Il Flying Circus di Ian Anderson e della sua macchina del tempo sempre in funzione (2014)
Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Azzano Decimo (Pordenone) / Piazza Liberta / Italia
Data del concerto: 20.07.2014
Numero di spettatori: 2000
Prezzo del biglietto: 32,00€
In un paesino italiano di nome Azzano Decimo, vicino a Pordenone, è passato con la sua allegra compagnia il nostro vecchio amico, il leggendario flautista e cantante dei Jethro Tull Ian Anderson, che negli ultimi anni si esibisce soltanto come solista, anche se continua a suonare volentieri i classici di sempre del repertorio di uno dei più grandi gruppi progressive rock di tutti i tempi. In questo tour Ian si presenta con una band che, oltre a due ex membri dei Tull, il tastierista John O’Hare e il bassista David Goodier, comprende il maestro della chitarra tedesco Florian Opahle, il batterista jazz scafatissimo Scott Hammond e il carismatico cantante/attore Ryan O’Donnel, e porta sul palco i pezzi del suo ultimo lavoro solista insieme ad alcuni amatissimi standard dei Jethro Tull.
Questa formazione ha registrato entrambi gli ultimi dischi solisti di Ian: l’attuale avventura concettuale intitolata »Homo Erraticus« (2014), che in alcune date del tour viene suonata per intero, e la sua altrettanto concettuale e ben condita predecessora »Thick As a Brick 2« (2012). In entrambe le imprese solistiche Ian ha preso in giro, a modo suo e con la sua autoironia, la società britannica di ieri e di oggi, rimettendo al centro il ‘piccolo uomo’ nei panni del suo eroe immaginario, quasi di culto, Gerald Bostock, che si era presentato al mondo per la prima volta nel capolavoro dei Jethro Tull »Thick As a Brick« (1972). Anche in età avanzata, al flautista irrequieto non mancano idee musicali divertentissime, per non parlare del suo inesauribile senso dell’umorismo, anche se esiste pure un lato più cupo della sua personalità, raramente visibile, che hanno conosciuto alcuni ex membri dei Tull.
Quest’anno Ian, dopo 44 anni di attività ininterrotta (dal 1967 al 2011) e due anni di ‘pausa’, ha messo ufficialmente in pensione anche il nome della leggendaria band, annunciando che ‘come autore della maggior parte della musica dei Jethro Tull dal 1969 in poi, ora preferisce di gran lunga esibirsi da solista’, anche se la maggior parte dei suoi concerti continuerà a poggiare sugli indimenticabili evergreen dei Tull. La maggioranza dei fan di lunga data dei Tull è ovviamente molto delusa dal fatto che Ian suoni ormai solo da solista, ma bisognerà rassegnarsi piano piano all’idea che l’icona testarda del flauto e lo storico chitarrista dei Tull Martin Barre probabilmente non collaboreranno mai più. Inoltre, le parole di Ian secondo cui ‘negli ultimi dieci anni i Tull funzionavano solo più come band da concerto e si stavano pian piano sfaldando’ hanno un bel peso.
In ogni caso l’eredità dei Tull resta ricchissima e, per quanto »Homo Erraticus« sia un album molto bello, la maggior parte della gente è venuta a questo concerto proprio per risentire qualche vecchio favorito dei Tull e magari qualche sorpresa, magari un pezzo che non figurava in scaletta da anni, se non da decenni. Così è stato anche nel concerto di Ian ad Azzano Decimo, dove non sono mancate parecchie sorprese del tutto inattese e piacevolissime, anche se prima dell’inizio, prima che la baldanzosa compagnia di Ian salisse sul palco e ponesse fine al tormento di chiedersi se sarebbe saltato tutto, la serata si preannunciava mesta, con un tempo schifoso e piovoso. Anche dopo più di mezz’ora dall’inizio annunciato, la band di Ian sul palco non c’era ancora.
