Pictures At An Exhibition
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Emerson, Lake & Palmer
Etichetta: Sanctuary Records
Uscita: 1971
Voto: 4/5
Con “Pictures At An Exhibition” la famigerata terna prog rock Emerson, Lake & Palmer ha reinterpretato in modo coraggioso, intransigente, arrogante e, per quei tempi, quasi rivoluzionario l’opera classica del celebre compositore russo, nonché membro dell’élite del “Gruppo dei Cinque” russo, Modest Petrovič Musorgskij. Erano i tempi in cui la musica classica era ancora considerata qualcosa di sacro e intoccabile, soprattutto rispetto al rock, che solo allora cominciava a ottenere lo status di genere musicale serio. Musorgskij scrisse questo pezzo per pianoforte già nel lontano 1874 e da allora ne sono uscite già sei versioni diverse (e dall’uscita di questo disco, ovviamente, molte di più), compresa questa strana e interessantissima interpretazione targata ELP, che fu la prima a includere una voce. La principale fonte d’ispirazione della composizione è una raccolta di quadri impressionisti dipinti da Hartmann, amico di Musorgskij, al quale l’opera è dedicata. Tutti gli amanti della classica che vogliono sentire come dovrebbe suonare la versione originale in veste orchestrale si procurino l’ottima registrazione del 1986 dell’Orchestra Sinfonica di Berlino, diretta dal grande Herbert von Karajan. Quelli che conoscono solo le versioni orchestrali resteranno probabilmente shockati e smarriti di fronte a questa “dissacrazione” di un’opera classica così maestosa per mano degli ELP, mentre chi il disco lo conosce da una vita se la riderà sotto i baffi, con aria maliziosa.
Il mago delle tastiere Keith Emerson, a quel punto, era già da un pezzo tutto fuorché un novellino in fatto di riarrangiamenti personali, spesso controversi, brutali e senza compromessi, di alcune opere classiche. Nella sua band precedente, The Nice, “demonizzava” con passione le opere di compositori fino ad allora intoccabili come, per dire, Mozart. E con un gusto particolare aveva stravolto l’opera di Leonard Bernstein intitolata “America”. Da qui nasce anche l’episodio più controverso della sua carriera: durante l’esecuzione del brano appena citato, nella prestigiosa sala britannica The Royal Albert Hall, bruciò per protesta una bandiera americana. Il risultato fu che gli vietarono di esibirsi in quella sala per oltre vent’anni, mentre Bernstein cercò invano di far vietare negli Stati Uniti alla band (cioè The Nice) la pubblicazione della loro versione della sua opera.
Questa versione di “Pictures At An Exhibition” viene da un concerto degli ELP al Theatre Royal di Londra, nel 1971. Di conseguenza è intrisa di un sound vivissimo e delle reazioni scatenate del pubblico. A parte la maestosa sezione d’apertura, intitolata “Promenade”, questa interpretazione insolita e curiosa ha ben poco a che fare con il modo in cui Musorgskij aveva originariamente immaginato l’esecuzione della sua opera, anche se in alcune sezioni Emerson usa anche qualche motivo originale, sia pure parecchio modificato. A questo punto viene naturale chiedersi se fosse davvero necessario, allora, che tre giovani musicisti portassero un’opera del genere nel contesto del rock e davanti a un pubblico che, nella stragrande maggioranza, della musica dei suoi “nonni” se ne fregava altamente. Gli ELP lo fecero soprattutto perché all’epoca erano probabilmente l’unica band con tutte le qualità e la tecnologia necessarie per un’impresa del genere, e perché erano gli unici con abbastanza arroganza da permetterselo senza preoccuparsi più di tanto del parere dei critici. I primi anni ’70 furono per il mondo del rock un periodo magnifico di innovazione continua, e gli ELP erano sempre in prima linea. Anzi, di solito su tutto questo erano sempre un passo avanti alla maggior parte delle altre band.
