Con il passaporto al concerto dei Passport
Autore: Peter Podbrežnik
Luogo: Kassematenbuehne (Schlossberg) / Graz / Austria
Data del concerto: 26.07.2007
Numero di spettatori: 800
Prezzo del biglietto: 25,00€
Negli ultimi anni Graz sta diventando sempre più la mia seconda casa quando si tratta di vedere concerti di qualità. Quando alla sala Orpheum non passa nessun nome abbastanza interessante, ecco che l’appuntamento si sposta in cima al meraviglioso castello di Schlossberg, la principale attrazione della città, che per me resterà per sempre il palcoscenico del mio primo (e ancora oggi più suggestivo) incontro con i Jethro Tull. Le mura del castello hanno davvero un fascino tutto loro e di sicuro contribuiscono a far salire l’atmosfera del concerto di almeno un gradino rispetto al solito, a prescindere dal genere (anche se a mio parere si sposano al meglio con le melodie jazz e folk). Stavolta era il turno dei Passport, leggende tedesche del jazz fusion rock, in cartellone al festival jazz estivo locale, che quest’anno ha richiamato parecchi nomi altisonanti (Blood, Sweat & Tears, John Mayall, Mike Stern, ecc.), noti anche nel mondo del rock. I Passport, band guidata dall’indistruttibile e multitalentuoso sassofonista Klaus Doldinger, che gode della fama di uno dei migliori sassofonisti tedeschi di sempre, sono uno dei gruppi più importanti degli anni d’oro del jazz fusion rock, di cui oggi è sopravvissuto ben poco, quindi non se ne parlava nemmeno di perdermeli. Oltretutto è una delle prime band che mi sono rimaste impresse già da ragazzino, grazie al loro classico “Looking Thru” (1974). La copertina vistosa di quell’album, che una volta negli anni ’80 vidi nella vetrina di un negozio di LP, è rimasta conservata nei miei processori cerebrali fino al momento in cui, qualche anno fa, ho conosciuto il gruppo anche dal punto di vista musicale, e da allora, accanto ai ben più noti Mahavishnu Orchestra, Return To Forever e Weather Report, lo tengo tra i miei gruppi jazz fusion preferiti.
Dopo il controllo alla frontiera, felicemente superato sotto lo sguardo vigile dei più grandi amanti dei passaporti, io e il mio compagno di viaggio, autista e fotografo in erba, sempre pronto a battute senza né capo né coda, eravamo già stretti con i tempi, ma abbiamo comunque fatto un salto in un negozio di dischi del posto (prezzi insolitamente buoni per alcuni classici), che è già finito in lista per le prossime visite. Quando siamo arrivati in centro mancavano solo dieci minuti al concerto, così ci siamo fiondati su per le scale delle mura del castello e ci siamo arrampicati a rotta di collo. Dio solo sa come ci siamo riusciti, ma siamo arrivati al secondo preciso, proprio nel momento in cui il maestro e la sua banda di vecchi compari salivano sul palco, sotto il quale, come si usa per leggende di questo tipo dell'”era preistorica”, dominavano teste grigie e stempiate.
Il concerto dei Passport è stato concepito fin dall’inizio come una specie di spettacolo, diviso in due parti che rappresentavano due diverse immagini storiche del gruppo. Nella prima è salita sul palco la formazione classica e più amata dei Passport, quella che nella prima metà dei ’70 ha registrato i suoi album migliori, come “Looking Thru”, “Cross Colateral” (1975) e “Infinity Machine” (1976). Il Klaus di ottimo umore e insolitamente loquace tra un pezzo e l’altro, che non ha smesso un attimo di stupire con il suo controllo dell’arte del sassofono (nello specifico contralto, soprano e tenore), era accompagnato sul palco dai compagni dei “bei vecchi tempi”: il bassista di impronta rock Wolfgang Schmid (a suo tempo membro anche di gruppi come Kick e Paradox insieme al leggendario Billy Cobham), che quella sera mi è mancato alla chitarra, visto che di solito non è certo un virtuoso da meno, il tastierista dalle venature elettroniche Kristian Schultze, principale “colpevole” se la band è così amata anche dagli appassionati di rock progressivo, e il fantastico batterista Curt Cress, che alcuni di noi ricordano anche come membro occasionale degli art rocker canadesi Saga.
