I No Means No invadono Lubiana

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Autore: Sandi Sadar Šoba

Luogo: Cvetličarna Mediapark / Lubiana / Slovenia
Data del concerto: 12.11.2007
Spettatori: 800
Prezzo del biglietto: 15 ,00€ (in prevendita) / 18,00€ (la sera del concerto)

 Il martedì sera di questa settimana è stato qualcosa di speciale. In realtà non per il meteo e per l’aria rinfrescata che sussurrava la tacita promessa di una nevicata imminente, ma perché gli occhi erano puntati un po’ più in basso, in direzione della Cvetličarna VPK. In modo piuttosto sommesso e senza il clamore pubblico che ti aspetteresti, i veterani canadesi e patriarchi dei ritmi happy hardcore – NoMeansNo – hanno annunciato la loro visita dalle nostre parti, ormai la tredicesima. Dopo il bivacco estivo sulla costa croata non c’era da aspettarsi niente del genere, visto che dopo l’invasione della Croazia avevano proseguito il viaggio di passaggio, ben lontano dalla Slovenia … Proprio per onorare la tradizione di godersela ai loro concerti precedenti, a proposito – del primo concerto nella mensa del campus studentesco nel ’88 si ricorderanno probabilmente gli studenti un po’ più attempati, a me è rimasta impressa soprattutto l’ultima visita alla Festivalna dvorana, mentre gli alternativi di Celje possono rivangare i ricordi più freschi del Kljub, oggi del tutto defunto. Comunque sia: in difesa degli ideali alternativi potevi andare a cercare soddisfazione e divertimento già alle otto di sera, quando nella Cvetličarna ancora semivuota hanno cominciato a risuonare i primi suoni della serata.

ZMAJEV REP (20:15-20:50)
Sul palco sono saliti infatti gli Zmajev rep, collettivo musicale della zona della Sotla, che a livello sonoro si definisce nel modo più semplice come fusion rock di un genere a sé. Il quartetto, formato dal chitarrista Andrej Boštjančič – Ruda, dal bassista Jošt Drašler e da suo fratello Vid Drašler alla batteria, con Ambrož Božiček alle tastiere a completare la formazione, è venuto nel centro di svago del VPK soprattutto a presentare materiale nuovo. Già dal brano ‘Begne’, con cui hanno aperto il concerto, chi li incontrava per la prima volta si è trovato davanti un intenso fluire di motivi, pattern e immagini strumentali in un’impressionante strumentale che ammicca ritmicamente ai ritmi alla Cobham, a cui si aggiunge parecchio melos balcanico, sullo sfondo, mentre tra i densi strati del conglomerato jazz rock si sente anche un soffio di Lalo Schifrin e di musica ancora inaudita per un Dirty Harry ancora da girare. Si sono messi in testa un boccone piuttosto duro con il sincopato macedone, quello a cui siamo abituati con uno come Vlatko Stefanovski, che non è proprio la metrica abituale dei ragazzi e delle ragazze sloveni – arriva un momento di impressionante intensità, di nome ‘Tara Didlova’. Gli Zmajev rep sono ottimi musicisti e splendidi manipolatori di suoni. L’elemento che spicca del gruppo è la chitarra di Ruda, con assoli piuttosto ingegnosi, ma non ha alcun senso pensare che nel Zmajev rep tutti i riflettori siano puntati sul lato sinistro del palco, dove con un look normalissimo e un taglio di capelli del tutto normale, a occhi socchiusi, tira fuori suoni raffinati, riff e ritmiche soliste proprio il padre e ideatore, o meglio – il promotore della formazione. Sanje podob, come si chiama il loro terzo album, lo hanno versato degnamente in bottigliette variopinte tutti gli altri. Al batterista Vid Drašler non mancano né sensibilità né precisione metronomica, ogni tocco di calore del basso porta nell’insieme una bassa frequenza sexy, e il suono di Rhodes delle tastiere d’epoca sa toccarti parecchio. Rimandano decisamente a un altro tempo, ed è proprio per questo che è impossibile incasellarli nel progressive, nello sviluppo dei suoni rock lungo una linea temporale ascendente, perché gli Zmajev rep hanno conservato ricette vecchie di tre decenni e acqua tiepida, che però ha comunque un fascino e attira la tua attenzione dal bancone del bar verso il palco. Gli manca ancora un pizzico di provocazione scenica e un po’ più di occasioni per scrollarsi di dosso, nella pratica, staticità e desolazione visiva. Per il resto, il pacchetto offerto è stato molto digeribile e ha fatto parecchio piacere a gran parte di un pubblico sempre più numeroso. Forse a essere sbagliata è stata solo la scelta della data e del gruppo davanti al quale sono andati ad affilare le lance …

