Il dolce tocco dei Temni angeli usode (2013)

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Luogo: AKC Metelkova, Menza pri koritu, Lubiana
Data del concerto: 18.12.2013
Pubblico: 200 – 300
Prezzo del biglietto: 10 €

Niente può accadere due volte nello stesso modo e nello stesso fiume non ci si bagna mai due volte, eppure ogni vero, giurato fan dell’alternativa sperava almeno in un’approssimazione dell’evento del dicembre scorso alla Menza pri koritu di Lubiana, quando in rete avevano cominciato a fioccare i pii desideri: magari il Natale si sarebbe festeggiato prima, se i Demolition Group avessero dedicato dicembre ai concerti. Le preghiere dei tanti fedeli, costretti a rivolgersi ai veri dèi del pantheon oscuro del destino, sono state esaudite e, tra i pochi eventi senza i quali la vera festa dei musicofili dipendenti non potrebbe esistere, è stata presto annunciata anche la data del nuovo sbarco dei cavalieri di Brežice dell’apocalisse dolce nell’epicentro alternativo di Lubiana, di nuovo alla Menza. Sarà la replica di qualcosa di già visto? Sarà un upgrade del vangelo live finora praticato, un neovangelo della nuova era? La nota critica di una raffigurazione sensibile dei rapporti umani spersonalizzati riuscirà stavolta, con raffinatezza, a puntare di nuovo l’acciaio amaro di un sarcasmo intellettualmente eccelso alla gola dei nostri carnefici, regalando intanto al pubblico almeno un po’ di scarica catartica, in tempi che lavano via i colori dell’ottimismo e della speranza dalle vite dei portabandiera un po’ invecchiati della nuova generazione X? A tutto questo in tanti potevano rispondere di sì, con sicurezza, e nonostante il freddo e la nebbia, poco dopo le nove davanti alla Menza ha iniziato a ingrossarsi una bella folla di amanti della buona musica di casa nostra, voglia di divertirsi in corpo.

