Hergest Ridge

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Artista: Oldfield, Mike
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1974
Durata: 40:15
Voto: 4.5/5

L’album Hergest Ridge prende il nome dalla catena collinare dove all’epoca viveva Mike Oldfield. Un bel paesaggio disabitato, dove passeggiava col cane e faceva volare aeromodelli, lo aiutò a trovare l’ispirazione per una nuova impresa e un nuovo assalto alla vetta delle classifiche musicali.

Dopo Tubular Bells, questo polistrumentista ha scelto un approccio diverso. La musica è più contenuta, acustica, pastorale, folk; si sente un amore enorme per la natura e per la vita in generale. Per tutto il disco aleggia un senso di nostalgia che nel precedente non era così evidente. Hergest Ridge è un album con più emozioni e meno inserti tecnicamente complessi. Lo dimostra già il fatto che su Tubular Bells le melodie si alternano a un ritmo vertiginoso, mentre qui sono molto più dilatate e anche parecchio meno numerose (e alcune di queste sono collegate fra loro o sono solo un’evoluzione delle precedenti).

La prima parte si apre con l’organo (Oldfield è tra i pochi a usare Farfisa, Gemini e Lowrey invece degli organi Hammond; con questi crea suoni molto riconoscibili) e i flauti dolci. Già da subito si capisce che il disco sarà diverso, più romantico del predecessore. Poi alle tastiere, al posto dei flauti, si uniscono chitarre, basso e mandolino. Chitarra acustica ed elettrica prendono l’iniziativa, mentre in sottofondo si sente un bel coro. In questo segmento ogni tanto la tromba intona un’ode alla natura, e quando entra anche il timpano, questa sezione si chiude. Ne comincia una nuova, piuttosto ampia, in cui oboe e tromba, alternandosi e a volte insieme, in combinazione con la chitarra acustica creano un’atmosfera struggente, mentre ogni tanto si aggiunge anche la chitarra elettrica. Con il basso parte una nuova melodia, arrivano organo e campanelli, e ne nasce un clima quasi natalizio (i sonagli della slitta di Babbo Natale). Questa parte si anima un po’ quando entrano anche chitarra elettrica, mandolino e pianoforte. Il tutto è ancora più enfatizzato quando arrivano il coro e i celebri tubular bells di Oldfield (le campane tubolari). La prima metà dell’album finisce come era iniziata – con un delicato suono di organo e flauti dolci.

Nella seconda parte ci porta una melodia già nota, ma con un arrangiamento diverso (organo, chitarra acustica, campanelli), tanto che magari non la riconosci subito. Si aggiunge la chitarra elettrica, poi anche le due voci principali femminili e il mandolino. Più avanti il pezzo si calma un po’, suonano solo basso e organo, con qualche interludio di chitarra elettrica. Il timpano annuncia un cambio di tempo, ma prima arriva una melodia di passaggio (già nota) con organo e flauto. Poi la prima e unica vera esplosione rock di tutto il disco. Questa sezione, in cui chitarre, bassi e organi (senza batteria) si mescolano in un insieme cacofonico, dura parecchi minuti (forse pure troppo tirata per le lunghe). Quello che all’inizio sembra cacofonico e sparso si rivela molto organizzato e curato. Oldfield è tra i pochi che sanno creare una melodia apparentemente caotica e “brutta”, che però, più la ascolti, più si rivela l’esatto contrario. Dopo sei minuti questa parte si chiude di colpo e torna una melodia folk più tranquilla, in cui fra l’altro suonano anche gli archi. Alla fine Sally Oldfield, in inglese, e Clodagh Simmonds, in una lingua celtica, cantano un inno di lode a Hergest Ridge e il disco si chiude lentamente.

Hergest Ridge è un disco parecchio diverso dal precedente. Se non fosse per quella parte più vivace, faticheremmo perfino a dire che sia un album rock (a parte qualche chitarra elettrica ogni tanto). Per lo più è un mix di folk e classica. Il disco ha un valore estetico notevole, è pieno di fantasia, sogni a occhi aperti e amore per la natura, solo in quell’unico momento si avverte anche un po’ di rabbia e ruvidezza sotto la superficie. Oldfield ha davvero creato qualcosa che ti si imprime nel cuore, ma sarebbe arrivato qualcosa di ancora più monumentale.

All’inizio della carriera di Oldfield il bello era proprio che nessun suo album suonava come un altro. A volte pubblicava un disco folk, a volte uno sinfonico, a volte una via di mezzo, altre volte si dedicava di più al rock. In più ci metteva dentro un’infinità di influenze – dalla musica africana al jazz, fino all’elettronica (quella dei primordi, tipo Tangerine Dream). Questo album è fra quelli in cui mescola folk e rock. La musica semplice e l’emotività di questo disco colmano il vuoto tra Tubular Bells e Ommadawn, dove Oldfield ha preso la sentimentalità di Hergest Ridge e l’ha unita alla complessità e alla varietà di Tubular Bells.

Formazione

– Mike Oldfield: chitarre acustiche, elettriche e spagnole, basso, mandolino, organo, campanelli, gong, campane, timpano, percussioni

– Chili Charles: batteria
– Lindsay Cooper: oboe
– Ted Hobart: tromba
– Sally Oldfield: voce
– Clodagh Simmonds: voce
– June Whiting: oboe
– direttore di coro & archi: David Bedford.

Produzione

Mike Oldfield

Tracklist

1. Hergest Ridge, Part I 21:30
2. Hergest Ridge, Part II 18:45

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