INVASIVES (21:05-21:45)
Molto più nello spirito punk hardcore degli zii progressive, che erano il motivo principale della tua presenza in Cvetličarna quel martedì, sono invece saliti sul palco i novellini di Vancouver che, a detta loro, vantano la fama di aver mandato in estasi le folle in centinaia di concerti, due album, tre cazzi, sei palle e un Hans Anus – signore e signori: The Invasives. Che non fossero venuti sul versante soleggiato delle Alpi a prendere il sole, ma a vomitare tutta la bile e a bruciare fino all’ultimo atomo di energia, l’hanno dimostrato già con il brano ‘Inevitable End’. L’iperventilato miscuglio di raffiche selvagge di batteria del signor Anus si sposa bene con la semplicità del basso, che però sa fare qualcosa di più del misero strofinare colpi di plettro a tempo costante sulle corde, direttamente in quinta marcia, perché Adam Slack mostra molta più fantasia. Il cono di luce centrale è puntato sul chitarrista vestito di rosso Byron Slack, che ha completato l’immagine sonora in un modo a cui non si può aggiungere nemmeno un grammo di strumentale. Per molti il problema è arrivato quando ha aperto bocca e ha cominciato a cantare. Questo perché nei ritornelli urlati e nei testi psicotici sono arrivati Mr. Wrong, Jello Biafra e Kermit, che hanno messo in atto il loro dominio in una sola persona, lacerata dall’ossessione. Byron lo dimostra già con il terzo pezzo, ‘Dancing On The Grave’, dall’album che uscirà solo l’anno prossimo, quando scende dal palco in mezzo al pubblico e, in fiumi di sudore, ruba sempre più euforia ed entusiasmo al pubblico lubianese, piuttosto trattenuto. Proseguono con ‘101 Damnations’, e presto Adam, il bassista, comincia il suo debutto al microfono, passando dal ruolo di corista a quello di seconda voce principale. Nell’esibizione del giovane trio canadese si potrebbero elencare parecchi picchi; l’elemento progressive, che i ragazzi offrono fin dalla prima battuta, sta nel fatto che sono riusciti a superare i confini della prevedibilità punk e hanno versato nei serbatoi del sound Invasives del kerosene fresco anche dallo stoner rock (soprattutto il ritmo alla maniera dell’ospitata di Grohl sull’album dei QOTSA Songs For The Deaf), dall’alternative britannico di nuova generazione (un paio di trovate mi hanno ricordato i Muse) e ci sarebbe ancora da elencare. Dopo il felice matrimonio con la musica – prima i ragazzi si chiamavano Married To The Music – comincia l’era dell’invasione dei The Invasives. Breve, concisa e centrata con cura come un proiettile inarrestabile di testosterone, sudore, divertimento ad alto numero di ottani e soprattutto di inarrestabile fascino scenico. Abbastanza grande da far loro raccogliere, a fine concerto, l’applauso dei ragazzi e delle ragazze sloveni, che a fatica si smuovono con un carro armato o con la più celebre merda di MTV. “Not on the No Means No concert, baby!” è la voce che ti scava la nuca e si insinua in ogni poro del tuo subconscio. La schiera di artisti vista finora era giusta al cento per cento e scelta in modo del tutto ponderato. Gli Invasives ti abbracciano e ti attirano in una danza infuocata, in cui intrecciano un elemento del vecchio, del già fatto e sentito dai dischi Sweet Kicking And Screaming e The World’s Gotta Go, e quello dell’inaudito e molto promettente album che, come detto, uscirà l’anno prossimo. Annunciano già adesso la loro visita in Slovenia per una promozione, quella volta, bella autonoma, e credo che la sala non sarà vuota, vero?
 