I punti di forza degli ELP nell’esecuzione della composizione emergono al massimo proprio dove apportano più idee proprie. Per esempio nelle parti vocali, dove brilla in piena luce il cantante, bassista e chitarrista Greg Lake, già allora maestro affermato della ballata romantica, con alle spalle pezzi come “Lucky Man” (Emerson, Lake & Plamer, 1970) e “I Talk To The Wind” (In The Court Of The Crimson King, 1969), che aveva creato ancora con i King Crimson. La maggior parte delle sezioni più belle della composizione è opera sua, mentre le espansioni supersoniche di Emerson alle tastiere, soprattutto sui synth e sugli hammond, con una tavolozza di effetti elettronici all’epoca innovativi, entusiasmeranno tutti gli innamorati delle follie di questo Hendrix delle tastiere. Carl Palmer alla batteria sfodera alcuni dei suoi contributi migliori di tutta la carriera e dà alla composizione una compattezza costante, legando bene tra loro le varie sezioni. Se l’ascoltatore non si fa troppi problemi con le tante versioni orchestrali dell’opera, può godersi alla grande questa esecuzione vivissima ed energica, piena di contrasti meravigliosi, svolte inaspettate, impressioni ricchissime e dell’ottima poesia di Lake, di cui è carica questa versione degli ELP. Come detto, nella sostanza la musica è una specie di raccolta concettuale delle impressioni di Musorgskij sui dipinti di Hartmann, collegate fra loro dal motivo centrale “Promenade”, che rappresenta in modo indiretto il camminare di Musorgskij da un quadro all’altro mentre li guardava alla mostra. Questa informazione è piuttosto importante perché dà all’ascoltatore un’idea più chiara e una visione migliore di come gli ELP abbiano interpretato l’idea originale dell’autore.
Dopo l’annuncio e la reazione entusiasta del pubblico, il synth di Emerson, con il suo suono stratificato e maestoso, ci porta nella sezione d’apertura “Promenade”, la più simile all’originale tra tutte, uno dei motivi più grandiosi della storia della musica classica. Segue “The Gnome”, che contiene un meraviglioso incastro fra tastiere e batteria, soprattutto dove il basso di Lake e la batteria di Palmer, con la loro linea ritmica energica, accompagnano il denso strato di synth sullo sfondo. Il pezzo ricorda per tutto il tempo la corsa di uno gnomo furibondo (un “folletto”, per intenderci), che nonostante la piccola stazza farebbe meglio a essere evitato. Il gioco di tastiere di Emerson, come sempre magistrale, è impressionante: il maestro cambia continuamente motivo in modo radicale e salta da una nota all’altra. La voce di Lake ci introduce alla terza sezione, quando ritorna il motivo principale di “Promenade”. Poi arriva “The Sage”, un’ottima ballata di Lake che calma l’atmosfera dopo le maestose espansioni di Emerson al sintetizzatore. Questa sezione è malinconica, melodica e serena al massimo. Durante l’esecuzione si sentirebbe probabilmente cadere una goccia d’acqua in mezzo alla sala, mentre Lake canta con il suo tenore cristallino. Anche la sua melodia alla chitarra acustica e il testo creano un’atmosfera eccellente e rilassante.
Poi Emerson ci spara di nuovo in faccia i suoi “fuochi d’artificio” sintetici, con cui si mette in mostra all’inizio della sezione “The Old Castle”. Qui incendia la sala con i suoi passaggi impetuosi al synth, poi rallenta un po’ il tempo e lo spinge verso acque più delicate, finché il tutto si trasforma in una sezione interessantissima chiamata “Blues Variation”, dove gli ELP si lanciano in un vero ritmo strumentale saltellante e in un blues pieno di sezioni funky su hammond e synth. Poi torniamo in mezzo alle idilliche atmosfere russe, quando ritorna il motivo centrale “Promenade” e si parte verso la sezione (il quadro) successiva, “The Hut Of Baba Yaga”, dedicata a Baba Jaga, la strega cattiva e brutta della mitologia slava che viveva in cima a una gigantesca casa-uccello e lì rosicchiava ossa umane. Di conseguenza è una sezione veloce e piena di temperamento, dove basso e percussioni intensi accompagnano passaggi infuocati e limatissimi di hammond. Dopo un po’ si passa alla sezione “The Curse Of Baba Yaga”, una creazione totalmente originale della band, con synth dal colore parecchio elettronico avvolti attorno al basso. Poi arriva il canto di Lake, temperamentale e quasi maniacale, steso sopra una sezione strumentale frenetica. Dopodiché tutto torna di nuovo nello strumentale “The Hut Of Baba Yaga”. A seguire c’è la sezione conclusiva, maestosa e trionfale, “The Great Gates Of Kiev”, dove brilla in particolare il canto di Lake, che le dà un’aria decisamente da inno. Lo strato maestoso e profondo di hammond di Emerson suona sontuosissimo e il suo suono ricorda leggermente il rintocco di campane. Per chiudere, entra anche con synth profondi e distorti. Il culmine finale, trionfale, è uno dei versi migliori che Lake abbia mai scritto e cantato: “There’s no end to my life, no beginning to my death. Death is life…..”.
Alla fine il pubblico esplode in un’euforia pazzesca e chiede subito il bis. La band raccoglie la sfida al volo e va avanti con i suoi adattamenti dei classici russi. Stavolta la scelta cade sullo Schiaccianoci di Čajkovskij (“Nutrocker”, in certi casi chiamato anche “Nut Rocker”). Gli ELP ne ricavano una creazione quasi perfettamente honky tonk, carica di energia pazzesca e con un ritmo quasi da ballo. Alla fine si sentono ancora a lungo le grida del pubblico, “more, more…”, rimaste insoddisfatte. Non si può dar loro torto, perché l’intera esecuzione vola via in un lampo, forse pure un po’ troppo in fretta, ed è questo il suo difetto principale.
La ristampa, oltre a un suono nettamente migliorato, porta con sé anche la versione in studio di “Pictures At An Exhibition”, uscita originariamente come bonus track sul loro ultimo album in studio, trascurabile e debolissimo, “In The Hot Seat (1994). Anche se è eseguita in modo molto simile, secondo me non regge il confronto con l’originale versione dal vivo, dove la band suona molto più convincente; in più ci mette del suo anche la diversa energia del suono “live” e il suono totalmente diverso delle tastiere moderne che qui fanno la loro comparsa. A tirarla un po’ giù è soprattutto la voce di Lake, che nel frattempo aveva già perso gran parte della sua antica potenza, energia ed espressività. Comunque ogni fan della band la ascolterà di sicuro con piacere.
“Pictures At An Exhibition”, uscito subito dopo il magnifico capolavoro “Tarkus” (1971) come album dal vivo extra per tutti i fan più fedeli, e a un prezzo sensibilmente più basso (di questo bonus ormai è passata da un pezzo, quindi gli appassionati che non hanno ancora il disco in collezione non si rallegrino troppo presto), regala un sacco di piacere, soprattutto a chi ama allo stesso tempo la musica classica e il rock progressivo. Alcuni di questi si godranno il disco persino più di tutte le sue versioni orchestrali, mentre i puristi della classica inorridiranno già solo all’idea della “profanazione” della loro “sacra reliquia”, ancora prima di aver ascoltato l’album. I fan della band, però, secondo me si troveranno d’accordo sul fatto che gli ELP, con il loro esperimento senza paura di fondere classica e rock, abbiano creato un’ottima interpretazione di quest’opera classica, avvicinando la musica “seria” a intere generazioni di appassionati di rock. “Pictures At An Exhibition” è una vera esibizione di tutti i talenti musicali della band più famigerata, all’epoca, del mondo del rock progressivo. Chissà, forse persino il grande Modest si sarebbe goduto la loro interpretazione e gli avrebbe stretto la mano con entusiasmo, se fosse ancora vivo.
Formazione
Keith Emerson – tastiere
Greg Lake – voce, basso, chitarra
Carl Palmer – batteria, percussioni
Produzione
Greg Lake
Tracklist
1.) Pictures At An Exhibition:
a. Promenade
b. The Gnome
c. Promenade
d. The Sage
e. The Old Castle
f. Blues Variations
g. Promenade
h. The Hut Of Baba Yaga
i. The Curse Of Baba Yaga
j. The Hut Of Baba Yaga
k. The Great Gates Of Kiev
l. The End – Nutrocker
Durata dell’album: 37:21
Bonus track della ristampa (2004):
1. Pictures at an Exhibition (studio)