Heavy Horses

0 6

Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Jethro Tull
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1978
Voto: 5/5

Quale band rock, o quale musicista, sarebbe capace di dedicare un intero album a una nobile razza di antichi cavalli da lavoro di campagna, minacciata di estinzione? La risposta è semplicissima, perché gli unici veri contadini del rock sono sempre stati uno solo, unico e inimitabile – i Jethro Tull. Per un gruppo che porta il nome dell’inventore della seminatrice meccanica, “Heavy Horses” è un altro contributo importante alla messa in musica delle attività agricole. Argomento che al loro carismatico capobanda Ian Anderson piace da matti: in quegli anni si era trasferito in campagna per un bel pezzo, e proprio lì pescava l’ispirazione per la maggior parte dei brani della loro trilogia folk rock (“Songs From The Wood “(1977), “Heavy Horses” (1978) e “Stormwatch” (1979)). Ian, vero contadino scozzese tutto d’un pezzo, tra gli addetti ai lavori molto più noto come folle flautista, polistrumentista e alfa e omega dell’eredità musicale dei Jethro Tull (anche se qui avrebbe sicuramente qualcosa da ridire il loro storico chitarrista Martin Barre), uno che da sempre ama andare in giro col trattore mentre la patente l’ha mollata da un pezzo, su “Heavy Horses” è riuscito, con l’aiuto dei suoi compari, a raccontare più che bene la vita di tutti i giorni in fattoria.

“Heavy Horses” prosegue lo spirito folcloristico del capolavoro precedente “Songs From The Wood” (1977), ma in un modo un po’ diverso. Se il disco prima, per atmosfera e poesia, idealizzava e mitizzava la vita di campagna, su “Heavy Horses” lo sguardo è molto più realistico. Al posto delle storie da fiaba, i testi descrivono le faccende quotidiane della fattoria e i fatti che alla fine dei ’70 succedevano davvero nella tenuta di Ian e nella campagna britannica in generale. Per questo l’atmosfera è sensibilmente meno giocosa e un po’ più cupa rispetto al predecessore, anche se di temi spiritosi e di suoni divertenti non si resta a secco nemmeno stavolta. Certi temi lirici faranno ridere molti ascoltatori addirittura più che mai.

Come nell’ottimo predecessore, anche stavolta i Jethro Tull portano avanti un eccellente folk rock a taglio progressive, con grande peso sull’acustica, che in alcuni passaggi riesce benissimo a evocare un’autentica atmosfera rurale. A “farne le spese”, in gran parte, sono i testi di Ian, straordinariamente espressivi, che da temi in apparenza banali tirano fuori una tavolozza di atmosfere vivide, poetiche e succose, veri e propri quadretti campestri. I suoi testi, che parlano di topi, gatti, galline, cavalli, galletti segnavento e via dicendo, si intrecciano alla perfezione con una musica che evoca un clima di sapore celtico fatto di pianure sempreverdi, campi, isole, laghi e, naturalmente, fattorie. Quanto alle singole sezioni strumentali, sono tra le migliori e più energiche della loro storia, e in particolare il contributo della sezione ritmica (John Glascock al basso e Barrie Barlow alla batteria) si piazza in cima alla classifica dei loro risultati. Le tastiere di Evans e Palmer, invece, stavolta restano un po’ in secondo piano rispetto alle ampie sezioni acustiche, soprattutto al flauto di Ian. La chitarra di Martin, anche questa volta, fa da collante e da giusto mezzo tra le parti folk e quelle più hard rock. Una delle possibili ragioni per cui questo album è così speciale e per molti versi diverso dai predecessori sta forse nel contributo dell’ospite speciale Darryl Way (ex-Curved Air, Wolf) al violino, presente su “Moths” e sul brano che dà il titolo al disco. Su quasi tutti i pezzi Ian adotta un approccio vocale particolarmente spiritoso, che va dalla narrazione tagliente ed energica fino a un’espressività melodica fuori dal comune.

