HiRock festival (2013)
Luogo: Inzell (Chiemgau, Baviera) / Max-Aicher-Arena / Germania
Data: 01.06.2013
Che dire. Quando ti annunciano un festival con Toto, Journey, Rick Springfield e compagnia… la tentazione può diventare un vero piccolo trauma. Chi ha a cuore la melodia nel rock drizza subito le orecchie. Se poi ci aggiungi Europe, Whitesnake, i Black Star Riders (i Thin Lizzy sotto mentite spoglie), gli H.E.A.T., seguaci più recenti del genere e glam rocker, la formazione di veterani tedeschi dell’hard rock Voodoo Circle e chiudi la lista con i campioni AOR di USA e Gran Bretagna, Survivor e FM, resistere è praticamente impossibile. Due giorni da sogno all’orizzonte.
E invece? Più i cuori si infiammavano e più si avvicinava la data della visita all’Hi-Rock festival, annunciato per l’1 e il 02.06., più rimbombavano le voci minacciose su violenti nubifragi di più giorni in arrivo sul vecchio continente, con la maggior parte delle precipitazioni puntata dritta sulla regione del Chiemgau, nella Baviera meridionale. Lì si trova la cittadina di Inzell, che vive di turismo, visto che la regione, piena di bellezze naturali, fa parte dell’area alpina. Proprio in questa Inzell, grande più o meno come Trzin in Slovenia, sorge la tutt’altro che modesta Max Aicher Arena. Inzell, oltre all’offerta turistica, è infatti anche uno dei centri sportivi della regione. L’arena è addirittura più grande di quella di Stožice. Incredibile. Stiamo mettendo a confronto la capitale slovena con un paesino turistico che nessuno si accorgerebbe di perdere, in Germania.
Così è andata. La testardaggine rockettara ardeva implacabile. Che il cielo ci crolli addosso, se serve. Pazienza! Arrivati dalle parti di Salisburgo, gli ultimi brandelli azzurri di cielo squarciato ci hanno abbandonato per sempre e ci siamo inabissati nelle fauci di un grigiore che gocciolava. Gocciolava, gocciolava e gocciolava. Si era rinfrescato. Sembrava l’inizio di marzo e non giugno. Ma la cosa sembrava ancora del tutto «indolore». Diventava però sempre più chiaro che le tende avremmo dovuto lasciarle in macchina, scordarci il campeggio e cercare un appartamento.
Le tre del pomeriggio sono scoccate. Siamo a Inzell, davanti alla Max Aicher Arena! Fuori diluvia. Siamo fradici e ce ne frega il giusto. Ma la gente la fanno entrare da uno stretto imbuto, dove nessuno scampa alla perquisizione manuale dei buttafuori. E anche la coda per ritirare gli accrediti cigola e s’inceppa. I minuti scorrono. Minuti preziosi. Il concerto degli H.E.A.T. è già a metà. Quando entro nell’arena, la band si concede proprio l’inserimento del celebre classico dei Led Zeppelin Rock N’ Roll e mi attraversa la testa un pensiero negativo: «Ho fatto tutta questa strada solo per sentire per la milionesima volta il rifacimento di uno dei pezzi più triti dei Led Zeppelin? Brrr…»
Gli svedesi, con nomi per lo più cuciti addosso al mercato, nella formazione Erik Grönwall (voce) – entrato nella band nell’agosto 2010 al posto del predecessore Kenny Leckremo –, poi Dave Dalone (chitarra), Eric Rivers (chitarra), Jona Tee (tastiere), Jimmy Jay (basso) e Cash (batteria), hanno presentato l’ultimo album in studio «Address the Nation» (2012) e in un concerto di 40 minuti hanno suonato anche tre singoli di successo (Beg, Beg, Beg, 1000 Miles, Living On the Run) – mancava solo Keep On Dreaming. La band può vantare un perfezionismo innato. Sia nell’esecuzione, con la squadra che sul palco quasi esplodeva di cinetica sfrenata e incontenibile, sia soprattutto con il cantante Erik Grönwall, che entusiasmava con il suo carisma contagioso. Sarà anche un revival del glam rock, ma con un senso eccezionale per la plasticità della melodia. La band capisce come usare il suono dei sintetizzatori anni Ottanta, il che aggiunge alla sua espressività una chiara impronta AOR (per esempio l’inno Downtown a metà concerto). Sono affiatatissimi e a confermarlo, tra le altre cose, sono state soprattutto le armonie vocali a più voci che accompagnavano la voce di Erik. Anche a livello sonoro gli H.E.A.T. si sono inseriti bene nello spazio. Li abbiamo ascoltati da più lontano e le caratteristiche del suono durante la loro esibizione erano solide.
