Hesitation Marks

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Artista: Nine Inch Nails
Etichetta: Polydor Records
Uscita: 2013
Durata: 61:50
Voto: 3.2/5

Quattro anni dopo lo scioglimento annunciato e il ritiro volutamente temporaneo di Trent Reznor dai palchi, almeno sotto la bandiera dei Nine Inch Nails, Trent si smentisce di nuovo a livello commerciale e ti rifila qualcosa di nuovo, ma già sentito. Si tratta dell’ottavo disco, Hesitation Marks, che porta avanti la rotta di The Downward Spiral, l’album degli eccessi, ma anche la fragilità di Fragile e l’ultimo sfogo verbale, il totale sovraccarico tonale della sfera tra il polo sinistro e quello destro del cervello con The Slip. Hesitation Marks non si fa bello con slogan su rivoluzioni e ulteriori evoluzioni del suono, ma è vero che Reznor si è distanziato di proposito dalle aspettative delle masse e, invece di cedere alla pressione di personaggi quasi-critici anche tra le file dei suoi stessi fan, l’unico dittatore del proprio universo di oscurità, perfezione meccatronica e sconvolgimento intellettuale è soltanto lui. Il titolo del disco è azzeccato. Suicidio e auto-annientamento non sono riusciti e, dopo il contatto dei canali creativi della band con la lama della fine fatale, è subentrata l’esitazione, e sulla pelle sono rimaste le tracce. Le ferite del boia esitante stanno nel fatto che i NIN Reznor non potrà mai abbandonarli del tutto, perché questa gallina porta troppo oro e uova redditizie, come un sottoprodotto qualsiasi dell’allevamento a terra di Reznor. Reznor è un workaholic e, dopo la discesa in un progetto di famiglia con la moglie e membro dei West Indian Gril, Mariqueen Maandig, al posto di dream pop e trip hop di due dischetti un po’ meno chiacchierati, il guadagno economico sta in tutt’altra liturgia, che Reznor, siamo onesti, ha anche inventato e perfezionato al punto da poter in dormiveglia sbrodolare, buttare giù e incollare in ogni momento un album che regge l’acqua, porta il marchio NIN e intanto gli permette comunque un bel po’ di provocazione. Tutto quello che sentirai l’hai già sentito prima, ma niente di nuovo non significa che il dischetto, col suo minimalismo, non dia abbastanza essenza per dibattiti e discussioni approfondite: si tratta di una sosta voluta sullo stesso punto, o nel frattempo c’è stato un passaggio estetico spontaneo e invisibile di qualche spanna in avanti? Io credo che questa domanda te la puoi porre un po’ più tardi, ora passiamo al disco vero e proprio.

Hesitation Marks è un mindfuck trip di un’ora che mette alla prova i bordi esterni dei limiti consentiti nella superficie sonica dei NIN; il flirt atmosferico e il feticismo per la morte, la distruzione e l’oscurità, Reznor li scambia con minimalismi che chiariscono come il posto del ribelle furioso e smarrito e del decadente autodistruttore sia stato preso da un uomo d’affari maturo, in pace con se stesso e concentrato solo sulla qualità del lavoro, mentre passato e futuro sono semplici punti d’appoggio di un sistema di coordinate in cui il baricentro dell’azione è un solo uomo, una sola mente, un solo deus sive natura, procreatore del ritmo rituale, della tavolozza sonora del reale – il signor Reznor in persona. Hesitation Marks è un disco spezzato e meno compatto, un confetto di elettronica dosata alla perfezione, di luce, di luci e di grumi del battito meccanico di un cuore. A colpire di più è la tavolozza di collaboratori con cui Reznor stringe il patto e offre di nuovo un suono maledettamente speziato. Il chitarrista dei King Crimson Adrian Below è già un nome così, e quando nella storia si infilano anche Lindsey Buckingham e Pino Palladino, e sopra il tutto, oltre a Reznor, vegliano Atticus Ross e Alan Moulder, il risultato è vicino alla meditazione perfetta e a un suono a cui sarebbe difficile aggiungere qualcosa senza che il tutto suoni forzato. È radicale anche il fatto che, in un’epoca in cui le etichette si ristrutturano, sia stato proprio il mastermind dei NIN ad accettare di ballare con gli spremitori aziendali, anche se per Hesitation Marks i discografici hanno firmato una rischiosa cambiale in bianco, perché sarà durissima vendere il dischetto a gente viziata che non si butta nell’oceano del suono senza una pubblicità più incisiva o un singolo. Il suono dell’album è scheletrico, nudo, in riserva, e il pizzicare atmosferico Reznor lo giustifica col fatto che non c’è niente di nuovo da aggiungere. »I’m just a copy of a copy of a copy /Evyrithing I say has come before« è il verso d’apertura del primo pezzo, Copy Of A: a parte ombre di ombre passate ed echi di echi già sentiti, Reznor fonda la propria reincarnazione, il ritorno a un ritmo di lavoro, su una crisi esistenziale di rilevanza, e il proprio dominion personale di depressione, ansia e cupezza non lo abbandona del tutto, almeno esteticamente. I parametri sono più vicini ai primi Depeche Mode o all’era berlinese di Bowie che alla metallicità demoniaca del gioco col suono della dance contemporanea, e la flessibilità della spina dorsale di Reznor stavolta è proprio sinistra. I suoni Atari di Came Back Haunted sono una riflessione su un passato intriso della rabbia e dell’aggressività di momenti andati, che si insinuano nel gioco da qualche parte sullo sfondo, mentre il cocktail sonoro Reznor stavolta lo rimescola e lo sposta di proposito. Find My Way è un intermezzo atmosferico che, come buona metà delle maglie del disco, sarebbe finito tranquillamente sotto l’ala di Mezzanine, il disco dei dominatori trip hop Massive Attack, mentre Reznor qui suona derubato di energia e vuoto. All Time Low spezza la depressione con un gioco più funkeggiante di chitarre, basso e batteria, che suonano così bene da sembrare scritti per i Jane’s Addiction o per i R.H.C.P., e sul seguito danzereccio e battimani del pezzo inutile Disappointed Reznor nemmeno ti chiede se sei entusiasta di quanto offerto finora o se pretendi indietro i tuoi soldi dallo spacciatore di supporti musicali, che portano tanto, o in tutta questa massività del molteplice ben poco.