Poco dopo le dieci la grata d’acciaio si è aperta e nel piacevole tepore del locale è entrata una massa di poco più di 200 persone, che ha occupato per bene lo spazio davanti al palco. Sul palco aspettavano un sassofono, amplificatori ben riscaldati, una serie di microfoni e una batteria; nella penombra, tra nebbioline di fumo dolci e quasi sinistre e chiacchiere soffocate di gente arrivata da ogni angolo della Slovenia, si è presto cominciata a costruire un’atmosfera di perfetta sinergia con quello che, nelle promesse degli organizzatori, doveva essere l’equivalente di una dose di oltre due ore di pura autenticità Demolition Group, senza ritocchi cosmetici. Magari non saranno i più belli e fotogenici della nostra scena, ma quando salgono sul palco, tra il potente rimbombo risonante del basso e le prime batterie campionate, i rappresentanti della giovane guardia di questa formazione dalla tradizione ventottenne — con la chitarra a tracolla il membro più recente, il chitarrista Matija Lapuh (il cambio al volo per il storico oligarca delle sei corde Bojan Fifnja lo abbiamo visto tra i primi quest’anno al Bežigradfest), dietro i tamburi il pedante ritmico Ivica Gregel e davanti a lui, col suo basso succoso, Tomi Gregel, nato qualche minuto dopo — la faccenda prende una piega selvaggia e del tutto inattesa. I primi colpi di South West riportano in vita la ritmica assassina, quasi dimenticata, del bellissimo album Bad Gag 2. Il compatto set ritmico, con batteria più imbottita, del duo incisivo e penetrante dei fratelli Gregel viene poi completato, con la sua presenza marcata e un sassofono velenoso, dall’eccezionale Jože Pegam; ultimo, sul finire del brano, sgattaiola sul palco l’immancabile Goran Šalamon, oratore e performer, lirico per excellence. Una danza eccezionale, una vera messa nera nostalgica prosegue, tra l’approvazione generale del pubblico, con un altro salto al 1993 e la distorsione dirompente di New Age. »Stasera faremo in modo che non tutto finisca nelle fauci dell’oblio. Un po’ di nostalgia, per non dimenticare tutto in questi tempi di oblio …« ha annunciato Goran, lanciando la gita nell’era preistorica di brillanti rarità assolute; ma bisogna ammettere che oggi, a una buona ventina d’anni di distanza, i Demolition Group irradiano tutta un’altra energia. Meno rabbia primordiale, più di quella patina e di quella qualità che porta con sé il dente del tempo. I Demolition hanno nelle vene sangue giovane, che funziona come carburante a reazione per gli ingranaggi vecchi e ben oliati dei primi membri fondatori, e la differenza tra giovani e vecchi non si avverte da nessuna parte. I DG sono un collettivo e ognuno di loro si dimostra impenetrabilmente compatto, come se convivessero in sinergia musicale da decenni e non da pochi anni o anche meno. L’ex Shyam Matija si inserisce in questo contesto in modo del tutto naturale, fuso col nucleo organico della soldataglia, mentre il resto della macchina funziona coerente e oliato come un orologio svizzero. Il suono, pur un po’ meno crudo e meno esposto, un po’ più basso dell’ultima volta, scivola piacevolmente e si insinua negli orifizi sensoriali della folla, che cede al primo dettato del movimento, si increspa in onde e si abbandona alla metrica. Liscia e senza intoppi, la band entra nel periodo più recente con il brano Dan dolgih sanj tratto da Planet starcev. Il bellissimo volo introduttivo di incandescenza totale prosegue compatto e inatteso con l’ammissione completa di colpa del brano Kriv sem za vse. Bellissimo gioco di chitarra, basso, batteria, sax e di un melodramma di luci, rusticità e tenebre ben oltre lo standard, distorti dall’inconfondibile lirica aspra della critica penetrante del sempre attuale Goran. Siamo colpevoli di tutto – di non capire, tutti ciechi e sordi, il nostro divenire nel punto di completo torpore recessivo. Un richiamo ribelle che ammette la colpa solo in apparenza, suona come un sentiero rock punkeggiante da ballare, come una splendida rollata sudata di piacere assoluto, in cui si mescolano numerosi sapori piccanti, le sfumature di una lunga creazione di qualità della band. E un picco a suo modo, un brillante di questa sequenza, è senza dubbio Bič, luč in upanje, album e brano insieme, che fa sempre scorrere il sangue nelle vene. Suspense introduttiva di sax e chitarra, poi un’esplosione di significati e sensi profondi che si insinuano nei pori. »Quando sulla fronte ti dà un bacio d’addio / il tuo angelo della fortuna / e svanisce salutando con la mano / consapevole e lontano / non finire in lacrime / lascia gli angeli / sii padrone di te / frusta, luce e speranza …« e poi i versi sullo stato della nostra epoca con un’altra verità: »Quando sul tuo angolino di cielo / si spengono le stelle / e ti fermi in mezzo al freddo / abbraccio di una notte senza sogni / non finire in lacrime / lascia gli angeli / sii padrone di te / frusta, luce e speranza …« Una splendida attualità penetrante lancia messaggi, accende i falò della rivolta, di cui dovrebbero essere portatori i giovani, ma che è tutta assopita. Perciò i Demolition passano a una marcia più alta con Romantika, che, cazzo, mi ricorda sempre gli Odpisani, ma con un cuore più esplosivo e più sete di distruzione. La drammaturgia si intensifica e si addensa e, nelle vene dei sentimentali, un sottofondo un po’ nostalgico viene iniettato dalla dolce Dež. Una meditazione sonoramente equilibrata di chitarra sognante, sassofono che fluttua in modo ultraterreno, basso con i piedi per terra e la voce meditativa, sudata e carnale di Goran, con la fragile bellezza di una tenerezza d’amore apparentemente immortale, che dopo la perdita viene presto sostituita da dolore, vuoto di mancanza e nostalgia. »Eri come il sole che brilla per me / lontana, calda e splendente. / Tutti i miei giorni ti ho guardata / mi hai bruciato gli occhi. / Che la canzone del cielo si riversi / sul nostro amore / come gocce di pioggia di felicità / che cadono giorno dopo giorno …« medita sensuale Goran, sostenuto da un pubblico, per ora, sorprendentemente trattenuto.

