Loose”, uscito nel 2006, quest’anno è arrivato il momento di un nuovo disco in studio, “Hang Cool Teddy Bear”, su cui, come ormai è d’abitudine per il nostro, veglia ancora una volta un concept. L’album racconta di un soldato in punto di morte, davanti ai cui occhi lampeggiano flash di eventi (ognuno dei tredici brani ne rappresenta uno) che avrebbe potuto vivere, se la nera signora con la falce non lo avesse già chiamato a sé.
Buona parte della sua carriera Meat Loaf l’ha fatta a braccetto con Jim Steinman, geniale autore della maggior parte dei suoi successi: Steinman, unico autore, è stato il grande responsabile del trionfo dei primi due capitoli della trilogia “Bat Out Of Hell”. Stavolta, però, non è così. L’undicesimo album in studio, il “Polpettone”, è il quarto senza Steinman al timone, e nonostante i tanti altri ospiti e autori illustri coinvolti nella preparazione del disco significa una sterzata da solido a peggio. Se con il disco precedente Meat Loaf era riuscito più o meno a sfamare i fan affamati, con questo non ce la farà di sicuro. Rinunciare al genio creativo di Steinman è un colpo troppo duro, che non riescono ad ammorbidire né Desmond Child, né Justin Hawkins, né Jon Bon Jovi. Questi musicisti, insieme a una sfilza di altri, hanno contribuito come autori alla nascita dei nuovi pezzi, ma resta il fatto che il fiuto di Steinman per le ballad costruite sulla simbiosi di pianoforte, chitarra e voce è unico e non si sostituisce così, su due piedi.
Il disco si apre con Peace on Earth, con un ritmo rock’n’roll veloce e qualche tocco orchestrale, ma senza quella chimica inconfondibile alla Meat Loaf, com’era prevedibile, ti sfreccia accanto senza lasciare il segno. Ci rimette un po’ di buon umore, grazie al ritornello allegrotto e a un duetto riuscito con Patti Russo, Living On The Outside, mentre la doccia fredda arriva con Los Angeloser, dove sono racchiusi tutti i difetti essenziali dell’album. Meat Loaf su questo disco si scrolla di dosso alcuni degli elementi musicali più tradizionali che hanno segnato la sua carriera fin qui, e in cambio ci serve un approccio più moderno: alle prime battute di Los Angeloser devi controllare un’altra volta il lettore per assicurarti che non ti stia girando Kanye West o qualche altro rapper, e anche l’accumulo forzato di strumenti diversi nello stesso pezzo, nella musica di Meat Loaf, risulta del tutto sconclusionato e fastidioso. Song Of Madness è una deviazione dalle solite canzoni: con il suo riff da heavy rocker si pone in opposizione a tanti passaggi più tranquilli e come tale è una boccata d’aria fresca, e come ospite alla chitarra c’è nientemeno che Brian May! Ascoltando il disco ti viene il magone per i tempi in cui ogni brano era un vero monumento a sé, costruito su tensione e un ritornello maestoso: un assaggio di quei tempi è Did You Ever Love Somebody. Dopo una serie di pezzi sotto il livello del nome Meat Loaf, a chiudere l’album ci pensa uno dei picchi del disco, la sognante Elvis In Vegas.
Pur sapendo bene che Meat Loaf, in una carriera così lunga, ha ormai dato quasi tutto, noi fan nel 2010 ci aspettiamo comunque di più di quello che ci ha servito con l’album “Hang Cool Teddy Bear”. Sembra che alcuni brani siano fine a se stessi. Tredici pezzi, che all’inizio promettono con sicurezza un bel raccolto di rock operette, ma la realtà è ben lontana da questo. Tanto per cominciare, Meat Loaf avrebbe potuto ridurre il disco a una decina di brani migliori, separando il grano dal loglio, e così liberarsi di roba come Like A Rose e di qualche altro fiorellino che, secondo me, non è proprio un vanto per lui.
Dov’è finita tutta la pomposità della sua musica? La magnifica presenza del pianoforte e i dialoghi giocosi tra voce maschile e femminile sono spariti del tutto (e con loro, va detto, anche l’eccesso di sdolcinatezza), il vuoto lo riempie una tavolozza più ampia di strumenti e cori non sempre azzeccati, che non portano valore aggiunto, anzi il contrario. Stavolta Meat Loaf ha scelto un approccio un po’ più moderno, puntando forse utopisticamente a nuovi fan, ma si gioca col fuoco: le solite ballad rock nel mondo della sua musica non conquisteranno proprio nessuno di nuovo, al massimo gli volterà le spalle qualche fan della vecchia guardia. Anche gli ospiti altisonanti, oltre alle star già citate sul disco ci sono per esempio James Michael, Steve Vai e Hugh Laurie, non convinceranno l’ascoltatore del contrario.
Formazione
Meat Loaf – voce
Paul Crook – chitarra
Randy Flowers – chitarra, voce
Tim Pierce – chitarra
Justin Hawkins – chitarra, voce
James Michael – chitarra, voce
Rick Brantley – chitarra, voce
Rob Cavallo – chitarra
Chris Chaney – basso
Kasim Sulton – basso, voce
John Miceli – batteria
Jamie Muhoberac – tastiere
Patti Russo – voce
CC Coletti – voce
Ospiti:
Kara DioGuardi – voce (4)
Jack Black – voce (6)
Brian May – chitarra (5)
Steve Vai – chitarra (5 & 7)
Hugh Laurie – pianoforte (4)
Produzione
Rob Cavallo
Tracklist
1. Peace On Earth
2. Living On The Outside
3. Los Angeloser
4. If I Can’t Have You
5. Love is Not Real / Next Time You Stab Me In The Back
6. Like A Rose
7. Song Of Madness
8. Did You Ever Love Somebody
9. California Isn’t Big Enough (Hey There Girl)
10. Running Away From Me
11. Lets Be In Love
12. If It Rains
13. Elvis In Vegas