Funky libero e selvaggio alla Bluesiana! (2007)
Luogo: Bluesiana Rock Cafe / Velden Am Woerthersee / Austria
Data del concerto: 12.11.2007
Numero di spettatori: 50
Prezzo del biglietto: 26,00€ / 29,00€
Bentornati a tutti voi, con le orecchie assetate, dove se non alla Bluesiana. I Devil’s Slingshot (MacAlpine/Sheehan/Donati) erano appena passati di qui, ed ecco già la risposta tutta nera al concetto di “power trio”, chiamata Free Form Funky Freqs. La cosa suonerebbe del tutto normale se dietro quel nome non si nascondessero dei veri dèi dei rispettivi contributi musicali: Vernon Reid (chitarra, colonna portante dei Living Colour), Jamaaladeen Takuma (basso) e Grant Calvin Weston (batteria), con la loro arma di base, cioè costruire sulla chimica naturale elementare dell’intesa reciproca durante una jam collettiva sul palco. I ragazzi, per caso e su iniziativa di Weston, si sono trovati (per la prima volta in assoluto in carriera tutti insieme) su un palco e hanno capito di essere nati per essere un trio dirompente. Sono tre musicisti dal profilo assolutamente unico, che hanno bisogno di un’enorme libertà, e la cercano per esprimersi in una sperimentazione jazz / funk del tutto libera. Il flusso di energia superiore, che si accende come una scintilla quando si ritrovano insieme, mette in moto il terzetto a un ritmo che è difficile immaginare finché non lo vivi sulla tua pelle a un concerto dei F.F.F.F.
I tre hanno registrato il primo album praticamente dal “nulla” e hanno pubblicato “Urban Mythology Volume One” (2007), che alla Bluesiana hanno suonato per la maggior parte. Prima di entrare in studio, i ragazzi avevano suonato dal vivo insieme appena due volte, nella formazione che poi ha dato vita ai F.F.F.F. Il tutto si basa su un modo di suonare che conosce, a ben vedere, la forma senza forma. Insomma, una botta pura senza pensarci su, fondata sulla chimica autentica dell’intesa reciproca. Dopo un inizio pigro, davanti a una Bluesiana stavolta poco affollata, i tre hanno cominciato a scaldare con entusiasmo le ossicine delle mani.
Incredibile, ma la sensazione era completamente diversa da tre giorni prima, quando qui avevano suonato i Devil’s Slingshot. Takuma ha letteralmente sbattuto le palpebre per tutto il concerto, mentre Reid è già noto per nascondere il viso sotto il suo cappellino cubano! Solo Weston teneva il contatto con il pubblico sparuto, tra gridi sporadici della sua ondata di entusiasmo, mentre pestava sulla fortezza di tamburi, immerso in una trance di distacco personale dentro il groove funk devastante che questo trio è in grado di sviluppare.
Reid può fare tutto. Metallaro, jazzista, Hendrix. Chiedi e ti sarà dato. Ma Reid va oltre tutto questo, perché i F.F.F.F. gli offrono la possibilità di imboccare le strade più folli per esprimere il suo modo di vivere e percepire il regno della musica. Reid è il fattore principale che dà al gruppo la dose di melodia e il livello di assorbibilità per chi ascolta. E fidatevi, non è affatto facile. Chi si ritrova nelle avventure, al primo ascolto “illogiche”, di un suonare totalmente orientato all’avanguardia, senza motivi accuratamente costruiti e scrupolosamente vestiti in precedenza, potrà attingere a piene mani dalla magia dei F.F.F.F., e farlo per molto, molto tempo, saziando ogni volta la propria anima musicale affamata.
Vedere i F.F.F.F. sul palco è un’esperienza incredibile perché con loro fila tutto liscio come l’olio. Evidentemente la vera chiave del successo della band è proprio la divergenza individuale assoluta che, nell’intreccio degli strumenti sul palco, funziona come un incastro ideale. Tutto si basa su una sensazione primordiale, senza un briciolo di empirismo, è tutta una corsa pura, senza pensare. Tutti e tre trovano uno spazio di manovra sconfinato e plasmano la loro libera forma musicale in modo da non incrociare mai le note l’uno dell’altro.
Reid ha provato una pletora di pedali effetti che gli facevano compagnia sotto i piedi. Passava da riff metal infuocati a suoni classici jazz funky semi-acustici, fino a intrecciare tavolozze sonore giocando con i delay. Takuma toglieva il fiato con una morbidezza straordinaria e una velocità velenosamente affilata, e lo stesso vale per Weston, solo che lui sapeva essere eccome brutale su pelli e crash. Il lavoro di Reid fluttuava alto sopra un incredibile groove funk di base, una linea ritmica solida, ricca di melodia e spiritosamente comunicativa, accompagnato dalla quale si è concesso praticamente tutte le perversioni chitarristiche che un chitarrista richiede per la propria espressione. Certo, non si è andati oltre gli inserti solistici dilatati, e che i tre fossero completamente nel loro mondo durante il concerto lo confermavano spesso proprio i finali dei pezzi, quando, nel groove totale, in qualche modo dovevano chiudere il brano. Più volte l’hanno fatto così: a smettere di suonare era semplicemente Reid per primo. Poi si risvegliava dal rapimento Takuma, che gli andava dietro in silenzio, e dal palco si sentiva solo il martellare di Weston, che chiudeva questi momenti del concerto.
Insomma, un drive sperimentale funk jazz perfetto, carico di energia primordiale e indomita, con il senso innato superiore di tutti e tre i musicisti nel seguire il “beat”, ha coccolato il pubblico sparuto per un’ora e tre quarti, bis compreso. Un’esperienza che non vivi tutti i giorni, l’esperienza di un flusso naturale generato dall’istinto primordiale dell’intesa tra musicisti attraverso una percezione musicale individualmente del tutto diversa, che insieme dà come risultato un’eredità assolutamente unica. Sempre in trance, in sintonia, senza forma determinata, carico di spontaneità e imprevedibilità. Un ordine perfetto, la cui struttura si fonda sul susseguirsi di frammenti coraggiosamente avventurosi ed esplorativi di associazioni e iniziazioni caotiche private. Shockante e fuori di testa. Una fusione riscoperta del leggendario concetto di power trio, nel senso più bello e più autentico del termine!
L’entusiasmo praticamente strabiliante è stato un po’ offuscato solo dalla scarsa affluenza alla Bluesiana e dalla già citata inaccessibilità dei musicisti, che deriva dal loro carattere (cosa di cui, peraltro, è ingiusto accusarli) e si riflette non tanto in timidezza quanto in modestia, ed è anche per questo che il pubblico ha seguito il concerto da una prudente distanza di tre metri dal palco. Forse il tour manager, indescrivibilmente ingordo, dovrebbe riflettere sulla propria avidità, visto che proponeva il primo album dei F.F.F.F. “Urban Mythology Volume 1” a 20,00€. Poveraccio.
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