Molta più dinamica ed esplosiva immediatezza porta nell’insieme il bellissimo imperativo di Neovangelij, che fa i conti, senza pietà e senza lacrime, con bugie, sofferenza e sventura, con l’invito ad alzarci, a sollevare la testa china e a infrangere le illusioni per poter vedere chiaro il cammino fuori dal buio dell’inganno, della paura e dell’umiliazione. Ma certo, ammettiamolo, niente Nujno ni. E proprio quest’ultimo versa il ritmo da pogo e da ballo della bellissima omonima canzone nel gulasch complessivo di un racconto eccezionale, di un vangelo per questo tempo non santo, un po’ di brutalità alla Rammstein a modo DG. Sexy e diretto, purtroppo però a tratti la voce di Goran per un istante o due manca del tutto, salvo poi salpare magnificamente sul brano provocatorio She’s Shocked. Bad Gag aveva servito una riservatezza alternativa e sarcastica, mentre i DG, quella sera, hanno aperto tutti i registri e arato molto più incisivi, meno cinici e meno riservati. L’inglese deliberatamente distorto e storpiato suona come un organon, uno strumento magico della storia recente, per far ruggire ancora di più l’attuale Gospodar. Goran, con una stella rossa a cinque punte sul petto, è l’oratore della nuova rivoluzione. »Non pensare non chiedere / la fede è luce il dubbio è buio / cos’è la felicità l’ordine e la pace / la risposta la sa il padrone / non pensare non chiedere / per le ricchezze e per l’oro / tutta la giustizia la conosce solo / l’onnipotente padrone …« professa il ritornello ripetitivo del brano, tra la musica ben speziata della Telecaster di Matija, la ritmica ermetica e di una precisione senza fiato dei fratelli Gregel e gli immancabili ornamenti del sax sonicamente giocoso di Joc. Un po’ di calma la porta la provocatoria rinuncia a Dio e allo stupro teologico dell’esistenza con il brano Nimam rad boga. »In qualcosa, però, bisogna pur credere …« mette il punto sulla i, alla fine del brano, un Goran stavolta di ottimo umore, e salpa nella nebbiolina meditativa di Model, brano bellissimo, mai suonato due volte uguale, che suona come una danza improvvisata fino in fondo verso l’ignoto, psichedelia totale, eco di un passato dolce e per molti sconosciuto, che sta diventando, ed è di fatto, parte necessaria del compendio dell’incantesimo DG. Con il gioco con la signora di copertina, con la diva pornografica, la musa erotica del passato, i Demolition Group si concedono di scuotere la Menza in chiave new wave, e per questo in tanti gliene siamo molto grati, tranne quei pochi impreparati venuti alla Menza solo a soddisfare la propria curiosità e a giustificare con la presenza la propria etichetta di alternativi, qualunque cosa significhi. »Love is OK…« comunica e inocula Amerika, e dopo la dolcezza danzereccia dell’album Deep True Love, davvero profondo e dolcemente amorevole, il quintetto (anzi sestetto, se non dimentichiamo il fonico Matjaž Pegam, completamente concentrato e indispensabile al mixer) salpa, dopo il gioco sonoro esplosivo ma più breve di Ivica, Matija e Joc con il concetto di intoccabilità delle perle del passato, come al solito verso l’oscurità, con il brano brutalmente velenoso DAF. »Quando mi insinuo nei tuoi pensieri / inginocchiati a terra / quando ti accarezzo il viso / bacia i palmi / quando ti stringo a me / abbraccia le gambe / ammetti nel sudore della gioia / che tu sei il mio dio. / Quando bruci nel corpo la sofferenza / bevi dai miei palmi / quando ti porto fuori dal buio / bacia le mie tracce / quando desideri amore / guardami negli occhi / ripetimelo senza fine / lo so tu sei il mio dio …« sono versi che toccano anche il cinico più trattenuto, tanto da fargli aprire le braccia e unirsi al ritornello: »Braccia aperte / alzo davanti a te / gocce ardenti mi scivolano dai capelli / E ogni volta / che alzi la testa / guardi il mio viso sorridente …« e quel viso è illuminato dalle fiamme del piacere totale e della soddisfazione di qualità del bisogno di qualità dal fulgore più alto.

E questa è multidecennale. La bellezza invecchiata, ma ancora riconoscibile, dell’album Deep True Love, Pretty Girl, cade in modo unico sulle texture del rallentato, sinistramente aspro Planet starcev. Lo stucco distorto del suono prosegue, dopo una vera maratona di piacere, in modo più incisivo con l’iniezione di cherosene, funkeggiante e rivitalizzante, del brano Včasih tudi drugi. Lo slap del basso, il sudicio ciarpame di sassofono e chitarre scivolano splendidamente fino al centro stesso del punto di sinergia, della fusione totale di passioni incandescenti e della suggestiva superiorità delle minimalità sceniche sull’aria rarefatta di una Menza completamente sottomessa. Il dolce Gram di amore assoluto, amarezza, disperazione, buio, ma insieme di effetto cataclismatico di felicità ed eccellenza, ci porta al momento in cui Japanci rade za nas, dopodiché siamo invitati a »scopare per il mondo« con il brano Ljubiva za svet (in realtà in questa eterna dualità erotica è intrappolato tutto il nostro universo), e l’eccezionale finale è dedicato ai Temni angeli usode. »Ubriachi di potere /abbiamo attraversato il mondo della sventura / lanciati senza pietà / appoggiati alle bugie / fino alla fine di tutte le strade …« è il testo che allude alla fine, alla conclusione, all’epilogo della parte regolare; dopo un richiamo piuttosto fiacco e breve per il bis segue un’eccezionale rilancio di una serata già bellissima, con aggiunte di dedizione e assenza di riserve totali, di altruismo musicale assoluto della band sul palco. La continuazione è dedicata a uno stile misto, a una rassegna completa del passato discografico che, credetemi, ha da offrire ancora molto di più! »Esiste ancora un segreto, ma per ora non ve lo direi, perché che vita di merda sarebbe una vita senza segreti. La vita senza segreti è privata dell’essenza,« fa esplodere la folla Goran prima di lasciare il palco. Fischi, richieste di bis, voglia di supplementari: stavolta non si esprimono in modo fragoroso ma, alla maniera tipica di Lubiana, in modo un po’ riservato e snobisticamente educato, senza eccessi (purtroppo).