Il quartetto di artisti leggendari ha eseguito, come ci si aspettava, i suoi classici del periodo tra il ’73 e il ’76, quando erano insieme. Tra questi spiccavano l’iniziale “Morning Sun” (Infinty Machine, 1976), con cui hanno subito mostrato il loro tipico jazz rock fusion sinfonico e melodico, ma hanno sorpreso anche con due ottime versioni dei classici “Will-O’ The-Wisp” e Jado” (entrambi dall’album “Cross Colateral”, 1975). Il venerabile Klaus, che contrariamente all’idea che mi ero fatto di un dittatore tutto d’un pezzo si è rivelato un tipo estremamente bonario, spiritoso e raffinato, è stato naturalmente per tutto il tempo la stella della serata e il centro dell’attenzione sul palco. Quando non passava con sorprendente scioltezza da un sassofono all’altro, si godeva i dondolii a ritmo e sparava una serie di discorsetti piuttosto spiritosi, che ovviamente erano in tedesco e che ho capito solo a fatica. I Passport classici hanno dato una bella lezione di affiatamento, anche se non riuscivo a scrollarmi di dosso la sensazione che in caso di una reunion vera e propria si sarebbero pestati i piedi in fretta. Si trattava semplicemente di un incontro simbolico tra vecchi amici, che proprio per questo ha di sicuro attirato almeno un po’ più di pubblico di quanto sarebbe venuto altrimenti. Quanto alla dimostrazione di bravura tecnica degli altri “passaporti”, il bassista Schmid, unico “rocker” della serata, ha sfoggiato una velocità di sfregamento delle corde vista di rado, barando però un pochino con l’aiuto del plettro. Anche il maestro Schultze ha giustificato in pieno la sua fama di “mago” delle tastiere. Il suo approccio, con largo uso di tastiere elettroniche, è secondo me vicino al rock progressivo almeno quanto al jazz, il che forse è il motivo principale per cui, tra i singoli della formazione classica, è quello che mi ha entusiasmato di più dopo Doldinger. Cress, da batterista jazz classico, ha mantenuto per tutto il tempo una base ritmica solida, anche se da lui mi aspettavo un po’ di più, almeno sul lato dell’improvvisazione. Però il suo assolo non era niente male. La botta di nostalgia è finita (troppo) presto e probabilmente non sono stato l’unico a trovare questo set dei Passport classici, pur ottimo, di appena tre quarti d’ora assolutamente troppo corto.
Dopo una pausa di venti minuti è toccato ai Passport moderni, che con Doldinger arrivano a sette membri. Si tratta di una formazione variopinta e internazionale di musicisti affermati: l’australiano Peter O’ Mara alla chitarra (noto soprattutto per la collaborazione con il leggendario Dave Holland), l’italiano Roberto Di’ Gioia alle tastiere, lo statunitense Patrick Scales al basso, il camerunese Bibioul Darouiche e il tedesco Ernst Ströer alle percussioni, e il padrone di casa Christian Lettner alla batteria. Siccome non conosco i lavori più recenti di Klaus, mi limitavo a tirare a indovinare che tipo di jazz aspettarmi nella seconda parte, ma già dalla disposizione degli strumenti ho intuito che il fusion di altissimo livello sarebbe proseguito anche in versione più moderna. Alla fine questa seconda parte ai miei occhi è risultata persino migliore della prima, cosa che non avrei mai osato prevedere. Klaus e i suoi compagni hanno presentato soprattutto brani dell’ultimo album “To Morocco” (2006), che contiene molti elementi folk etnici nordafricani. Klaus ha spiegato il suo attuale interesse per gli elementi etnici africani come conseguenza di un indimenticabile viaggio in Marocco e delle frequentazioni con i musicisti del posto. La maggior parte dei pezzi di questo album, tra cui mi sono rimaste impresse le esecuzioni di “Riyad El Capi” e “Djema El-Fna”, è risultata entusiasmante, e Klaus ha preso in mano per due volte anche un flauto di bambù, confermando la sua varietà musicale. Tra i brani più recenti, nella scaletta della serata non è mancata nemmeno “After Hours” (Back To Brasil, 2003). Gli adoratori del jazz fusion classico sono invece tornati a casa soddisfatti con la versione riarrangiata di “Ataraxia”, che viene dall’omonimo album del 1978. I singoli musicisti hanno mostrato una sintonia ritmica vista di rado e un controllo totale dei loro strumenti, tanto che, a parte il fuori serie Klaus, non riesco a mettere in risalto nessuno. I due percussionisti si sono scambiati più volte gli strumenti, dato che Ernst si occupava anche di effetti sonori speciali, e ognuno dei musicisti si è ovviamente concesso il suo immancabile momento solista.