I Voodoo Circle sono in realtà una squadra di musicisti rock (e metal) tedeschi rodati, con l’inglese David Readman alla voce. Quest’ultimo è un tedesco naturalizzato, più o meno, visto che dalla metà degli anni Novanta sta con gli hard rocker tedeschi Pink Cream 69. I Voodoo Circle, nati come progetto ideale del chitarrista Alex Beyrodt, sono cresciuti fino a diventare una band che ha sfornato finora il terzo album in studio. Oltre a Beyrodt, che per tecnica chitarristica ricorda le sue stesse ossessioni per Y.J. Malmsteen e R. Blackmore, e al già citato cantante David Readman, la squadra comprende una vera leggenda della scena rock e metal tedesca, il bassista Matt Sinner (Sinner, Primal Fear), il tastierista Jimmy Kresic e il batterista Markus Kullmann, entrato nella band nel 2010, quando è diventato chiaro che il batterista originale Mel Gaynor (peraltro dei Simple Minds) non ce l’avrebbe fatta a incastrare un altro impegno nella sua agenda fitta. Sul palco la band ha presentato l’album appena uscito «More Than One Way Home» (2013). All’esecuzione non c’è nulla da dire. Solo al fatto che i Voodoo Circle, tra le band del festival, fossero la «pecora nera» nel ruolo di «tappabuchi» del programma. Nessuno li avrebbe rimpianti se non fossero stati inseriti nel «line-up». L’organizzatore tedesco avrebbe potuto portare sul palco piuttosto i suoi Bonfire. Più comodi sarebbero stati anche gli svizzeri Krokus o i danesi Pretty Maids, se i Gotthard erano diventati troppo cari. Semplicemente perché i Voodoo Circle ricordano fin troppo ora i Whitesnake, ora i Rainbow e, dove le due cose si avvicinano, non sono più lontani nemmeno i Deep Purple, anche se i Voodoo Circle suonano molto bene. In generale il cantante David Readman è fenomenale. Brani come, tra gli altri, Graveyard City e King Of Your Dreams sono stati suonati con sicurezza e decisione, ma c’è fin troppa citazione stilistica che sa di genericità degli standard già consolidati, e questo tiene i Voodoo Circle all’ombra di altre band più anziane. Resta comunque una combinazione eccezionale di musicisti di altissimo livello, come ha confermato qualche scappatella di assoli lanciati a rimbalzo tra il tastierista Jimmy Kresic (che ha richiamato alla memoria anche assi come Derek Sherinian) e il maestro della chitarra «barocco e ricamato» Alex Beyrodt. Sono comparsi problemi con il suono, e a rimetterci di più è stato Beyrodt. In 40 minuti ha sfoggiato una collezione invidiabile di belle chitarre, che evidentemente doveva per forza scambiarsi tra le mani. Come detto: solidi, ma sacrificabili all’istante.
La prima delle attrazioni del HiRock festival a richiamare sotto il palco un pubblico un po’ più numeroso sono stati gli hard rocker americani Black Star Riders. Il loro nome, a un profano che non segue con regolarità quello che succede sulla scena rock classica, di certo non dice nulla di concreto. In realtà è un nome furbo e ben ponderato per una band che fino a poco fa saliva sui palchi con il leggendario nome Thin Lizzy. Il loro comandante è oggi il già parecchio canuto, ma sempre agile Scott Gorham, chitarrista storico dei Thin Lizzy e membro della formazione classica di questa band originariamente irlandese, scritta nella leggenda soprattutto dall’indimenticabile, purtroppo scomparso da tempo, cantante e bassista Phil Lynott.
