I nuovi Saga brillano con gli It Bites in una sala mezza vuota (2009)

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Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Komma / Wörgl / Austria
Data del concerto: 28.04.2009
Spettatori: 200
Prezzo del biglietto: 25,00€ / 28,00€

I leggendari rocker progressive canadesi Saga, su cui qui sulle nostre pagine trovi materiale a bizzeffe, hanno deciso di fare tappa anche dai vicini austriaci a nord della Slovenia durante l’attuale tour di “The Human Condition”. Come scena del crimine hanno scelto la pittoresca cittadina tirolese di Wörgl, importante snodo ferroviario che via Salisburgo collega Innsbruck e Monaco di Baviera. I veterani canadesi, che in questo tour dividono il palco con i cult dell’art pop rock britannico It Bites, ne hanno viste di tutti i colori e sono abituati a una montagna di alti e bassi in più di trent’anni di attività, quindi non si sono fatti troppi problemi per il fatto che la sala locale va bene giusto per la scena club del posto e non è per niente all’altezza di una band del loro calibro. In generale in Austria i Saga sono ancora ben lontani dal godere del rispetto che hanno in Germania, dove riempiono per gioco qualsiasi sala di una città appena appena grande, come ha dimostrato la presenza piuttosto misera al Komma, con non più di duecento anime e un atteggiamento piuttosto sbrigativo da parte di un pubblico austriaco già di per sé tradizionalmente freddo.

Quanto poco i membri della band, davvero alla mano e alla buona, si facciano condizionare da queste mezze figure lo ha mostrato l’atmosfera rilassatissima da club prima dell’inizio del concerto: al bancone del bar si poteva scambiare due chiacchiere con il chitarrista Ian Crichton o col nuovo cantante Rob Moratti, così come con tutti i membri degli It Bites. Al centro dell’attenzione di questa serata c’era senza dubbio il nuovo cantante dei Saga, arrivato nella band prima delle registrazioni del nuovo album “The Human Condition” per sostituire l’insostituibile e carismatico Michael Sadler. Sul nuovo disco Moratti ha ripagato con successo la fiducia ricevuta, ma nell’aria si sentiva parecchia tensione su come se la sarebbe cavata il nuovo arrivato con i classici su cui il suo predecessore ha lasciato un’impronta indelebile.  L’altra scommessa della serata era vedere come i pezzi del nuovo album, per altro ottimo, avrebbero retto dal vivo in mezzo al materiale storico.

A scaldare una sala mezza vuota, in cui in qualsiasi momento potevi infilarti in prima fila, ci hanno pensato gli eterni sottovalutati ma di culto It Bites, art pop rocker. Anche in questo tour hanno presentato il loro ultimo lavoro in studio, “The Tall Ships”, il loro primo album in studio dopo quasi vent’anni. In questo periodo gli It Bites hanno vissuto una serie di cambiamenti importanti. Al posto del carismatico chitarrista e cantante Francis Dunnery, al comando c’era John Mitchell, che tra i palati fini del prog è da tempo famoso come fantastico chitarrista, soprattutto come membro di Arena, Kino, Frost*, Blind Ego e della John Wetton solo band, mentre come cantante ha cominciato a farsi valere solo negli ultimi anni. Il bassista Lee Pomeroy quella sera era assente per impegni con i Take That, quindi a sostituirlo c’era Nathan King, fratello di Mark King dei Level 42. Presenti, naturalmente, anche i due membri originali, il tastierista John Beck e il batterista Bob Dalton.

Gli It Bites, vestiti completamente di bianco in divise che ricordavano quelle da ospedale, nonostante la presenza scarsa e la reazione del pubblico, criminalmente tiepida, hanno sfoderato un concerto di un’energia incredibile e un’esecuzione superba di alcuni cavalli di battaglia di lunga data, oltre che di alcuni pezzi dell’album attuale. I fan di vecchia data si sono goduti al massimo classici come il temperamentoso “Kiss Like Judas”, il nostalgico “Yellow Christian”, il romantico “Midnight” e lo scuoti-anime “Calling All the Heroes”, con cui hanno chiuso il set, mentre anche i pezzi nuovi hanno convinto più che mai. Mitchell ha portato a termine con lode il difficile compito di sostituire Dunnery, regalando un bel sacco dei suoi tipici assoli di chitarra, molto melodici, e anche come cantante, con quel timbro “gabrieliano”, migliora di anno in anno, anche se rispetto a Dunnery gli manca un po’ di teatralità e carisma. Ovviamente tra un pezzo e l’altro non si è fatto scappare l’occasione di tirare fuori con spirito un po’ di tipica causticità inglese sulla scarsa affluenza, che oltre alla sala inadeguata è davvero l’unica cosa su cui quella sera valeva la pena sprecare parole. Purtroppo il set degli It Bites è durato solo quaranta minuti, così proprio quando il pubblico cominciava a dare qualche segno di risveglio hanno dovuto già salutare il palco. Con il loro mix inconfondibile di complessità strumentale e melodie piacevoli si sono lasciati dietro un’impressione di grande professionalità e hanno riempito la sala di vibrazioni positive. Per alcuni dei presenti la loro esibizione non è stata per nulla meno convincente di quella delle star della serata, quindi spero che non sia stato il nostro ultimo incontro con il quartetto indomabile di Mitchell.