NOMENASNO (22:05-23:45)
E dopo gli ultimi accordi dei The Invasives, la scena era molto diversa da prima, perché le schiere di gente affamata di suoni NoMeansNo hanno cominciato ad ammassarsi attraverso le porte, nel caldo rifugio della Cvetličarna. Il parterre si è riempito in un attimo e, appena i punk canadesi invasivi hanno tolto dal palco l’ultimo pezzo di attrezzatura, il trio di vecchie conoscenze slovene, che ormai non ha bisogno di grandi presentazioni, ha cominciato a montare il proprio arsenale per produrre rumore controllato. Nel loro quasi trentennio di esistenza musicale hanno visitato la Slovenia ben dodici volte, e chi li ha beccati per la prima volta stavolta aveva temuto invano il presunto numero sfortunato della tredicesima esibizione sui nostri piccoli palchi. I NoMeansNo sono incoronati sul trono della scena alternativa jazzcore o happy hardcore da più di un quarto di secolo, ma i vecchi alfieri invecchiati della salvezza HC canadese sfidano i denti del tempo, se non fisicamente almeno a livello di energia e di testa. Ironia, sarcasmo, umorismo e testi intelligenti sono solo una parte della magia. L’essenziale è la punta della musica, che gioca con i ritmi e con le sensazioni delle folle fin dal primo brano. I fratelli John (batterista e cantante) e Rob (bassista, chitarrista e cantante) Wright hanno occupato la parte destra di un palco allestito in modo piuttosto anticonvenzionale – la batteria sta in prima linea sull’estremo lato destro del palco, il basso è al centro, e gli ampli per chitarra si pavoneggiano sul lato sinistro. Davanti all’ampli Marshall e al Fender si è piazzato il chitarrista Tom Holliston, che da una buona decina d’anni riempie il vuoto lasciato dall’addio del signor None-Of-Your-Fucking-Business, Andy Kerr. L’inizio è tirato fino all’ultimo. Dal disco Dance Of The Headless Bourgoisie rimbomba ‘I’m an Asshole’, che mette subito in movimento tutta la prima fila di fan assetati di festa. Rob attacca il microfono come se non avesse già circa 60 anni, e gli sguardi piuttosto penetranti del signor Tom, mentre strappa le corde, tagliano la sala avvolta nel buio in cerca di facce note. “He tried to hide, he wandered down the road / He threw away everything that he owned, still he could not bear the load / He grabbed me when I met him and my blood it ran cold / He said, “I know a little story, and this story must be told.” / But it’s lies, lies, we never heard about it / Lies, lies, and we don’t wannt to know / Lies, lies, we’ll never listen”. Il tempo sale con un rapido salto nel presente dei NMN e nel disco All Roads Lead To Ausfart. ‘So Low’ è quello che i canadesi hanno da offrirti in questo momento. La definizione è semplicissima e tutta loro: tempo punk HC da aereo supersonico, calcio in testa e ironia al quadrato. Poi la matematizzazione nel senso di 0+2=1 – ‘The Fall’. “The end is nothing / And you begin with nothing much / It starts with something (you see something, you feel something) / A gentle touch, a vicious punch / Just lean on over (roll on over, please move over) / You will get a little shove / Over your shoulder / A whisper saying “This is love, this is love-” / This is / First we feel / Then we fall!” Movimento, intelligibilità in tutte le sfere e cacofonia del suono. Questa è la vita. Dopo il tandem di data più recente ‘The Hawk Killed The Punk’ e ‘I’m Dreaming And I Can’t Wake Up’, che dipingono immagini dei tuoi peggiori incubi e, lo ammetto, gli incubi non sono mai stati così psicoticamente attraenti, mettono a segno l’ultimo colpo con il brano ‘Til I Die’. Si tratta di dedizione e di missione fino alla crudele e inevitabile fine, e il pubblico lo sa e lo sente. Per questo hanno le mani piene di lavoro anche gli addetti alla sicurezza, poco abituati ai concerti rock o meglio – HC: stavolta a vegliare sulla nostra salute c’erano gli zii del servizio VIP varovanje, che hanno trascinato fuori dalla scena i pogatori più incalliti, e stando ai nostri dati stavolta nessuno è finito in ospedale. ‘The Night Nothing Became Everything’ ricorda il significato segreto dell’album 0+2=1, mentre il tempo selvaggio dello scambio di fluidi corporei e il passaggio del microfono si spostano da Rob a John e a Tom, di brano in brano. Manca ancora solo il materiale dall’album The Worldhood Of World As Such, ma la speranza resta intatta fino all’ultimo. La pleiade del suono e dell’ideologia NMN si completa a vicenda, e il viaggio attraverso dieci album lascia segni di esaurimento anche sul palco, dove dalle guance gocciola il sudore e dai polmoni rantola un’aria stavolta non fumata, che affila le corde vocali a piena potenza. Prima pausa, e i nonnetti canadesi se ne vanno per una pausa provocatoria, che viene interrotta dalle richieste di ancora. Dopo ‘Slugs Are Burning’ dagli altoparlanti tuona il materiale del disco One – ‘Graveyard Shift’. Applausi e urla di approvazione. Poi un’altra uscita e ancora un bis. Per darti il colpo di grazia ci pensa il chitarrista da solo con l’avanguardia dell’HC – ‘Small Parts Isolated And Destroyed’. “Small parts isolated and destroyed / See the big boys play with their toys / There is one thing I will never do / Trust you / There’s one thing that I have learned / All god’s children will get burned”. Dopo ‘No Sex’ ancora il dramma breve del pezzo ‘Humans’, e il gran finale è lo sfogo degli ultimi atomi di energia, accolto con sicurezza e carica, in ‘Rags&Bones’. Si accendono le luci. In testa restano una tonnellata di piacere e il fischio nelle orecchie. I NoMeansNo hanno di nuovo superato le aspettative concertistiche delle folle.
 
