If You Wait

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Artista: London Grammar
Etichetta: Polydor Records
Uscita: 09.09.2013
Durata: 43:35
Voto: 4.5/5

La musica di qualità la riconosci al volo, dopo pochi istanti di ascolto, quando ti è subito chiaro se la band ha un’anima vera nel suo nucleo oppure se sta vendendo un paio di palle in prestito e una bella dose di vuoto stantio. Io lo ammetto: l’eterea atmosfera ambient di un pop fedele al suono classico, che oltre a buone melodie offre anche un po’ di buio, asprezza e amarezza, mi riempie di ottimismo e di una voglia testarda di scavare più a fondo, che si tratti di artiste del calibro di Lana Del Rey, Nadiah o di una novità d’oltremanica arrivata del tutto a sorpresa sul mio radar musicale – lo straordinario trio britannico London Grammar. La carica emotiva e potentissima dell’esordio If You Wait mi ha fatto venire voglia di presentarlo e di immergermi sinceramente nei contorni di una passeggiata parecchio sognante e dolorosa tra i labirinti del logoramento di coppia, del sentire e del perdere. Allo stesso tempo, l’etichetta di «next big thing» era una cosa da verificare, per capire se gli elogi non fossero prematuri e se il peso sulle spalle di un trio così giovane non fosse troppo, tanto da non poter aspettarsi niente di più concreto in termini di crescita ed evoluzione musicale dopo un primo passo eccezionale.

Le aspettative possono essere una cosa velenosa, capace di far implodere completamente un nucleo che prometteva rinascita e salto su un altro piano di fioritura estetica; i musicisti che un tempo non vedevano l’ora di creare spesso perdono in fretta quella polvere magica miracolosa che faceva funzionare le cose con passione e spargeva radiazioni di piacere, e poi tutto diventa un po’ forzato e maledettamente indocile. Il trio inglese, con un timone emotivo e un’intesa fortemente risonante tra Hannah Reid, Dot Major e Dan Rothman, si sottrae alla dolce illusione di gloria e successo con un lavoro più ponderato e facendosi da parte, lontano dai flash e dal pubblico vorace. Per questo, nonostante la qualità, si può dire che London Grammar sia senza dubbio un nome poco noto nel mondo della musica, ma anche un nome che gli amanti della buona musica continueranno a ripetere e a citare. Anche grazie al carisma e alla voce straordinaria della figura centrale, la marcata diva Hannah Reid, che con il suo vocalismo potente, scuro e femminile segna ogni angolo dell’esordio If You Wait. La percezione profonda delle delusioni del primo quarto di vita in Hannah trasuda eterea, densa e sinistramente cupa. Il brano d’apertura Hey Now parte con un suono di pianoforte ben speziato, una chitarra trattenuta e la cupezza meditativa delle voci scure e cristalline della cantante, che richiamano subito Lana Del Rey con un pizzico di Annie Lennox; l’ambient emotiva di chitarre ben rodate, minimalismi ritmici programmati e pianoforte ti si insinua sottopelle in modo pungente, già al primo ascolto. Hannah si fonde con l’insieme e passa da un racconto all’altro con eleganza e dolcezza, come fosse una sfumatura sonora, un’apparizione, uno spirito. E questi sono parecchio sfuggenti ed elusivi. Il momento più trip hop di Stay Awake fonde influenze rustiche con la ritmica dei Massive Attack, ma in un viaggio sensuale e molto emotivo. London Grammar disarmano obiezioni e critiche con dolcezza, e a farlo, oltre alla seducente musa, ci sono le chitarre sognanti del talentuoso ma riservato chitarrista Daniel Rothman e gli interventi raffinati dello straordinario polistrumentista Dot Major. I minimalismi mettono in risalto ritornelli potenti dopo strofe contemplative che ti si stampano nel subconscio; ogni momento musicale è pianificato con cura e si concede di arrivare solo fino al punto di maggior risonanza del dolore, senza mai oltrepassare il confine del buon gusto e della quiete astrale, della rassegnazione alla perdita, di quel dolore che definisce l’espressione sonora della band.

Shyer, un racconto cupo di emozioni, resa e drammaticità emotiva, segue la stessa ricetta quasi alla lettera, senza deviazioni significative. Visioni sonore fumose e la voce ultraterrena di una Reid rilassata come una sciamana portano la composizione emotiva verso un lento spegnersi e una liberazione in stile forza della natura. Uno dei brani più importanti del disco, uno straordinario racconto di amore perduto, è Wasting My Young Years, che con eleganza si apre su strofe meditative in cui Reid canta il dolore con una succosa voce folk, mentre sull’insieme si intrecciano bene i contorni di sintetizzatori sognanti e leggermente bruciati, suoni di pianoforte e una ritmica giustamente vivace, che Dot insuffla con un senso sensuale dell’equilibrio, rafforzando la sicurezza di Reid e la fiducia nel potere della sua voce cristallina. »Don’t you know that it’s only fear/I wouldn’t worry, you have all your life/I’ve heard it takes some time to get it right,« canta Hannah, congedandosi dal passato. Il paesaggio da ballata dell’addio emotivo continua anche in Sights. Il perfetto equilibrio estetico tra le voci elfiche di Reid e la musicalità dei due ragazzi si costruisce con un’intenzionale trattenutezza e in linea con il peso enorme della solitudine, del dolore e del cuore sanguinante. La vulnerabile danza di fragilità spezzata e metamorfosi dello svanire prosegue bene con Strong, che in modo straordinariamente ricco di texture, ma già anticipato, pronuncia la piena confessione di solitudine, sfinimento e depressione, con un desiderio sanguinante di rialzarsi dalle macerie della delusione fino alla sopravvivenza, poi alla vita e al lasciar andare, all’oblio e a sorrisi di felicità ormai evidentemente impossibili. Strong riassume in realtà il racconto dell’intero album, che tuona soffocato di ipnotismo, magnetismo del buio e ispirazione che nasce da ferite, dolore, partenze. Nightcall prende in prestito per la materia i contorni del brano dell’artista house francese Kavinsky, solo che alla maniera dei London Grammar Kavinsky diventa più vitale, più organico e privato della sintesi. Il pianoforte malinconico, le voci sublimi di Reid e i tocchi ritmici di Dot, giustamente ballabili, danno al pezzo un’impronta tutta propria da trio pop britannico malinconico, che ti si pianta nei pori e nei capillari del cuore con la sua passionalità e la sua corrosiva forza emotiva.