Prima dell’arrivo dell’istituzione del prog rock canadese le prime file si erano riempite un po’ meglio, ma rispetto al concerto d’addio di Sadler a Monaco di Baviera nel dicembre 2007, quando in una sala piena fino all’ultimo angolo non ci si poteva muovere, la vista da dietro era una vera tristezza. Di conseguenza durante lo show l’atmosfera ne ha risentito in modo evidente, perché la comunicazione tra palco e pubblico non era al solito livello, cosa che però non ha rovinato minimamente la prestazione fenomenale sotto ogni aspetto e il buonumore di tutti i membri della band. L’audio è stato a un livello invidiabile per tutto il concerto, se escludo un piccolo guaio al chitarrista Ian Crichton durante l’esecuzione del classico “Humble Stance”, quando c’è stato bisogno di sistemare qualcosa sul suo impianto.

I Saga, come c’era da aspettarsi, hanno aperto con la strumentale che dà il titolo al nuovo album. Tra intrecci di melodie parallele di chitarra e tastiere e alcuni passaggi supersonici in simultanea tra Ian Crichton e il tastierista Jim Gilmour, già nei primi minuti hanno drammatizzato a dovere l’atmosfera in sala. Poi è arrivato il momento che la maggior parte dei fan aspettava trattenendo il fiato: il signor Moratti è salito sul palco e con la sua voce si è inserito con maestria nell’improvviso passaggio verso l’indimenticabile classico “The Flyer” dal leggendario album “Heads Or Tales” (1983). Tutti i dubbi sulle sue capacità vocali sono caduti in un attimo e il pubblico ha accolto con un sospiro di sollievo evidente il suo canto riuscitissimo dei classici dei Saga. Certo, i Saga con Moratti non saranno mai i Saga di una volta con Sadler, ma anche sul palco sono già riusciti a creare un’ottima intesa reciproca. Moratti, incoraggiato forte dai suoi compagni di mille battaglie, come previsto è stato un po’ timido durante lo show e non sapeva bene come comunicare con il pubblico. Per ora gli manca ancora parecchio del carisma di Sadler, e non è ancora abituato al suo nuovo ruolo in una band così grande, ma sono convinto che col tempo troverà di sicuro un suo modo convincente di parlare al pubblico, senza frasi di circostanza costruite e inutili sdolcinatezze. Quanto al suo canto eccellente, per tutto il concerto non ho avuto nulla da ridire, perché se l’è cavata più che bene sia con i pezzi nuovi sia nella rilettura dei classici.

Nella prima parte sono venute particolarmente bene le rielaborazioni di vecchissimi standard come “Wind Him Up” e del mio preferito personale “Careful Where You Step”, mentre anche alcuni pezzi più recenti come “You Were Right, “On the Air” e “Book Of Lies” hanno preso vita con un marchio del tutto nuovo, ma interessantissimo. Il batterista sempre malaticcio Brian Doerner, con cui è stato registrato l’album attuale, anche stavolta è stato sostituito dal batterista live occasionale Chris Sutherland, che avevamo già incontrato al concerto d’addio di Sadler. I fratelli Crichton sono sempre un capitolo a parte, per quanto riguarda performance strumentale e carisma sul palco. Vale soprattutto per il chitarrista Ian, che negli ultimi tre decenni non è solo uno dei migliori chitarristi del rock progressivo, ma anche un potenziale personaggio cinematografico quanto mai riconoscente. In larghezza cresce di anno in anno e somiglia sempre più a Meat Loaf, mentre con i capelli sempre più lunghi, dopo anni passati con il taglio corto, sta vivendo una vera seconda pubertà. Questa energia adolescenziale rinnovata l’ha rafforzata durante lo show con numerose acrobazie energiche, quasi “metal”, e smorfie pittoresche. Il suo fratello sempre “serio” Jim, famoso anche come uno dei produttori contemporanei più apprezzati, mentre alternava basso e sintetizzatore ha tenuto d’occhio per tutto il tempo che Ian, tra la sua danza selvaggia sul palco e l’uso ampio e protettivo del tremolo, non finisse per caso impigliato nel cavo della chitarra.

