I No Means No invadono Lubiana
Autore: Sandi Sadar Šoba
Luogo: Cvetličarna Mediapark / Lubiana / Slovenia
Data del concerto: 12.11.2007
Spettatori: 800
Prezzo del biglietto: 15 ,00€ (in prevendita) / 18,00€ (la sera del concerto)
ZMAJEV REP (20:15-20:50)
Sul palco sono saliti infatti gli Zmajev rep, collettivo musicale della zona della Sotla, che a livello sonoro si definisce nel modo più semplice come fusion rock di un genere a sé. Il quartetto, formato dal chitarrista Andrej Boštjančič – Ruda, dal bassista Jošt Drašler e da suo fratello Vid Drašler alla batteria, con Ambrož Božiček alle tastiere a completare la formazione, è venuto nel centro di svago del VPK soprattutto a presentare materiale nuovo. Già dal brano ‘Begne’, con cui hanno aperto il concerto, chi li incontrava per la prima volta si è trovato davanti un intenso fluire di motivi, pattern e immagini strumentali in un’impressionante strumentale che ammicca ritmicamente ai ritmi alla Cobham, a cui si aggiunge parecchio melos balcanico, sullo sfondo, mentre tra i densi strati del conglomerato jazz rock si sente anche un soffio di Lalo Schifrin e di musica ancora inaudita per un Dirty Harry ancora da girare. Si sono messi in testa un boccone piuttosto duro con il sincopato macedone, quello a cui siamo abituati con uno come Vlatko Stefanovski, che non è proprio la metrica abituale dei ragazzi e delle ragazze sloveni – arriva un momento di impressionante intensità, di nome ‘Tara Didlova’. Gli Zmajev rep sono ottimi musicisti e splendidi manipolatori di suoni. L’elemento che spicca del gruppo è la chitarra di Ruda, con assoli piuttosto ingegnosi, ma non ha alcun senso pensare che nel Zmajev rep tutti i riflettori siano puntati sul lato sinistro del palco, dove con un look normalissimo e un taglio di capelli del tutto normale, a occhi socchiusi, tira fuori suoni raffinati, riff e ritmiche soliste proprio il padre e ideatore, o meglio – il promotore della formazione. Sanje podob, come si chiama il loro terzo album, lo hanno versato degnamente in bottigliette variopinte tutti gli altri. Al batterista Vid Drašler non mancano né sensibilità né precisione metronomica, ogni tocco di calore del basso porta nell’insieme una bassa frequenza sexy, e il suono di Rhodes delle tastiere d’epoca sa toccarti parecchio. Rimandano decisamente a un altro tempo, ed è proprio per questo che è impossibile incasellarli nel progressive, nello sviluppo dei suoni rock lungo una linea temporale ascendente, perché gli Zmajev rep hanno conservato ricette vecchie di tre decenni e acqua tiepida, che però ha comunque un fascino e attira la tua attenzione dal bancone del bar verso il palco. Gli manca ancora un pizzico di provocazione scenica e un po’ più di occasioni per scrollarsi di dosso, nella pratica, staticità e desolazione visiva. Per il resto, il pacchetto offerto è stato molto digeribile e ha fatto parecchio piacere a gran parte di un pubblico sempre più numeroso. Forse a essere sbagliata è stata solo la scelta della data e del gruppo davanti al quale sono andati ad affilare le lance …
E dopo gli ultimi accordi dei The Invasives, la scena era molto diversa da prima, perché le schiere di gente affamata di suoni NoMeansNo hanno cominciato ad ammassarsi attraverso le porte, nel caldo rifugio della Cvetličarna. Il parterre si è riempito in un attimo e, appena i punk canadesi invasivi hanno tolto dal palco l’ultimo pezzo di attrezzatura, il trio di vecchie conoscenze slovene, che ormai non ha bisogno di grandi presentazioni, ha cominciato a montare il proprio arsenale per produrre rumore controllato. Nel loro quasi trentennio di esistenza musicale hanno visitato la Slovenia ben dodici volte, e chi li ha beccati per la prima volta stavolta aveva temuto invano il presunto numero sfortunato della tredicesima esibizione sui nostri piccoli palchi. I NoMeansNo sono incoronati sul trono della scena alternativa jazzcore o happy hardcore da più di un quarto di secolo, ma i vecchi alfieri invecchiati della salvezza HC canadese sfidano i denti del tempo, se non fisicamente almeno a livello di energia e di testa. Ironia, sarcasmo, umorismo e testi intelligenti sono solo una parte della magia. L’essenziale è la punta della musica, che gioca con i ritmi e con le sensazioni delle folle fin dal primo brano. I fratelli John (batterista e cantante) e Rob (bassista, chitarrista e cantante) Wright hanno occupato la parte destra di un palco allestito in modo piuttosto anticonvenzionale – la batteria sta in prima linea sull’estremo lato destro del palco, il basso è al centro, e gli ampli per chitarra si pavoneggiano sul lato sinistro. Davanti all’ampli Marshall e al Fender si è piazzato il chitarrista Tom Holliston, che da una buona decina d’anni riempie il vuoto lasciato dall’addio del signor