Dopo la morte di Lynott, Gorham, con l’aiuto dell’ex cantante e chitarrista John Sykes, dal 1996 in poi ha tenuto in vita a lungo i Thin Lizzy come attrazione live, ma la maggior parte dei fan di vecchia data non è mai riuscita a farsene una ragione di questo ‘sacrilegio’. I Thin Lizzy senza Phil Lynott sono infatti come i Queen senza Freddie o, Dio non voglia, i Motorhead senza Lemmy: una band senz’anima. Gorham, ovviamente, la pensava diversamente ed era convinto che Phil avrebbe guardato con approvazione a chi mantiene viva dal vivo la memoria della sua celebre eredità. E molti che al tempo dei loro maggiori successi non erano ancora nati hanno avuto così l’occasione di sentire dal vivo per la prima volta alcuni dei migliori classici della storia di questo leggendario collettivo irlandese, il che dava alla band di Gorham almeno un minimo di legittimità.
Un problema un po’ più grosso è arrivato dopo l’addio di Sykes, quando Gorham ha improvvisamente sentito il desiderio di creare nuova musica che suonasse almeno più o meno come i Thin Lizzy ai tempi d’oro con Lynott. A questo scopo ha ‘messo insieme’ alcuni vecchi compagni dei Thin Lizzy, dei quali alla fine è rimasto solo Marco Mendoza, da anni bassista nei concerti, visto che il batterista originale dei Lizzy Brian Downey e l’ex tastierista Darren Wharton, per motivi diversi, hanno rinunciato a collaborare ancora. In quel periodo la band, che si è data il nome Black Star Riders dalla banda di fuorilegge omonima del film Tombstone, è stata completata dal cantante e occasionale chitarrista Ricky Warwick, che si è assunto il compito più difficile, quello di sostituire Lynott alla voce, dal chitarrista Damon Johnson, che si è unito a Gorham nell’intreccio delle celebri armonie duali di chitarra e voce, e dal batterista Jimmy DeGrasso. Con questa formazione i Black Star Riders hanno registrato quest’anno l’esordio «All Hell Breaks Loose», che per stile ricorda fortemente i Thin Lizzy classici e da cui hanno eseguito durante il concerto buona parte dei pezzi.
I ragazzi, di età diverse e anche all’aspetto piuttosto simili a dei reietti del Midwest americano – tranne il carismatico Gorham, che a una certa età è l’unico vero signore del gruppo – hanno aperto la loro esibizione proprio con la title track del nuovo album, che con la sua energia e un ritornello subito orecchiabile ha scaldato il pubblico in fretta, ma il vero entusiasmo in sala è esploso, come da copione, quando è toccato agli immancabili classici dei Thin Lizzy come «Jailbreak», «Massacre», «Cowboy Song», «Suicide» ed «Emerald». L’intesa chitarristica tra Gorham e Johnson ha funzionato come una macchina ben oliata, mentre Warwick si è ritrovato in modo abbastanza convincente nelle scarpe vocali di Lynott, tanto che più volte è calata la vera magia dei Thin Lizzy. Il culmine dell’esibizione dei Black Star Riders è stato, come previsto, l’ottima versione del più grande successo dei Thin Lizzy, «The Boys Are Back In Town». In questa serata più o meno melodic rock, i Black Star Riders sono stati senza dubbio la formazione più dura e più ‘sporca’ nel suono, e bisogna riconoscere che si sono inchinati alla memoria di Lynott con sorprendente successo, regalando un’esibizione molto dignitosa.
Dopo l’ottima prova dei Black Star Riders, sul palco sono saliti uno dei più importanti rappresentanti scandinavi della scuola hard rock degli anni Ottanta, gli Europe. Per quanto gli Europe, dopo la riattivazione di inizio millennio, inseguano con i nuovi album una loro identità sonora e stilistica (in un esperimento voluto), l’ultimo «Bag Of Bones» tra i quattro album del nuovo millennio vale come una sorta di ritorno degli Europe al linguaggio delle radici rock, che non conosceva nemmeno il loro esordio in studio «Europe». Ha senso mettere a confronto due ere stilisticamente distinte di questa band, pur molto stimata, influente ma spesso trascurata? «Bag Of Bones» è l’album che dopo più di vent’anni ha riportato il gruppo nelle classifiche dei dischi più venduti in Gran Bretagna. Tra l’altro, un album che per il suo «peso» blues sicuramente piace al grande compagno di strada degli Europe e loro datore di lavoro a metà anni Novanta, il signor Glenn Hughes.