https://www.youtube.com/watch?v=iy_hnW5wKN4

Il pezzo dream pop Everything suona come un ulteriore test di resistenza dei nervi per tutti quelli che si aspettavano un po’ più di oscurità e di scarica aggressiva della tensione; invece è arrivata un’iniezione post punk di cinismo festaiolo, che saluta il mondo e i fedeli di sempre coi versi »Wave goodbye / Wish me well / I’ve become / Something else / Something else, something else / It’s just the world«, e poi arriva un tocco di metrica che ti aspetteresti da Prince, mentre Satellite a molti può solo approfondire il rancore, anche se il pezzo, siamo onesti, è una splendida canzone pop! Reznor è evidentemente un escapista che aspira a distruggere tutti i templi che finora ha costruito con cura, e il nichilismo si costruisce sull’avvicinarsi sospeso a un’eruzione che arriva quasi in superficie, poi non si sa come si spegne e si aggrappa al catalizzatore del trattenimento sublimato di un’eiaculazione completa. Various Methods Of Escape, Running, I Would For You, In Two … Niente porta il disco alla marcia più alta, e tutt’altro che una dimostrazione dell’esplosività della vita lo serve anche While I’m Still Here, impostato peraltro in modo piuttosto aspro, con cui l’ora di tortura fatta di suspense e passioni trattenute arranca verso il traguardo con il brano Black Noise. L’intreccio finale rallentato e l’art pour l’art di suono di chitarra e ping-pong elettronico degli ultimi battiti portano la composizione penultima alla fine, ma la tensione non si scarica, perché tutto somiglia solo a un capitolo che ha bisogno del puntino sulla i, di un completamento, dell’apertura delle valvole. Questo Reznor stavolta di proposito non lo concede.

Probabilmente è una scommessa d’artista, con cui Reznor punisce il mondo con il suo perfezionismo sadico e sonoramente depravato, e di essenza ce n’è esattamente quanta ne ha spremuta fuori da sé Reznor stesso per chiudere in un tutt’uno l’universo del vuoto recessivo. È arrivato il momento di tagliare, di risparmiare energie, e intanto il signore ha provato a spremere ancora qualche cavallo in più dal parco macchine ormai logoro di ritmi e melodie. Non gli si può fare una colpa. Tanto il mondo in cui diventiamo tutti solo approssimazioni di noi stessi, dove la maggior parte di ciò che è detto e sentito è già una copia della copia, una lettera sbiadita sul vuoto di un foglio sbiadito, non merita niente di meglio! Hesitation Marks è in questo senso perfettamente in equilibrio col mondo che lo circonda, ma a parte la sensazione trattenuta da colonna sonora, un perfetto accompagnamento musicale a un mondo vuoto di promemoria svalutati del vuoto, non offre niente o ben poco di concreto. Di picchi quindi non si può parlare, ma nonostante tutto voi, fedeli irriducibili, accoglierete il disco come un nuovo vangelo per il mondo, firmato da un maestro che si può permettere di servire al mondo anche un po’ più di substrato del suo cuore e dei suoi pensieri dosato egoisticamente. Si tratta di scommessa e di postura, e qui Reznor con la sua complessità è ancora piazzato sul versante dei critici del sistema, resta nonostante il minimalismo del suono un ribelle con una ragione, e Hesitation Marks è un pamphlet di un’ora fatto di slogan che, ne sono convinto, avranno o un seguito più esplosivo o porteranno alla defragmentazione artistica degli ultimi pezzi rimasti di un universo coerente di aggressività, in puro gelo, vuoto e nulla. Il positivismo nichilista dell’ultimo disco potrebbe condurre anche a questo …

Formazione

Trent Reznor – voce, programmazione, strumenti

Ospiti musicali:

Pino Palladino – basso (nei brani 2, 5, 9 & 13)

Lindsey Buckingham – chitarra (nei brani 2, 12 & 13)

Adrian Below (chitarra (4, 5, 9 & 12), cori (7 & 11), sintetizzatore (7)

Eugene Goreshter – sintetizzatori (6, 11 & 12), archi (6), violino (11), basso (12)

Alessandri Cortini – sintetizzatore (1 & 3)

Ilan Rubin – batteria (11), percussioni (2, 3)

Joshua Esustis – cori (11)

Produzione

Trent Reznor, Atticus Ross, Alan Moulder

Tracklist

1. The Eater Of Dreams

2. Copy Of A

3. Come Back Haunted

4. Find My Way

5. All Time Low

6. Disappointed

7. Everything

8. Satellite

9. Various Methods Of Escape

10. Running

11. I Would For You

12. In Two

13. While I’m Still Here

14. Black Noise

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