La più sonicamente scomposta Metal & Dust, con aggiunte orchestrali sullo sfondo, si concede un po’ di distensione danzabile, per poi lasciare ai London Grammar, con la Interlude suonata dal vivo, il compito di dimostrare la bellezza dei sottotoni acustici eseguiti in modo organico, con un pianoforte splendido e l’eterea marcatezza della cantante senza alcun fronzolo. Hannah è la sacerdotessa del dolore, della sognanza, delle emozioni, a tratti perfino di una dolce disperazione, che osa cantare dell’infinità dell’amore, di strade sbagliate, di errori, di fasi dell’evoluzione e del fatto che, cercando noi stessi negli sguardi degli altri, alla fine restiamo sempre soli con noi stessi, con la speranza e la sensazione narcotica come unico conforto che un giorno, negli occhi di quell’altro sfuggente, potremmo forse scorgere il quadro completo della realtà e di noi stessi. Le illusioni poi si dissolvono in modo diametralmente opposto nel brano provocatoriamente ottimista Flickers, pieno di suoni di rumore mormorante, ritmi battuti a mano e riverberi che si spengono, sopra cui Reid si arrampica magnificamente verso altezze di luce e ottimismo in una danza dal ronzio positivo. Tra brevi tocchi radiosi di luce alla maniera di Sting e compagni, nell’insieme si insinua un pizzico sentimentale d’Oriente, e Reid, nello stile di una sacerdotessa del deserto e della solitudine, versa la sua essenza in un arcobaleno di positività un po’ più leggero, perché in bocca non resti solo il sapore del grigio plumbeo della solitudine e dell’essere incatenati a uno stato di ristagno passivo. Nonostante questo ottimismo, l’atto conclusivo dell’album, con la title track, è più doloroso, contemplativo, da ballata e volutamente frenato. La title track If You Wait riassume tutti i racconti in un’ultima lacrima perlacea di amarezza e redenzione, con cui Reid si permette di aprire nuovi capitoli in futuro e mette il punto finale al passato, l’ultimo suono di un epilogo che, spero, non ha intenzione di riaprire né di tornare a sciogliercisi dentro fino alla totale perdita di sé.

Con un esordio dalla potenza straordinaria, i London Grammar hanno dimostrato che, nonostante la giovane età, si può trovare presto la propria espressione originale, che magari prende in prestito i contorni da colleghi più affermati e già consolidati, ma la cui essenza narrativa resta sempre e solo la loro. If You Wait è un magnifico esempio di pop cupo e carico di emozioni, che offre molto più della piatta ripetizione dei consigli di autoguarigione delle riviste. Per redimerci, ogni tanto dobbiamo toccare il buio totale del fondo amaro: è proprio scendendo nelle profondità di uno stato di solitudine, dolore, smarrimento e sete di redenzione, sentito fino in fondo e messo in parole, che può nascere qualcosa di splendido e curativo. Anche grazie a una musica che fa partire correnti pungenti di elettricità lungo la nuca fino al centro dell’empatia, dove cominciamo ad apprezzare e rispettare sinceramente tutti gli 11 brillanti del disco; al giovane trio auguriamo di cuore una splendida fioritura di idee anche in futuro. Speriamo dunque che If You Wait sia un indizio di potenziale che nei prossimi album potrà solo svilupparsi e crescere, e che alle meditazioni da cortometraggio si possa insufflare ancora più dinamica, esplosività ed esposizione emotiva, grazie alle quali la narrazione del sentire e dell’esistere si potrà ascoltare con ancora più concentrazione, seguirla e sciogliersi ancora più completamente nella dolce tintura dell’ipnosi, fino a uno stato di Zen totale e alla liberazione da tutti i lacci della gravità della vita.

Formazione

Hannah Reid – voce

Daniel Rothman – chitarra

Dot Major – tastiere, programmazione, batteria, drum machine

Musicisti ospiti:
Orchestra Filarmonica di Praga – orchestrazioni di accompagnamento

Produzione

Tim Bran, Roy Kerr & London Grammar

Tracklist

1. Hey Now
2. Stay Awake
3. Shyer
4. Wasting My Young Years
5. Sights
6. Strong
7. Nightcall
8. Metal & Dust
9. Interlude (live)
10. Flickers
11. If You Wait

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