Dopo tutto quello che abbiamo visto e sentito, non restava che tornare al caldo di casa e contare le ferite di guerra. Il concerto si può valutare e rivalutare all’infinito, ma l’unica cosa che conta è un cuore pieno di soddisfazione e la febbre dell’adrenalina che promette il ritorno sulla scena quando la cordata canadese tornerà dalle nostre parti. Tutte le 800 anime hanno svuotato la sala e si sono comprate souvenir, dischi e tutto il resto di indispensabile, e tutte e tre le band hanno potuto avviarsi verso un nuovo giorno con un altro concerto portato a casa con successo e con nuovi scalpi di eventuali scettici alla cintura. L’imperativo che resta nel subconscio è SÌ – con tre punti esclamativi!
 
foto: Sandi Sadar (Zmajev Rep & Invasives) & Jani Lah (No Means No)

Scaletta

ZMAJEV REP: 1. Begne 2. Tara Didlova 3. Mravlje 4. Misli na begu 5. Prva Soba 6. nov komad 7. Maske v preoblekah THE INVASIVES: 1. Inevitable End 2. Sweet Kicking And Screaming 3. Dancing On The Grave 4. 101 Damnations 5. Sink Tomorrow’s Ship 6. No Worse Or Any Better 7. Chinese Ladder 8. Who You Are 9. Enjoy It 10. Accidents That Almost Happen 11. On The Day 12. Miracles 13. Lost In The Street 14. Manhunt / Womanhunt NOMEANSNO: 1. I’m An Asshole 2. So Low 3. The Fall 4. The Hawk Killed The Punk 5. I’m Dreaming And i Can’t Wake Up 6. ‘Til I Die 7. The Night Nothing Became Everything 8. The Tower 9. Victim’s Choice 10. Faith 11. Heaven is The Dust Beneath My Shoes 12. Obsessed 13. Dark Ages 14. Joyful Reunion ———— PRIMO BIS: 15. Slugs Are Burning 16. Graveyard Shift 17. Small Parts Isolated And Destroyed 18. No Sex ————SECONDO BIS: 19. Humans 20. Rags and Bones

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