Già l’opener da maestri “And The Mouse Police Never Sleeps”, dove ci porta al centro dell’azione il rumore di un cavallo che sbuffa, seguito da una chitarra acustica cristallina, dalla batteria e dalla succosa linea di basso di Glascock mentre il signor Anderson, con la sua voce tagliente e a tratti sghignazzante, racconta i “grandi” avvenimenti della sua fattoria e l’antica, mai finita saga di gatti e topi, ci setaccia da parte a parte con un’energia pazzesca e un’atmosfera pittoresca. Una composizione eccellente, con un ritmo non convenzionale e una marea di passaggi insoliti, che alla fine, dopo la narrazione ripetuta, si chiude con il forte colpo di tosse di un montanaro infreddolito.

“Acres Wild” è un’altra gran bella creazione, carica di ritmo saltellante e di succose melodie celtiche, alle quali pensa l’ondeggiare velocissimo tra flauto e chitarra, arricchiti da alcuni ottimi arrangiamenti orchestrali di Palmer. La chitarra di Martin regge gran parte delle trame strumentali, mentre il violino di Way si inserisce a meraviglia nel pezzo e gli regala una dimensione in più. Anche stavolta Ian serve voci coloratissime.

Dopo due brani relativamente folk rock, i Tull su “No Lullaby”, che parla delle apparizioni serali di campagna che di notte si affacciano alle finestre delle camerette dei bambini, virano più verso il loro hard rock tradizionale, dove conquistano soprattutto con una melodia potente, qualche complesso riff di chitarra di Barre, un assolo ottimo e una sezione ritmica frenetica nell’esecuzione del duo Glascock/Barlow. Una leccornia per tutti gli amanti del loro lato più duro.

“Moths” è un altro autentico classico dei Tull e, a mio parere, uno dei punti più alti dell’album, che mette in mostra tutte le loro virtù acustiche. Un semplice ritmo di chitarra acustica è carico per tutto il tempo di melodie ricche, di un flauto succoso e di arrangiamenti orchestrali colorati. La voce di Ian, pur raccontando perlopiù la danza delle falene intorno alle fiamme, è piena di un pathos straordinario. Incredibile come questo tizio riesca a immedesimarsi in qualcosa di così apparentemente banale come le falene e la loro morte prematura nel bagliore del fuoco.

“Journeyman”, che parla di un cittadino sbruffone che nei weekend va in visita in campagna, è il momento in cui il basso di Glascock brilla in tutta la sua magnificenza, perché è riuscito a creare dei toni vivacissimi che pervadono gran parte del brano e testimoniano quanto sia sottovalutato questo ottimo bassista. Al suo contributo si aggiunge la chitarra distorta di Martin, che stavolta di nuovo taglia come una tigre offesa, e il flauto di Ian, spiritoso come sempre.

“Rover” è un’altra creazione saltellante, piena di ottime sezioni strumentali, con una melodia fluidissima curata da chitarra acustica, flauto e dalla voce di Ian, che anche stavolta è in splendida forma e conquista con un ritornello succoso. Ma quello che stavolta mi entusiasma di più è l’uso eccellente della marimba, che dà alla batteria una dimensione in più. Un altro dei picchi dell’album, che del resto è riempito fino all’orlo di bontà.

Il classico acustico “One Brown Mouse” è un altro pezzo dedicato ai topi di campagna, che si distingue per la chitarra acustica e per la voce profondamente sentita di Ian (come al solito conquista di più dove si parla di animali, per i quali non nasconde mai le sue enormi simpatie).

Segue il capolavoro che dà il titolo al disco, “Heavy Horses”, un grande trionfo di tutti i migliori elementi dell’espressione musicale dei Jethro Tull e un brano che farei ascoltare subito, obbligatoriamente, a chiunque non conosca la loro musica. Una canzone che mostra con chiarezza l’amore sconfinato di Ian per l’originale razza di cavalli da campagna, che alleva con successo nella sua fattoria perché poi possano tirare il suo aratro. La composizione è stipata di meravigliosi arrangiamenti orchestrali di Palmer (ottimo l’uso del pianoforte) e di energici cambi di tempo, dove in primo piano ci sono soprattutto la chitarra di Martin e la voce di Ian. A metà il tempo schizza all’improvviso, perché arriva una sezione spiritosa dove veniamo setacciati da ottimi arrangiamenti orchestrali, rilanciati dallo scoppiettante violino del maestro Darryl Way e da una delle migliori prove vocali di Ian. Un grande picco dell’album e uno dei massimi capolavori nella storia del folk rock progressive.

