I Fates Warning firmano un nuovo trionfo, unici come sempre! (2013)
Autore: Urban Bolta
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Orto bar / Lubiana / Slovenia
Data del concerto: 15.10.2013
Spettatori: 200
Prezzo del biglietto: 18€ (prezzo promozionale) / 22€ (prevendita) / 25€ (il giorno del concerto)
Fates Warning! Un nome che fa drizzare le orecchie a chiunque ami l’età classica del metal anni Ottanta. Parliamo di una delle prime band americane ad aver raccolto l’eredità dell’ondata heavy metal britannica e, grazie alla formula speed metal, ad averla plasmata a metà anni Ottanta in qualcosa di unico: il metal progressivo. Per questo il pubblico metal li stima da matti. Ma i Fates Warning non si sono fermati agli anni Ottanta: anche dopo la fine dell’età d’oro del metal hanno tirato dritti per la loro strada, seguendo la propria visione, e in trent’anni sono diventati una delle band metal più riconoscibili del pianeta. Gruppi del loro calibro non passano spesso sui palchi dei club sloveni, quindi la loro prima tappa da queste parti, l’anno scorso, nel paesello ai piedi del Triglav, è stata una vera piccola festa, e il successo di quel concerto ha convinto gli organizzatori a riportarli da noi dopo appena un anno e mezzo.
Quest’anno i Fates Warning sono tornati dopo quasi un decennio di siccità in studio con l’album »Darkness in a Different Light«, uno dei lavori più cupi della loro carriera, e proprio la promozione del disco è il motivo del nuovo tour europeo che a metà ottobre si è fermato all’Orto bar di Lubiana.
Prima degli americani, però, sul palco sono saliti i norvegesi Divided Multitude, una band con radici profonde, che arrivano fino a metà anni Novanta. Il quintetto ha lottato per tutto il tempo con la mancanza di spazio: il palco, già stretto di suo, era occupato anche da una doppia batteria (una era già lì ad aspettare Bobby Jarzombek), così non sono riusciti a trasformare in movimento tutta l’energia che il loro sound si porta dietro. I Divided Multitude navigano nelle acque del metal progressivo, ma più che agli arrangiamenti raffinati si dedicano a costruire un’atmosfera ad alto tasso di melodia, tanto che certi ritornelli sconfinavano perfino nelle marce epiche power metal alla Edguy. Il tastierista Eskild Kloften non era in giornata: non solo se ne stava nascosto nel buio dietro la cassa all’estrema destra del palco, ma il suono delle sue tastiere era pure impastato nel mix, e così ci siamo persi tutta la complessità che la band in realtà possiede. Tutti gli elementi sonori tendevano a una melodicità cantabile, a cui però il frontman Sindre Antonsen, con una voce poco carismatica, non è riuscito ad aggiungere la ciliegina sulla torta. I norvegesi hanno conquistato un po’ di simpatia tra il pubblico di Lubiana e, a giudicare da quanto hanno scritto sulla loro pagina Facebook, si sono divertiti anche loro. Capra e cavoli salvi, insomma!
Poi c’è stata una pausa che, a sorpresa, si è allungata di qualche minuto, perché la crew aveva dimenticato in hotel il chitarrista Jim Matheos. Oltre a lui, la formazione comprendeva il frontman Ray Adler, il bassista Joey Vera, il già citato batterista Bobby Jarzombek e, al posto dell’altro chitarrista storico Frank Aresti, in questo tour il giovane Mike Abdow.
I Fates Warning hanno mostrato fin dalle prime battute come si fanno le cose! Mi ricordo che qualche anno fa il leggendario Štorklja disse che questa è una delle pochissime band capaci di suonare dal vivo in modo perfezionista gli originali di studio. Probabilmente non ha sbagliato di molto. Il suono cristallino dell’Orto bar ha esaltato ancora di più l’affiatamento e la potenza live del quintetto, che a modo suo è partito sparato, già in quinta, fin dall’inizio del concerto.