Quanto all’esibizione degli Europe, il palco diventa un uomo solo. Joey Tempest. Difficile trovare un esempio più ideale di performance live da manuale, come la presenza scenica, la statura e la voce di Joey Tempest. Un attore da palcoscenico che ha affinato il mestiere, come lo esige il carisma del frontman di ogni band, ottimizzato fino all’ultimo dettaglio. Movimenti, comunicazione, flirt, incitamento. Brillante. Tutto funziona alla perfezione mentre Tempest passeggia sul palco e fa roteare l’asta del microfono… Gli altri si tengono sulle loro, con l’eccezione del bassista John Levin. Ma se anche sembrano riservati, fanno il proprio lavoro con grande dedizione. Il perfezionismo scandinavo, si sa. Un’esibizione a sangue pieno, in poco meno di un’ora. Gli Europe sono stati anche i primi a poter usare il «piano di sopra» dell’illuminazione del palco. Cioè le file di fari montate più in alto sulla struttura del palco. Allo stesso tempo hanno raccolto sotto il palco di gran lunga più gente fino a quel momento del festival. Il pubblico si è goduto l’esecuzione dei loro più grandi successi, tra cui, un po’ a sorpresa, è saltata l’intramontabile Cherokee.
Nelle esibizioni degli Europe si nota però un fenomeno interessante. Per gli Europe può essere una maledizione dei tempi moderni, ma anche una salvezza. Dipende da quale punto di vista guardi la situazione. Come detto, negli Europe ci sono due ere creative. Quella storica, che ha inciso il loro nome a grandi lettere d’oro sulla facciata del rock, e l’altra, stilisticamente diversa, quando gli Europe hanno cambiato il modo di arrangiare. Per questo i contrasti di atmosfera nel repertorio sono marcati. Un esempio tipico è arrivato nel corso del concerto, dopo che gli Europe avevano portato il pubblico in trionfo. Si sono succedute infatti la ballad definitiva Carrie, a sorpresa la storica Seven Doors Hotel e l’incandescente hit Rock the Night. Ha fatto seguito l’inserto strumentale di Norum alla più recente Last Look At Eden. Come se qualcuno avesse tagliato in due un mondo e ne avesse disegnato un altro. Il suono della chitarra volutamente soffocato, ingrassato, distorto al massimo. D’un tratto. Non per caso. Di proposito. Su ordine di Norum ai tecnici al mixer. In linea con la nuova cosmesi da studio della band, affermatasi nel nuovo millennio. Quella «raucedine» iniettata a chi non conosce la band è sembrata agghiacciante! E diciamocelo chiaro: è agghiacciante. Sotto ogni aspetto. Nonostante la convinzione sacra di Norum che sia fantastico, in realtà non va bene. Così con Last Look At Eden l’atmosfera ha preso una dimensione del tutto diversa, quasi quella di un’altra band. I brani nuovi semplicemente non reggono il confronto con i vecchi. Sono più deboli negli arrangiamenti. Lo ha confermato la parte finale del concerto, quando la band, com’era prevedibile, dopo Last Look At Eden ha piazzato The Final Countdown, uno dei migliori standard hard rock di tutta l’era del rock. Suma sumarum. Questa band scava anche nel 2013 con una carica contagiosa, grinta e carattere da palco. Tempest resta una grande calamita da palcoscenico, anche se i registri vocali più alti ormai da tempo non gli obbediscono più. Gli Europe sono dei guru dell’hard rock rodati e navigati, che proprio non riescono a lasciare deluso o indifferente chi va ai loro concerti. Almeno l’esibizione al HiRock festival lo ha confermato. Ma con la scaletta possono evidentemente «ammorbare». Se capita che ci siano troppi pezzi nuovi. Stavolta la scaletta era bella «appesantita».