Invece sullo schermo passavano le esibizioni di alcuni amici e collaboratori di lunga data di Ian, come la violinista tedesca Anna Phoebe con la sua band, il cult duo folk rock irlandese Tir na nOg, le leggende del folk rock britannico Fairport Convention guidati dall’ex bassista dei Tull Dave Pegg e il talentuoso violinista/cantante inglese Seth Lakeman. Sarebbe stato molto meglio se tutti questi amici folk rock avessero suonato come gruppi spalla, invece di doverceli guardare su uno schermo, così il pubblico ha cominciato giustamente a spazientirsi e si sono sentiti anche i primi fischi di disapprovazione. Non pochi, tra un borbottio e l’altro, hanno pensato che al brillante nonnetto scozzese fosse sfuggita anche l’ultima briciola di buon senso, visto che una pratica del genere non era mai stata usata in nessun tour precedente. Pochi minuti dopo, quando sembrava ormai impossibile sfuggire alla pioggia e qualcuno nel pubblico aveva già alzato annoiato gli ombrelli, la pioggia è miracolosamente cessata.
Più o meno nello stesso momento Ian si è finalmente deciso a far partire lo show e sullo schermo è comparso un paesaggio innevato, da qualche parte nel cuore di San Gallo, in Svizzera. La telecamera inquadrava un sanatorio isolato tra le Alpi, dove un noto vecchietto, avvolto nei piumini del letto e sotto cure mediche speciali, si trovava con il divieto assoluto di bere whisky. A questa burletta hanno partecipato tutti i membri della band. Già dal tour precedente l’esibizione di Ian Anderson è un vero e proprio teatro, che si ispira in più punti al cult britannico Monty Python’s Flying Circus. Da quello, in realtà, i Jethro Tull attingevano già nei loro primi anni, anzi per tutti gli anni Settanta, ma stavolta Ian e la sua banda di burloni incorreggibili hanno spinto il loro teatro burlesco dell’assurdo e della presa in giro della società britannica fino ai limiti del politicamente scorretto.
Oltre a Ian, nella band ha un ruolo importante anche il suo ‘complemento’ vocale Ryan O’Donnel, che non si è limitato a fare da versione più giovane di Ian con un timbro affine, ma tra un brano e l’altro ha entusiasmato anche con una mimica da palcoscenico tutta sua e con l’uso di vari oggetti con cui illustrava i testi dei singoli pezzi. Con la sua giovinezza e freschezza ha spesso spronato il maestro del flauto, ormai attempato, a tirare fuori il massimo dalla voce, anche se le sue corde vocali sono ormai stremate. Secondo la leggenda non ufficiale che circola tra i fan di vecchia data dei Tull, Ian si esibirà finché sarà in grado di stare su una gamba sola mentre suona il flauto, che da sempre è il suo marchio di fabbrica sul palco. Quella sera con questa pratica non ha avuto assolutamente alcun problema.
L’esibizione della band di Ian era divisa in due parti. Nella prima hanno suonato per intero l’album »Homo Erraticus«, un’esperienza audiovisiva indimenticabile, accompagnata da proiezioni divertentissime. In un’ora buona di prima parte Ian ci ha portati in un viaggio satirico attraverso la storia britannica, dalla preistoria al futuro lontano, rovesciando un’intera cisterna di liquame sulla società inglese conservatrice e prendendosela al tempo stesso con tutti i suoi cancri: militarismo, monarchismo, corporativismo e consumismo. Con l’apertura »Doggerland« ci siamo ritrovati in pieno ordinamento tribale preistorico, poi con »Heavy Metals« siamo già stati testimoni della lavorazione dei metalli celtica e anglosassone. Uno dei momenti più divertenti è stata l’esecuzione di »Enter The Uninvited«, che parla non solo dell’arrivo degli antichi Romani sulle isole britanniche, ma anche delle altre invasioni che nei secoli, con più o meno successo, hanno seguito la prima. Così, mentre Ian suonava il flauto con foga, sullo sfondo abbiamo visto comparire alcuni simboli ben riconoscibili della moderna società dei consumi.