Purtroppo oggi sono in pochi a sapere che negli anni ’80 Klaus si è cimentato anche come compositore di colonne sonore e che ha creato un motivo conosciuto da un bel po’ di persone che non hanno mai sentito e non sentiranno mai parlare di lui e dei Passport. Sono seguiti i tre momenti più pittoreschi della sua carriera cinematografica: due brani registrati per film del celebre regista Wolfgang Petersen (Troy) e uno registrato per Hollywood. Il primo non lo conoscevo (mi aspettavo in realtà il suo tema da “Neverending Story”), ma gli è subentrato probabilmente uno dei temi cinematografici più famosi di tutti i tempi: “Das Boot”, il tema principale dell’omonimo film sullo sfortunato sommergibile tedesco durante la Seconda guerra mondiale, che è anche, di gran lunga, l’opera più nota di Klaus. L’esecuzione è stata senza dubbio un’esperienza speciale e uno dei vertici della serata, anche se a mio avviso, dal punto di vista artistico, non rientra tra i picchi della carriera di Klaus. Al “sommergibile” è seguito l’hit attuale di Klaus, “Soul People”, dal successo cinematografico americano “Ocean’s Thirteen”, che proprio in questi giorni gira nelle sale di tutto il mondo. Dopo un’altra ottima creazione a trazione elettronica, Klaus e compagnia hanno lasciato il palco, ma sono tornati subito, in modo più imponente di quanto si potesse immaginare. Sul palco sono infatti saliti tutti i membri, dei Passport classici e moderni, con l’eccezione di Curt Cress, di cui posso solo ipotizzare il motivo dell’assenza (probabilmente quattro percussionisti sarebbero stati davvero un filo “too much” rispetto agli strumenti a disposizione). Ne è seguita un’indimenticabile jam finale che metteva insieme tutte le migliori finezze della loro ricca storia e che è stata senza dubbio il culmine della serata, quando anche il pubblico si è alzato in piedi e ha cominciato a “tifare” per la band come a un classico concerto rock, e la band era visibilmente commossa. Dopo l’esibizione e i tanti ringraziamenti al pubblico, Klaus ha invitato sul palco anche l’organizzatore principale del festival, ringraziandolo di cuore per l’ottima organizzazione e dimostrando ancora una volta di essere un vero signore e un professionista, la cui generosità e il cui carisma molti musicisti di oggi possono solo invidiargli.
Nonostante più di due ore di jazz fusion di altissimo livello, ai miei occhi il concerto è finito decisamente troppo presto, perché Klaus e i suoi musicisti sono riusciti a ipnotizzarmi come non succedeva da tempo a nessuna band jazz o rock. Una dimostrazione magistrale della scuola tedesca del jazz fusion rock nella magica atmosfera del castello è stata davvero manna dal cielo, vista l’attuale carenza generale di concerti di band affini (quelle che ancora esistono di solito si spingono piuttosto di rado così a sud sulla cartina d’Europa). Il misterioso tipo verde con gli occhiali da sole della copertina di “Looking Thru” si è rivelato uno dei musicisti più di cuore in circolazione, e il pubblico ha saputo ripagarlo con una risposta degna di un artista che ha lasciato un segno indelebile nel mondo del jazz e anche del rock progressivo.
Galleria fotografica















