Once Around The World

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: It Bites
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1988
Voto: 4.5/5

Quando si parla dei leggendari art rocker It Bites, maestri di una forma sofisticata di pop rock progressivo, si parla di una delle band più trascurate della loro generazione, che a quanto pare resterà per sempre senza il riconoscimento che meriterebbe. Anche se la maggior parte della loro musica non può evitare i paragoni stilistici con alcune band (neo)progressive dell’epoca, gli It Bites hanno sviluppato un sound tutto loro, riconoscibile al primo ascolto, basato su tanti di quegli elementi musicali che hanno fatto di gruppi come Yes, Marillion, Peter Gabriel, Saga e Level 42 alcuni degli artisti più amati degli anni ’80. Eppure, nonostante siano stati una delle band progressive più interessanti e spiritose della fine degli ’80, purtroppo non sono mai riusciti a ottenere la notorietà che si meritavano. Ma questo non toglie che la maggior parte della loro musica abbia superato più che bene la prova del tempo. Quello che li rende ancora oggi così speciali e interessanti, sia per tanti fan del prog che del pop rock, è il loro modo estremamente fantasioso e intelligente di fondere il meglio di entrambi gli approcci musicali in un mix meraviglioso, spinto all’estremo, di melodie non convenzionali. Gli It Bites sapevano creare tanto hit da radio quanto brani epici pieni di strutture sonore intricate e cambi di tempo, con un denominatore comune sempre ben presente: una melodicità altissima. Il loro problema principale, e il motivo per cui non hanno mai sfondato davvero, sta ironicamente proprio nel loro più grande pregio: per chi ascolta il mainstream erano un filo troppo complessi, mentre molti fan del prog storcevano il naso davanti a un sound relativamente amichevole per la radio. Gli It Bites sono stati, nonostante qualche difetto, una band straordinaria, che ha costruito la propria espressione musicale soprattutto sull’eccezionale talento del carismatico cantante e ottimo chitarrista Francis Dunnery, e ha fatto una musica che ancora oggi suona fresca, mentre quella di tanti loro contemporanei oggi suona piuttosto anacronistica.

In “Once Around The World” gli It Bites hanno approfondito in modo evidente gli aspetti progressive rispetto al debutto “The Big Lad In Windmill” (1986), e hanno fuso con grande successo una valanga di armonie vocali e melodie contagiose con cambi di tempo imprevedibili, che con le linee di chitarra di Dunnery e le tastiere spaziali portano spesso il tutto fuori dai soliti schemi pop, in tutt’altra dimensione. La prova migliore che stavolta la band ha puntato di più sul suo lato progressive è la title track, un capolavoro epico di quasi 15 minuti, pieno di svolte imprevedibili. Gli It Bites erano noti anche per l’ottima produzione. Dopo Alan Shacklock (più famoso come chitarrista dei Babe Ruth), a occuparsi della produzione è arrivato nientemeno che il decano dello space rock, il leggendario chitarrista Steve Hillage (ex-Egg, ex-Gong, solista), che di certo non avrebbe mai collaborato con musicisti privi di un approccio personale alla musica progressiva.