Poco prima che sul palco sfilasse la combriccola dei ‘serpenti bianchi’ guidata dal loro sempre più solcato, ma ancora sfacciatamente indomabile incantatore canoro David Coverdale, l’arena si era riempita in modo percepibile, in attesa della prima delle due attrazioni principali della serata. I Whitesnake erano stati annunciati come headliner del primo giorno del festival, ma all’ultimo momento hanno cambiato posto in scaletta con i Journey, rendendo felici tutti quelli arrivati al festival con l’obiettivo principale di realizzare i propri sogni di concerto melodic rock. Gli hard rocker di culto, quali i Whitesnake restano nonostante i numerosi rimpasti di formazione, hanno ovviamente torme di fedeli seguaci live, che non si lasciano minimamente turbare dal fatto che la voce di Coverdale sia già parecchio danneggiata. Lo si è sentito di nuovo con chiarezza già all’inizio dell’apertura con l’intramontabile «Give Me All Your Love». Molti erano contenti di poterlo risentire in scaletta dopo tanto tempo. Il leggendario cantante ha compensato con discreto successo il fatto imbarazzante che la sua voce non è più da tempo quella di una volta grazie alle voci di accompagnamento dei due chitarristi di lunga data, Doug Aldrich e Reb Beach, che nel resto della serata hanno reso felici gli amanti della virtuosità chitarristica soprattutto con numerosi duetti improvvisati.
Per il resto dell’aiuto vocale, specie nei ritornelli, ha pensato il pubblico fedele, che conosceva tutti i testi a memoria. Nonno David anche oltre i sessanta resta un patrono carismatico di tipo particolare, il che significa che, nonostante le camicie italiane sbottonate e i gesti narcisistico-adolescenziali, tra cui l’ammiccare alle rappresentanti del gentil sesso e il grattarsi l’inguine, per ora non è diventato una caricatura completa di sé stesso, come è successo a più d’uno dei suoi coetanei musicisti. La sua voce, nonostante il logorio che nella fase peggiore ricorda uno strangolamento gutturale, è ancora abbastanza riconoscibile e autorevole da far sì che i classici di una vita, con l’aiuto dei suoi eccezionali compagni strumentali – tra i quali ha entusiasmato di gran lunga più di tutti in questa serata la ‘belva’ alla batteria, il ritornato Tommy Aldridge – risultino piuttosto decenti e ascoltabili, ma niente di più.
Proprio il citato Aldridge, con il suo assolo sbalorditivo durante il brano «Steal Your Heart Away», che come di consueto a un certo punto prevedeva di massacrare la batteria a mani nude, ha raccolto dal pubblico di gran lunga l’applauso più fragoroso. La reazione alla sua esibizione ha coperto perfino tutte le esecuzioni degli amati classici dei Whitesnake. Le acrobazie chitarristiche di Aldrich e Beach sono state completate con zelo dalle linee di tastiera di Brian Ruedy, mentre il giovane bassista Michael Devin è evidentemente diventato l’ultimo cocco di Coverdale, che alla prima occasione lo ha tirato per la folta barba e ha invitato le giovani spettatrici a uno speciale battesimo, che Devin avrebbe officiato in una pozzanghera dietro il palco.
Tra i brani più recenti, cioè quelli usciti negli ultimi anni, per fortuna hanno suonato risultati migliori di quelli, per esempio, della più che solida «Love Will Set You Free» e di «Forevermore», mentre una sorpresa non da poco è stata l’ottima esecuzione del classico di «Slide It In» «Gambler». Con quel pezzo Coverdale ha ricordato i due amici scomparsi che avevano collaborato al disco “Slide It In”: il chitarrista Mel Galley e il batterista Cozy Powell. Naturalmente non poteva dimenticare nemmeno il creativo autore dei primi lavori dei Whitesnake, il tastierista Jon Lord. Noi più anziani avevamo gli occhi decisamente umidi. Come previsto, la folla si è scaldata di più con i grandi successi come «Is This Love», «Fool For Your Loving» e «Here I Go Again», anche se la maggior parte dei ritornelli ha dovuto cantarla al posto del signor Coverdale, vocalmente piuttosto sfiatato. Per finire i Whitesnake hanno suonato, come da copione, il loro ‘culmine duro e metallico’ «Still Of The Night», dove David, ancora una volta come da copione, ha ricevuto da compagni e pubblico un abbondante aiuto vocale, specie nei ritornelli. Dopo un applauso fragoroso e il tradizionale congedo registrato con il brano «We Wish You Well», la compagnia di Coverdale ha lasciato il palco e ha ceduto il posto all’attrazione principale del primo (e purtroppo unico) giorno di questo festival. L’esibizione dei ‘serpenti bianchi’ si potrebbe giudicare soddisfacente e più o meno in linea con le aspettative.