Pur con composizioni molto più essenziali dei più celebri Dream Theater, anche i Fates Warning coltivano uno stile progressivo e tecnicamente impegnativo nel vero senso del termine. Il doppio chitarrismo regala loro riff pesanti, il trampolino da cui Ray Adler si lancia nella sua prova vocale. Adler è una personalità estremamente carismatica, con un senso innato dell’interpretazione, che, con la profondità dei messaggi nei loro testi, è uno dei punti di forza più grandi dell’esecuzione della band. Anche stavolta Adler è stato la figura centrale dell’interazione tra band e pubblico, che ha cantato insieme al frontman di buon umore (e con i suoi capelli lisci e inconfondibili ricresciuti) durante i più grandi classici, come Life in Still Water, The Eleventh Hour, Point of View e Through Different Eyes. Sul lato sinistro del palco regnava nientemeno che l’uomo dalla folta chioma, il chitarrista Jim Matheos. La principale forza creativa della band sul palco è sembrata pensierosa e serissima: la bacchetta del direttore l’ha lasciata ad Adler, e il suo approccio semplice e naturale contrastava solo in apparenza con le linee tecnicamente impegnative che uscivano dalle dita del musicista con una precisione da manuale. Altrettanto impeccabile è stato il chitarrista sostituto Mike Abdow, che prende il posto di Frank Aresti, trasferitosi da poco in California e quindi rimasto semplicemente senza tempo per questo tour. Abdow si è ritrovato nell’ingrato ruolo di chi deve infilarsi nelle grandi scarpe di Aresti, ma se l’è cavata alla grande. Si tratta di un chitarrista tecnicamente ben preparato, tanto che durante il concerto non ha guardato nemmeno una volta le tablature che teneva accanto a sé, per ogni evenienza. Per i fan più fanatici i Fates Warning senza il duo Matheos / Aresti sono difficili da immaginare, quindi la rottura di quel tandem è stata di certo il punto debole di questo tour, ma gli americani sono comunque riusciti a spremere dalla situazione il massimo possibile. Il tempo l’hanno dettato due vecchie volpi della musica, Jarzombek e Vera, principali responsabili dell’affiatamento del collettivo: come spiegare altrimenti l’esecuzione quasi perfetta di Part III (Shade of Gray), brano in cui la reciproca conoscenza dello scheletro della band era fondamentale.
Rispetto alla scaletta dell’anno scorso il repertorio non è cambiato granché, a parte tre brani presi dal disco »Darkness in a Different Light«, che sa ancora di stampa fresca. I Fates Warning si fidano completamente del materiale dell’era post anni Ottanta e così (purtroppo per molti loro fan) ignorano quasi del tutto il periodo degli album »No Exit« (1988) e »Perfect Symmetry« (1989), cioè gli anni in cui si sono trasformati in un vero mostro del prog metal. Al ritorno sul palco, oltre alla chiusura di rito con Still Remains, ci hanno offerto come saluto a sorpresa anche A Handful Of Doubt, un altro dei vertici atmosferici e profondamente confessionali della serata!
Il report di RockLine sul concerto dei Fates Warning dell’anno scorso (KLIK) lo avevamo chiuso con la speranza che la band finisse di nuovo dalle nostre parti. E così è stato, e molto presto. I Fates Warning ci hanno dunque regalato ancora una volta un viaggio fuori dal comune nelle profondità della loro formula unica, che, abbinata alla perfezione sonora dell’Orto bar, per quasi un’ora e mezza ha trasformato il locale in una mecca per tutti gli amanti del metal progressivo, vicini e lontani.
Scaletta
FATES WARNING:
1. One Thousand Fires
2. Life in Still Water
3. One
4. A Pleasant Shade of Gray, Part III
5. Another Perfect Day
6. Down to the Wire
7. A Pleasant Shade of Gray, Part VI
8. Pieces of Me
9. I Am
10. The Eleventh Hour
11. Point of View
12. Firefly
13. Through Different Eyes
14. A Pleasant Shade of Gray, Part XI
15. Monument
—bis—
16. Still Remains
17. A Handful Of Doubt
DIVIDED MULTITUDE:
1. Esperanto
2. Feed On Your Misery
3. Scars
4. Promised Land
5. The World Is Watching
6. Enter Paradise
7. 247
8. What I See
Galleria fotografica




