L’album si apre con l’esplosiva “Midnight”, dal sapore pop, primo dei tre singoli estratti. In sostanza è un pop funk leggero con un leggero battito disco , che spicca soprattutto per la voce carismatica di Francis, le parti di chitarra decise e le trame spiritose delle tastiere. Segue “Kiss Like Judas”, che come singolo è stato addirittura un piccolo hit. Un brano costruito su un ritmo saltellante, una melodia potente, tante armonie vocali e un’atmosfera romantica. Direi che qui c’è una bella dimostrazione del fatto che anche le band progressive possono sfornare ottimi singoli pop senza sacrificare minimamente la propria espressione creativa. Dopo tanto pop intenso arriva a calzare a pennello la sottile “Yellow Christian”, la prima dei tre brani concettuali dell’album, con tante trame spaziali di sintetizzatori che in certi punti sono degne di grandissimi maestri come Tony Banks (Genesis). Anche stavolta possiamo goderci la voce carismatica, armonie vocali dal colore alla Yes e alcuni cambi di tempo piuttosto insoliti, tra cui la sezione strumentale finale, dove si alternano synth spaziali e passaggi di chitarra, è quella che colpisce di più. Anche se “Yellow Christian” è in fondo una ballata, la cosa si nota a malapena. “Rose Marie” è un mix gustosissimo di progressive e pop metal, che conquista soprattutto con i passaggi sbalorditivamente veloci della chitarra di Dunnery, le armonie vocali alla Yes e le tastiere stratificate, ben appoggiate su un ritmo energicissimo. Ci si leccheranno i baffi soprattutto tutti i fan degli Yes (anni ’80) e dei Saga. “Black December” ha una carica erotica e un ottimo ritmo hard rock. Il suo pregio principale è un ritornello eccellente e appassionato, attraversato da una linea di synth sognante e dal sapore spaziale, che aggiunge un altro pizzico di magia a un brano già solido di suo e lo porta a un livello artistico superiore. Il meglio dell’album, però, deve ancora arrivare! “Old Man And The Angel” è infatti uno dei picchi del disco, dove brillano in particolare le tastiere stratificate di John Beck e le splendide armonie vocali, piene di sorprese spiritose. La composizione è condita da tanti cambi interessanti e al tempo stesso non cala nemmeno un po’ sul fronte della melodicità, altissima. Anche “Hunting The Whale”, che si apre con una buffa melodia da marinai e con i richiami delle balene, è uno dei pezzi più sofisticati e più venati di progressive dell’album, dove Dunnery porta all’estremo il suo talento vocale e una drammaticità incredibile. Il testo riflette la coscienza ecologica della band. Gli It Bites dimostrano di essere burloni di prima categoria anche nella bellissima e divertentissima “Plastic Dreamer”, con un testo su un negozio stregato di giocattoli di plastica che di notte prendono vita e ne combinano di tutti i colori. Qui assistiamo a un’abbondanza di acrobazie vocali comiche, suoni insoliti e, in chiusura, al solletico di un neonato. Dunnery sforna un ottimo assolo di chitarra mentre tra lui e Beck regna tutto il tempo un’armonia pazzesca. Come culmine finale arriva poi la title track epica “Once Around The World”, che secondo me è addirittura la cosa migliore e più progressive che gli It Bites abbiano mai registrato finora, una specie di “Supper’s Ready” della fine degli ’80. Dopo un’introduzione relativamente tranquilla seguono tanti interessanti cambi strumentali, ottimi passaggi di chitarra di Dunnery conditi di jazz, armonie vocali stratificate. L’atmosfera del brano cresce di continuo, dalla drammaticità epica allo spirito jazzistico dei sassofoni, fino a una raffinatezza eccezionale con le splendide armonie tra chitarra e tastiere. Un vero capolavoro, che può tranquillamente stare alla pari con tante epopee progressive molto più celebri.

“Once Around The World” è senza dubbio il miglior album, e il più progressive, di questi maestri del prog pop sofisticato, che dopo la recente reunion sono ben lungi dall’aver detto l’ultima parola. Il disco si distingue per l’ottima produzione, una professionalità comprovata e un’energia incredibile, solo loro. Anche con il secondo album gli It Bites hanno dimostrato di essere stati una delle band progressive più straordinarie della fine degli ’80, per cui contava soprattutto la libertà creativa e solo dopo il successo commerciale. Qualcuno una volta li ha descritti in modo coloritissimo come dei Marillion sessualmente spinti all’estremo, e, pur con una certa dose di grottesco, in buona parte mi troverei perfino d’accordo, perché in fatto di sfrontatezza erotica gli It Bites si lasciano alle spalle un bel po’ di contemporanei progressive.

Formazione

Francis Dunnery – voce, chitarra
Dick Nolan – basso, cori
John Beck – tastiere, cori
Bob Dalton – batteria, cori

Produzione

Steve Hillage

Tracklist

1. Midnight (4:04)
2. Kiss Like Judas (4:08)
3. Yellow Christian (6:29)
4. Rose Marie (3:33)
5. Black December (3:50)
6. Old Man And The Angel (9:21)
7. Hunting The Whale (4:46)
8. Plastic Dreamer (3:53)
9. Once Around The World (14:46)

Durata dell’album: 54:50

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