L’esibizione dei campioni del melodic rock Journey si potrebbe riassumere con il celebre detto dell’antica Roma: venni, vidi, vinsi. Da loro non ci si poteva aspettare niente di meno che perfezione sonora e piena realizzazione della grandezza AOR in tutte le sfumature possibili. I loro fedeli seguaci sono abituati infatti al massimo vizio melodic rock possibile, in cui hanno pochissimi rivali. I Journey, dall’album «Revelation» (2008) in poi, da quando si è unito a loro il cantante filippino Arnel Pineda, vivono una vera rinascita. Il carismatico Steve Perry era unico e il suo successore ne è ben consapevole, ma l’approccio vocale di Arnel è comunque un’ottima approssimazione e come tale è la miglior sostituzione possibile di Perry. Gli eroi AOR americani hanno aperto la loro esibizione nel miglior modo possibile, con l’esecuzione dell’epico classico «Separate Ways (World Apart)». Ne è seguita una serie dei loro più grandi successi come «Any Way You Want It», «Only The Young», «Stone In Love», «Lights» e «Open Arms». Un’ottima variazione è stata l’esecuzione della title track dell’album leggendario «Escape» (1981), come anche il brano «Keep On Runnin’» con il batterista Deen Castronovo nel ruolo di cantante principale.
I singoli membri, in particolare il virtuoso della chitarra Neal Schon e il tastierista/chitarrista Jonathan Cain, che più volte hanno richiamato i loro tecnici del suono a intervenire, sono incorreggibili perfezionisti del suono, il che in fondo è anche giusto. Pineda ha annunciato l’assolo di chitarra di Schon come ‘il nostro nuovo pezzo’, e di battute simili durante l’esibizione ce ne sono state parecchie. Schon, nello stile del suo ex capo Carlos Santana, ha portato gli occhiali da sole per quasi tutto il concerto, il che non gli ha impedito di suonare a velocità quasi luminosa alcune improvvisazioni chitarristiche mozzafiato. Il bassista Ross Valory, oltre a Schon unico membro originale, intanto con le sue linee di basso dinamiche e la sua calma garantiva per tutto il tempo una straordinaria stabilità ritmica.
Il motore della band è stato però per tutto il tempo ‘l’ometto con la voce grande’ Pineda, che oltre a cantare in modo splendido gli evergreen e i pezzi più recenti, con le sue acrobazie vocali e non solo si è dato da fare perché il pubblico non si appisolasse nemmeno per un attimo. In generale i membri dei Journey hanno emanato per tutto il tempo vibrazioni estremamente positive, tanto che l’atmosfera nell’arena è rimasta elettrizzata in positivo per tutta la durata della loro esibizione. Lo si è sentito in particolare durante le esecuzioni quasi impeccabili di «Wheel In the Sky» e «Be Good To Yourself», in cui il pubblico, cantando i due inni AOR, ha respirato con la band come un’unica creatura.
Durante l’esecuzione della ballad d’amore «Faithfully» nelle prime file sono successi due episodi buffi, quasi bizzarri. Prima un ragazzo che durante il brano si era probabilmente un po’ troppo ‘calato dentro’ – non sembrava affatto un maniaco – ha iniziato ad abbracciare una ragazza che si divertiva ignara davanti a lui. Lei lo ha respinto furiosa e gli ha dato una strigliata, dopodiché lui l’ha lasciata in pace fino alla fine del concerto. Una scena ancora più tragicomica si è svolta un po’ più a destra, quando un uomo di mezza età con i capelli bianchi ha cominciato a palpeggiare una coetanea che gli stava accanto. Lei lo ha respinto con rabbia, tanto che lui, impaurito, se l’è data a gambe fino alle ultime file. Evidentemente il testo di «Faithfully» aveva trovato terreno fertile, nel caso in cui le due donne avessero già avuto i loro veri, ma ‘nascosti’, partner, che non erano tra i partecipanti al festival. Per il gran finale i Journey hanno suonato, come previsto, anche il loro più grande successo «Don’t Stop Believin’», uno di quegli hit trasmessi spesso alla radio che anche dopo più di tre decenni non risultano mai stantii. Lo hanno arricchito con una valanga di improvvisazioni strumentali, prima di salutare dal palco tra gli applausi scroscianti del pubblico. I Journey sono stati sotto ogni aspetto i vincitori indiscussi del primo e purtroppo unico giorno del festival.