L’album si chiude in modo ottimista con un altro indimenticabile classico dal condimento acustico, “Weathercock”, che è sempre uno dei miei favoriti quando si tratta di scegliere i loro pezzi preferiti. È una composizione folk rock romantica, pervasa dall’inizio alla fine da un’atmosfera celtica altissima e anche un filo medievale. Il canto profondo e sentito di Ian poggia su una ricca melodia acustica, su un ritmo di taglio medievale e sull’ampio uso di vari tipi di whistle e flauti. Un altro dieci pieno, che chiude il disco in modo splendido, esattamente come si era aperto.

Va detto che l’attuale ristampa porta in produzione un suono ancora più “vivo” rispetto all’originale, e contiene anche due brani in più. Il primo, “Living in These Hard Times”, è una creazione piuttosto solida, a tinte acustiche, anche se sull’uscita ufficiale ci avrebbe fatto una figura piuttosto magra. Molto più convincente la ballata acustica “Broadford Bazaar”, costruita su una bellissima melodia folky, nata in solitaria da Ian, cioè solo voce, flauto e chitarra acustica. La mia unica lamentela sulla ristampa riguarda il fatto che stavolta nel libretto si sono scordati del tutto di elencare musicisti, produttori e tutti gli altri responsabili della nascita dell’album. Inoltre, invece di rovinare l’ottima copertina con la dicitura “controllo copia”, l’etichetta avrebbe potuto pensare di attaccare piuttosto un bollino di avvertenza. Ma sono dettagli che incidono a malapena sulla sensazione di pienezza che mi prende dopo ogni ascolto di questo splendido album.

“Heavy Horses” è il loro ultimo grande capolavoro, un classico del folk rock progressive e uno dei migliori album prog della fine dei ’70, che fin troppo spesso resta dimenticato quando si elencano i loro risultati migliori. Io lo vivo addirittura come la logica evoluzione dell’ottimo predecessore, con cui si sono superati ancora una volta e hanno chiuso la bocca a tutti gli scettici miscredenti convinti che non avrebbero mai raggiunto, figuriamoci superato, la grandezza del capolavoro precedente. Con la sua magia rurale, “Heavy Horses” dimostra bene che lunghi epic, climax drammatici e complessità sono ben lontani dall’essere l’unica bussola del buon rock progressivo: le cose migliori si nascondono spesso in gocce piccole e in apparenza modeste. I tempi creativi spensierati di questa brigata scanzonata di indomiti contadini della musica, per molti la loro migliore, purtroppo finirono presto dopo l’uscita dell’ottimo doppio dal vivo “Bursting Out” (1978), perché da nord sulla fattoria soffiò un vento gelido che portò la brina e annunciò “Stormwatch”, l’ultimo capitolo della loro trilogia folk rock.

Formazione

Ian Anderson – voce, flauto, chitarra acustica, chitarra elettrica, mandolino
Martin Barre – chitarra elettrica
John Glascock – basso
Barriemore Barlow – batteria, percussioni
John Evans – pianoforte, organo
David Palmer – organo, tastiere, arrangiamenti orchestrali

MUSICISTA OSPITE:
Darryl Way – violino nei brani 2 e 8

Produzione

Ian Anderson

Tracklist

1. …And The Mouse Police Never Sleeps (3:13)
2. Acres Wild (3:26)
3. No Lullaby (7:55)
4. Moths (3:27)
5. Journeyman (3:58)
6. Rover (4:16)
7. One Brown Mouse (3:23)
8. Heavy Horses (8:59)
9. Weathercock (4:03)

Durata dell’album: 42:40

Bonus track della ristampa (2003):

10. Living In These Hard Times (3:10)
11. Broadford Bazaar (3:40)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie