Herald Moth

0 5

Artista: InMe
Etichetta: Graphite Records
Uscita: 2009
Durata: 53:29
Voto: 1/5

Gli InMe sono una storia buffa. Anzi, no. Soprattutto sono confusi. Anche dopo il quarto album fanno di tutto tranne definire una direzione musicale chiara. E questa può essere una bella croce, perché così la band è condannata a trascinarsi per tutta la carriera dentro una crisi d’identità. In pratica non sa e non riesce a tirarla fuori. Per questo una band così suscita di continuo sentimenti contrastanti, solo di rado può entusiasmare in modo trionfale, più facilmente delude in modo catastrofico.

E se pubblichi già il quarto album in studio e la situazione resta immutata, fa ancora più male. Su “Herald Moth” gli InMe offrono circa un’ora di musica (contando il minutaggio delle due bonus track). La band dimostra senza ombra di dubbio di essere fatta di musicisti tecnicamente ottimi. Le trame delle linee ritmiche sono spesso costruite in modo piuttosto complesso, ogni tanto spezzano pure il ritmo, e quando ci passa sopra il “riffing”, la cosa a livello strumentale suona a tratti perfino progressiva. Con la distorsione delle frasi di chitarra tirata al massimo, il tutto scivola verso acque prog metal. Lo confermano anche alcune parti strumentali centrali (passaggi strumentali), dove il dialogo tra la linea ritmica dinamica e i riff scintilla ancora di più e viene a galla.

Tutto sarebbe okay se la band si fosse attenuta fino in fondo a questa definizione. Invece già in partenza ci pensa a rovinare tutto il tremolante (per la gioia di chi?) vocal emo sofferente, che ricorda il piagnucolare di una vecchietta reumatica. Oh. Almeno fosse così. La voce suona forzata, artificiale, innaturale. In pratica frigna senza motivo. Quindi le emozioni non convincono. Sempre che si possa parlare di emozioni nel dare vita ai versi. Questa voce, in uno stampo così monodimensionale, è una garanzia che ti satura le orecchie in un secondo. Da lì in poi, nella sua mancanza di idee e nelle situazioni in cui si ritrova e che risolve malissimo, può solo darti sui nervi.

Spesso questo pianto sordo, rafforzato da una specie di effetto “stereo chorus” vibrante, funziona come un fattore che stende sulle frasi una sensazione di dissonanza. Non stonature, ma un’intonazione proclamata di proposito, e da qui l’impressione che gli InMe ogni tanto vaghino tra “le note fra le note”. Ma siccome di compattezza e definizione espressiva nei motivi ce n’è troppo poca, e gli InMe sbattono in faccia all’ascoltatore un minestrone di “tutto quello che capita loro sotto mano in quel momento”, questo principio vocale dà alla musica un attributo di frammentazione: un fattore che allenta i brani e toglie loro compattezza. La cosa più grottesca è che, per dire, il brano Single Of The Weak dimostra dove si sarebbe potuti arrivare se la band avesse seguito quella direzione. Verso la definizione finale di emo pop rock. Il pezzo ha la compattezza richiesta, un ritornello melodicamente appiccicoso e rifinito che alla fine, per un attimo, riesce ad acchiappare l’attenzione nell’album. Ma è uno dei pochi momenti del disco. Gli inserti “screamo” occasionali aggiungono perfino un pizzico di “core”, ma servono solo da decorazione, per movimentare la forma di base dei brani (Ferocity In Desire).

Gli InMe sono britannici e riflettono l’attuale, ormai ventennale, brancolare nel buio britannico per quanto riguarda la comprensione, da parte delle nuove generazioni delle isole britanniche, del concetto di “rock”. Soprattutto di una sana comprensione del termine. Appesantite dal trendismo di oggi, le nuove band della Gran Bretagna sulla scena fanno più danni che benefici. Soffocano dentro di sé conoscenza e talento e subordinano la propria attività al solo successo commerciale. Qualcosa del genere lascia anche la sensazione all’ascolto dell’album “Herold Moth”, che con un approccio sano alla costruzione della musica rock potrebbe dare molta più soddisfazione all’ascoltatore e credibilità alla band. Invece l’album suona come un pasticcio vago e indefinito, che oscilla tra il bisogno di far soldi e lo “show off” (per lo più un nascondere pianificato) delle capacità musicali dei membri della band, tecnicamente rifinitissimi.

L’album è lungo almeno 20 minuti di troppo. I brani, nonostante la sensazione di frammentazione, lasciano un senso monofrequenza di autoriciclo, che perde la battaglia nel tentativo di piacere a tutti presso la massa critica musicale. Spero di sbagliarmi, ma le sensazioni raramente ingannano. Quindi un consiglio semplice. Giù le mani dagli InMe! Jan Plestenjak per loro è un vero dio! Voi, i più inconsolabili, che dedicherete un po’ di tempo alla musica di questa band, aspettatevi che la voce sia il setaccio principale che separa chi ama da chi odia il fenomeno musicale InMe.

Formazione

Dave McPherson — voce, chitarra
Ben Konstantinovic — chitarra
Greg McPherson — basso
Simon Taylor — batteria, percussioni

Produzione

Ewan Davies

Tracklist

1. You Won’t Hear from Me Again (4:56)
2. Belief Revival (3:49)
3. Nova Armada (4:09)
4. All Terrain Vehicle (3:46)
5. Captain Killjoy (4:22)
6. The Art of Moderation (4:48)
7. Single of the Weak (3:46)
8. Ferocity in Desire (3:54)
9. Happy to Disappoint You (5:01)
10. I Will Honour You (4:36)
11. A Mouthful of Loose Teeth (4:40)
12. Master Storm (5:41)
13. Love’s Heartless Jest (3:33)*
14. Secret Tragic Fiction (4:19)*

*…bonus track

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