Dopo il concerto dei Journey il primo giorno del festival si è chiuso. Ignari del fatto che insieme all’esibizione dei Journey, in realtà, si fosse concluso anche l’Hi-Rock festival, ci siamo fatti strada sotto il diluvio fino alla macchina, e per farlo c’è voluto quasi tutto ciò che sappiamo della teoria della relatività di Einstein e delle trovate di sopravvivenza in natura di MacGyver. Era inquietante.
Ma l’inquietudine è salita fino alle dimensioni di un’apocalisse d’acqua. Buongiorno, nuovo giorno! Giorno bagnato. Pare che il campeggio dove volevamo passare la notte, utopicamente, fosse già da tempo completamente sott’acqua. Il diluvio è ancora più forte. Segue una vera evacuazione. La strada d’accesso all’appartamento, lungo le zone pedonali, è già foderata di sacchi di sabbia che impediscono all’acqua di riversarsi dalla strada sui terreni privati delle case lì intorno. Le strade si trasformano piano piano in canali di scolo. Alle due e mezza del pomeriggio siamo comunque sul luogo del secondo giorno di festival. Alle tre sul palco dovevano esserci gli FM. Al loro posto, in mezzo alla gigantesca Max Aicher Arena, cominciano a intrattenere (per quanto spazio per divertirsi ne sia rimasto) la manciata di presenti i locali Hurricans, mentre prima l’addetto stampa degli organizzatori ci aveva avvertito che lo svolgimento della giornata era imprevedibile e che non poteva confermare con precisione come e quando le band avrebbero suonato. La faccenda avrebbe dovuto avere un epilogo chiaro intorno alle quattro. Anche se fuori c’era parcheggiato un «Nightliner» (dove diavolo sono tutti i bestioni?), che evidentemente era riuscito a farsi strada dal Loreley del nord fino a Inzell, e anche se il merchandise ufficiale del festival serviva souvenir dei Toto, le sensazioni non erano per niente incoraggianti. E infatti. Verso le cinque del pomeriggio è salito sul palco il direttore ufficiale del programma del festival e ha comunicato che il festival era concluso per le dimensioni catastrofiche portate dall’inondazione.
EPILOGO:
Il nucleo dei nubifragi era concentrato proprio sulla Baviera meridionale. Il collegamento via Bad Reichenhall con l’autostrada Salisburgo – Monaco di Baviera era stato chiuso subito, e non si poteva proseguire nemmeno via Lofer e poi Innsbruck. Restava un’unica ancora di salvezza: tornare a Inzell e dirigersi a nord verso lo svincolo vicino a Traunstein. Ce l’abbiamo fatta. Siamo in autostrada in direzione Salisburgo. Dall’altra parte c’è una colonna immobile in direzione Monaco di Baviera. Il lago Chiemsee ha allagato l’autostrada. Per fortuna Inzell si trova ben più a sud del lago. Così siamo riusciti a sgusciare via dalla trappola. La Germania ha dichiarato lo stato di emergenza per la calamità naturale, che più tardi, con la piena del Danubio (e della Moldava), ha colpito anche l’Austria nella zona di Vienna, la Repubblica Ceca e poi la Slovacchia.
Guidi per le strade e guardi i soccorritori che entrano nelle case degli abitanti e portano in salvo intere famiglie. L’evacuazione era già in pieno corso. Non era nemmeno un miracolo se dovevi aggirare qualche albero abbattuto, steso di traverso su una strada locale, guidare attraverso «tratti trasformati in laghi», superare cumuli di sabbia depositati dalla piena infuriata. Un panorama poco invitante dipingeva i volti di fiumi e torrenti impazziti, che inghiottivano minacciosi la terra davanti a sé. Gli alvei sono diventati troppo piccoli e l’acqua ha cominciato a straripare. Le leggi della natura! È venuta a prendersi ciò che le avevamo tolto. Il suo spazio. E la civiltà sviluppata dell’Europa occidentale si è magistralmente segnata l’ennesimo autogol!