Senza l’hit U tvojim očima non si sarebbe mai potuto, e dopo Mesečina il brano Stokrat si intreccia con un feeling eccezionale in un insieme jazzistico; dopo le salve psichedelicamente devastanti del brano Crackhead comincio a sperare nella realizzazione di un desiderio segreto, quello del piromane Ogenj. Il finale esplosivo di Crackhead richiede solo una pausa più breve, e i Demolition proseguono la serie con la più contemplativa e sognante Mučnina, che scivola come fitta nebbia o come un’aggiunta al fumo di sigaretta del pubblico ormai un po’ stanco, in direzione della metafisica pura del momento. Tutto sa già di religiosità quando, dopo il brano più vivace e saltellante Nirvana, nel contesto della serata  arriva sincero, spontaneo e bello l’augurio ai due fratelli Gregel, che in quella serata lavorativa festeggiavano il 34° compleanno. La continuazione, più attuale, con la versione jazzisticamente giocosa del brano Nisva tu, a cui Matija infonde un po’ più di organicità, perché a parte il suono di un leggero delay, distorsioni e organicità non domina da nessuna parte nemmeno un pizzico di effetti di troppo, con cui Bojan amava giocare, e anche piuttosto spesso. La cruda Diktatorska, dedicata ai bellissimi Pridigarji, porta alla fine già il secondo bis, ma niente paura: quella sera una fine troppo rapida non era concessa. Dopo qualche minuto di pausa è seguito infatti un terzo bis, che io, purtroppo, per via del richiamo degli impegni di lavoro, non sono riuscito a vedere fino in fondo; durante il viaggio in macchina nel freddo di dicembre, sullo sfondo riecheggiavano i riconoscibili sussulti sonori dell’indistruttibile Zucca e poi la bellissima irripetibilità del brano Like Night Before, mentre il trionfo quasi di tre ore di eccezionalità, precisione e ricca musicalità i ragazzi di Brežice lo hanno chiuso con la promessa che non piangeremo mai.

Nella speranza che la serata offrisse almeno una replica dell’eccezionale concerto dell’anno scorso, io almeno ho ricevuto un piacere e una sazietà totali. I Demolition Group sono a ragione i colossi musicali del nostro piccolo paese e, con la loro postura marcata, mantengono la spina dorsale della scena slovena, piuttosto annacquata (le luminose eccezioni e i picchi ben oltre lo standard di gente come Moveknowledgement, Srečna Mladina e simili qui non li conto) e servono davvero materia del lustro più nobile. Una rinfrescata nei ranghi, un vento nuovo nelle vele e anche una forma di attività nuova, un po’ meno gravata da tournée e rigidità del palco, dà alla band una dinamica rinata, più potente, e impedisce che il fuoco nel petto dei veterani si spenga troppo presto (spero che non succeda mai!). Dopo aver goduto di questo eccezionale spettacolo di forza e potenza dei nostri amati oratori del piacere, posso ammettere che di bello ne è stato offerto e impresso nel cuore tanto, eppure certi desideri silenziosi restano ancora inesauditi. Per esempio questo: sentire e udire ruggire Ogenj nella nuova veste sul palco. Magari un’altra volta. Per esempio proprio alla vigilia di Capodanno, quando i Demolition Group occuperanno il palco davanti a Križanke e, senza riserve, demoliranno iconoclasti gli ideali di tutti quelli che vorrebbero un po’ di pace, la melodiosità di Justin Bieber, magari Daniele, e invece davanti alle porte del tempio lubianese degli eventi concertistici si prenderanno una cannonata di grosso calibro di alternativa, nel cui arsenale una delle armi più potenti è senza dubbio proprio il nome Demolition Group. Nei secoli dei secoli. Amen!

Scaletta

1. South – West
2. New Age
3. Dan dolgih sanj
4. Kriv sem za vse
5. Bič, luč in upanje
6. Romantika
7. Dež
8. Neovangelij
9. Nujno
10. She’s Shocked
11. Gospodar
12. Nimam rad Boga
13. Model
14. Amerika
15. DAF
16. Pretty Girl
17. Planet starcev
18. Včasih tudi drugi
19. Gram
20. Japanci
21. Ljubiva za svet
22. Temni angeli usode
23. U tvojim očima
24. Mesečina
25. 100x
26. Crackhead
27. Mučnina
28. Nirvana
29. Nisva tu
30. Diktatorska
31. Kak dan
32. Zucco
33. Like Night Before
34. You Never Cry

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