None-Of-Your-Fucking-Business, Andy Kerr. L’inizio è tirato fino all’ultimo. Dal disco Dance Of The Headless Bourgoisie rimbomba ‘I’m an Asshole’, che mette subito in movimento tutta la prima fila di fan assetati di festa. Rob attacca il microfono come se non avesse già circa 60 anni, e gli sguardi piuttosto penetranti del signor Tom, mentre strappa le corde, tagliano la sala avvolta nel buio in cerca di facce note. “He tried to hide, he wandered down the road / He threw away everything that he owned, still he could not bear the load / He grabbed me when I met him and my blood it ran cold / He said, “I know a little story, and this story must be told.” / But it’s lies, lies, we never heard about it / Lies, lies, and we don’t wannt to know / Lies, lies, we’ll never listen”. Il tempo sale con un rapido salto nel presente dei NMN e nel disco All Roads Lead To Ausfart. ‘So Low’ è quello che i canadesi hanno da offrirti in questo momento. La definizione è semplicissima e tutta loro: tempo punk HC da aereo supersonico, calcio in testa e ironia al quadrato. Poi la matematizzazione nel senso di 0+2=1 – ‘The Fall’. “The end is nothing / And you begin with nothing much / It starts with something (you see something, you feel something) / A gentle touch, a vicious punch / Just lean on over (roll on over, please move over) / You will get a little shove / Over your shoulder / A whisper saying “This is love, this is love-” / This is / First we feel / Then we fall!” Movimento, intelligibilità in tutte le sfere e cacofonia del suono. Questa è la vita. Dopo il tandem di data più recente ‘The Hawk Killed The Punk’ e ‘I’m Dreaming And I Can’t Wake Up’, che dipingono immagini dei tuoi peggiori incubi e, lo ammetto, gli incubi non sono mai stati così psicoticamente attraenti, mettono a segno l’ultimo colpo con il brano ‘Til I Die’. Si tratta di dedizione e di missione fino alla crudele e inevitabile fine, e il pubblico lo sa e lo sente. Per questo hanno le mani piene di lavoro anche gli addetti alla sicurezza, poco abituati ai concerti rock o meglio – HC: stavolta a vegliare sulla nostra salute c’erano gli zii del servizio VIP varovanje, che hanno trascinato fuori dalla scena i pogatori più incalliti, e stando ai nostri dati stavolta nessuno è finito in ospedale. ‘The Night Nothing Became Everything’ ricorda il significato segreto dell’album 0+2=1, mentre il tempo selvaggio dello scambio di fluidi corporei e il passaggio del microfono si spostano da Rob a John e a Tom, di brano in brano. Manca ancora solo il materiale dall’album The Worldhood Of World As Such, ma la speranza resta intatta fino all’ultimo. La pleiade del suono e dell’ideologia NMN si completa a vicenda, e il viaggio attraverso dieci album lascia segni di esaurimento anche sul palco, dove dalle guance gocciola il sudore e dai polmoni rantola un’aria stavolta non fumata, che affila le corde vocali a piena potenza. Prima pausa, e i nonnetti canadesi se ne vanno per una pausa provocatoria, che viene interrotta dalle richieste di ancora. Dopo ‘Slugs Are Burning’ dagli altoparlanti tuona il materiale del disco One – ‘Graveyard Shift’. Applausi e urla di approvazione. Poi un’altra uscita e ancora un bis. Per darti il colpo di grazia ci pensa il chitarrista da solo con l’avanguardia dell’HC – ‘Small Parts Isolated And Destroyed’. “Small parts isolated and destroyed / See the big boys play with their toys / There is one thing I will never do / Trust you / There’s one thing that I have learned / All god’s children will get burned”. Dopo ‘No Sex’ ancora il dramma breve del pezzo ‘Humans’, e il gran finale è lo sfogo degli ultimi atomi di energia, accolto con sicurezza e carica, in ‘Rags&Bones’. Si accendono le luci. In testa restano una tonnellata di piacere e il fischio nelle orecchie. I NoMeansNo hanno di nuovo superato le aspettative concertistiche delle folle.
Scaletta
ZMAJEV REP: 1. Begne 2. Tara Didlova 3. Mravlje 4. Misli na begu 5. Prva Soba 6. nov komad 7. Maske v preoblekah THE INVASIVES: 1. Inevitable End 2. Sweet Kicking And Screaming 3. Dancing On The Grave 4. 101 Damnations 5. Sink Tomorrow’s Ship 6. No Worse Or Any Better 7. Chinese Ladder 8. Who You Are 9. Enjoy It 10. Accidents That Almost Happen 11. On The Day 12. Miracles 13. Lost In The Street 14. Manhunt / Womanhunt NOMEANSNO: 1. I’m An Asshole 2. So Low 3. The Fall 4. The Hawk Killed The Punk 5. I’m Dreaming And i Can’t Wake Up 6. ‘Til I Die 7. The Night Nothing Became Everything 8. The Tower 9. Victim’s Choice 10. Faith 11. Heaven is The Dust Beneath My Shoes 12. Obsessed 13. Dark Ages 14. Joyful Reunion ———— PRIMO BIS: 15. Slugs Are Burning 16. Graveyard Shift 17. Small Parts Isolated And Destroyed 18. No Sex ————SECONDO BIS: 19. Humans 20. Rags and Bones
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