Il festival Hi-Rock si è rivelato così un progetto sfortunato. In sostanza già il primo giorno i visitatori non erano molti. L’arena non era nemmeno aperta per intero. Il palco era stato montato al centro e metà dell’arena è rimasta così inutilizzata. Dentro c’erano al massimo 4000 persone scarse, il che già in partenza regalava all’organizzatore un bel passivo. Il giorno dopo nell’arena non c’erano nemmeno 500 persone. Quindi la maggior parte del pubblico del primo giorno, in attesa dei cataclismi annunciati, se n’era già tornata a casa. Ora arriveranno le richieste di rimborso dei visitatori, dopo tutto l’investimento in artisti non certo economici e in tutta la restante logistica. Probabilmente l’HiRock festival non ci sarà più. Almeno non a Inzell. Ci siamo persi i Toto, che avevano preparato una scaletta pazzesca. Ma anche se i Toto li abbiamo mancati stavolta, il danno più grosso è essere stati privati delle esibizioni di FM, Survivor e Rick Springfield. Sui palchi d’Europa sono infatti dei veri «esotici» della musica. Dovremo rincorrerli un’altra volta. E di occasioni, in futuro, ce ne saranno sicuramente pochissime.
testo: Peter Podbrežnik & Aleš Podbrežnik
foto: Mitja Groznik & Jernej Vene
Scaletta:
JOURNEY:
1. Separate Ways (Worlds Apart)
2. Any Way You Want It
3. Chain Reaction
4. Only the Young
5. Stone in Love
6. Keep on Runnin’ (voce del batterista Dean Castronovo)
7. Edge of the Blade
8. Lights
9. tastiere – assolo di Jonathan Cain
10. Open Arms
11. Escape
12. Dead or Alive
13. assolo di chitarra – Neal Schon (Pineda annuncia il pezzo come “la nostra nuova canzone”)
14. Wheel in the Sky
15. Faithfully
16. Be Good to Yourself
17. Don’t Stop Believin’
WHITESNAKE;
taped intro: My Generation (The Who song)
1. Give Me All Your Love
2. Ready an’ Willing
3. Can You Hear the Wind Blow
4. Don’t Break My Heart Again
5. Is This Love
6. Gambler
7. Love Will Set You Free
8. Pistols at Dawn
9. Guitar Duel (Doug Aldrich & Reb Beach)
10 Steal Your Heart Away (più assolo di batteria di Tommy Aldridge)
11. Forevermore
12. Best Years / Bad Boys
13. Fool for Your Loving
14. Here I Go Again
15. Still of the Night
taped outro: We Wish You Well
EUROPE:
1. Riches to Rags
2. Firebox
3. Not Supposed to Sing the Blues
4. Scream of Anger
6. Superstitious
6. Love Is Not the Enemy
7. Carrie
8- Seven Doors Hotel
9. Rock the Night
10. Prelude
11. Last Look at Eden
12. The Final Countdown
BLACK STAR RIDERS:
1. All Hell Breaks Loose
2. Jailbreak
3. Bloodshot
4. Waiting For An Alibi
5. Hey Judas
6. Massacre
7. Kingdom Of The Lost
8. Kissin’ The Ground
9. Suicide
10. Valley Of The Stones
11. Before The War
12. Emerald
13. Bound For Glory
14. Cowboy Song
15. The Boys Are Back In Town
H.E.A.T.:
1. Breaking the Silence
2. Better Off Alone
3. 1000 Miles
4. Late Night Lady
5. Straight For Your Heart
6. Beg Beg Beg
7. Downtown
8. Falling Down
9. Heartbreaker
10. Danger Road
11. Living on the Run
12. It’s All About Tonight






























