Il grande beniamino del pubblico resta però senza dubbio il tastierista Jim Gilmour, eterno buontempone che dopo l’addio di Sadler per ora svolge con successo anche il ruolo di collante centrale dello show. Il momento di gloria di Jim è arrivato con la sua creazione principale, la nostalgica ballata “Scratching the Surface”, che ancora una volta è stata uno dei picchi della serata. La sua interpretazione emotiva da cantante principale non è stata guastata nemmeno dal fatto che nelle note basse del ritornello lo ha aiutato il batterista Sutherland. Dal nuovo album hanno suonato anche l’ottima “Step Inside”, in cui la voce di Moratti si è sentita particolarmente a suo agio, e “You Look Good To Me”, fatta apposta per scaldare il pubblico dal vivo.

Nella seconda parte del concerto era l’ora di un’altra doccia di classici dei Saga, a partire dall’antichissima “Humble Stance”, su cui nemmeno i più grandi dei bonzi austriaci di legno sono riusciti a restare freddi. Moratti con la sua passeggiata intermedia verso il sintetizzatore ha sorpreso non poco, visto che, a differenza del suo predecessore, non ha competenze strumentali degne di nota, anche se ho avuto l’impressione che in quel ruolo stesse solo improvvisando. Se non altro, così è tornata in vita un po’ di quella loro magia protettiva dei duelli di sintetizzatori, di cui si sono occupati ancora una volta con grande zelo i due Jim. La parte regolare del concerto l’hanno chiusa con gli indispensabili classici “Don’t Be Late” e “You’re Not Alone”, su cui il pubblico, almeno nelle prime file, ha respirato all’unisono con la band cantando insieme. Il bis, aperto con il pezzo più recente “It Never Ends”, ha sorpreso parecchi, ma secondo me, per il testo e il simbolismo del brano, è stato scelto in modo azzeccatissimo. Con l’eterno inno “On the Loose”, con cui sono tornati ancora una volta al loro album più amato, “Worlds Apart” (1981), hanno salutato fin troppo in fretta, dopo aver saziato con successo l’appetito anche dei fan più ardenti. Va detto che quella sera hanno saltato due pezzi del nuovo album, “Now is Now” e “Crown of Thorns”, che nella maggior parte delle date precedenti del tour suonavano.

I “nuovi” Saga, con la loro perfezione sonora, l’energia eccezionale sul palco, l’affiatamento e una scelta di brani azzeccata, hanno entusiasmato sotto ogni aspetto e confermato che la loro saga, anche sul fronte live, continua con una forza intatta. È una band che dal vivo è sempre un piacere vedere, perché da un lato più o meno sai cosa aspettarti, ma allo stesso tempo ti sorprendono sempre con la loro spontaneità totale sul palco e la dinamica che hanno tra loro. Anche dopo più di tre decenni, con questa ultima rivitalizzazione, li aspettano tante nuove vittorie live e in studio, quindi per il loro futuro non c’è proprio nulla da temere. Magari sarebbe interessante se un giorno decidessero di riarrangiare in studio alcuni classici, adattandoli apposta alla voce di Rob e pubblicandoli in un’edizione speciale, cosa che permetterebbe ai fan di abituarsi più facilmente alle sue interpretazioni degli standard di sempre. Personalmente ho comunque la sensazione che prima o poi Sadler tornerà, ma fino ad allora Moratti resta una sostituzione azzeccatissima, a cui basta solo affinare un po’ il suo approccio sul palco per entrare per sempre nel cuore di tutti i fan di lunga data. La serata magica firmata dai leggendari gemelli Saga e It Bites non è stata rovinata né dalla presenza misera né dal modo in generale svogliato con cui il pubblico austriaco ha seguito lo show, un pubblico che per quanto riguarda il sostegno concreto ai concerti di entrambe le band avrebbe parecchio da imparare dai suoi cugini tedeschi.

foto: Aleš Podbrežnik 

Scaletta

IT BITES: 1. Kiss Like Judas 2. Oh My God 3. Yellow Christian 4. Midnight 5. The Wind that Shakes The Barley 6. Ghosts 7. Calling All The Heroes SAGA: 1. The Human Condition 2. The Flyer 3. Wind Him Up 4. You Were Right 5. On The Air 6. Book Of Lies 7. Careful Where You Step 8. Step Inside 9. Humble Stance 10. Scratching The Surface 11. You Look Good To Me 12. Don’t Be Late 13. You’re Not Alone —bis— 14. It Never Ends 15. On The Loose

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