Il teatro dell’assurdo ha toccato uno dei suoi vertici con »Puer Ferox Adventus«, dove veniva illustrato il trionfo del Medioevo cupo e primitivo e della cristianizzazione. Per l’occasione O’Donnel si è infilato una tonaca da monaco con il cappuccio, mentre sullo sfondo i fulmini colpivano una croce celtica, cosa che ricordava più o meno le abituali messinscene dei concerti dei teutonici Grave Digger. In »The Turnpike Inn« la combriccola di Ian si è trasformata in una banda di furfanti dell’epoca elisabettiana, mentre durante »The Enginer« si è trasformata in una squadra di costruttori delle prime ferrovie. Unire un approccio strumentale di alto livello a una recitazione sul palco così pazzerella gli riesce davvero a meraviglia, soprattutto ai due comandanti dell’intero show, cioè Ian e Ryan. La presa in giro dell’ordinamento imperiale britannico ha toccato il culmine con »Pax Britanica«, aspra satira dell’era vittoriana in cui non mancava nemmeno l’immagine gigantesca di John Bull, caricatura dell’inglese tradizionale con le guance gonfie, i denti rovinati e un enorme pancione da birra.
Uno dei pochi momenti un po’ più seri, se non quasi malinconici, è stata l’esecuzione del brano contro la guerra »After These Wars«, durante la quale scorrevano immagini di vari soldati della seconda guerra mondiale. In futuro Ian dovrà stare più attento, perché in una delle inquadrature con i soldati tedeschi si vede per una frazione di secondo una svastica, il che potrebbe causare qualche problema durante le date in Germania, anche se si tratta di una critica feroce alle assurdità della guerra e a tutti i regimi politici.
Durante »New Blood, Old Veins« Ian ha toccato anche la generazione del dopoguerra, il ‘baby boom’, a cui appartiene lui stesso e che è rimasta per sempre schiava del ‘miracolo’ della televisione. In »The Browning of the Green«, dove i membri della band sono finalmente approdati all’era moderna, la compagnia di Ian ha messo in satira in modo evidente il declino della campagna tradizionale a favore dell’urbanizzazione, anche con pittoresche proiezioni di quartieri residenziali come scatolette di sardine. Le risate non sono finite nemmeno dopo la gita nel futuro vicino e lontano di »Per Errationes Ad Astra«, con la presa in giro di vari dittatori e presidenti del passato (da Blair, Gheddafi, Churchill, la Thatcher e Hitler fino a Bush junior), e con la scatenata »Cold Dead Reckoning«, quando l’immagine proiettata di Ian si è trasformata all’improvviso in un ‘marziano’ verde, che sembrava un incrocio tra il tipico alieno di Roswell e il malvagio imperatore Ming di Flash Gordon (nella versione cinematografica di Max Von Sydow, ovviamente). Così si è chiusa la prima parte, in cui ci siamo goduti una messa in scena coerente e divertentissima dell’album »Homo Erraticus«. Ma il meglio doveva ancora venire.
È seguita una pausa di circa quindici minuti, durante la quale la band si è riposata e preparata a suonare gli evergreen dei Tull. Chi non era ancora del tutto entusiasta della prima parte, nella seconda ha vissuto un vero godimento, perché la band di Ian ci ha entusiasmati con versioni di alcuni classici dei Tull che sembrava non si potessero più sentire dal vivo, tranne magari in una cover band ‘tribute to Jethro Tull’. Anche stavolta sullo sfondo, tra un brano e l’altro, si alternavano proiezioni spiritose, per lo più da vecchi video dei Tull, ma anche alcune animazioni grafiche del tutto nuove. »Living In The Past« è stata spesso nelle scalette dei concerti dei Tull, ma è stato comunque bello risentirla dal vivo dopo tanto tempo, anche se la chitarra elettrica di Opahle è risultata un filo troppo aggressiva e mancava la solita raffinatezza di Barre.
La prima vera grande sorpresa è stata »With You There To Help Me« da »Benefit« (1970), che avevamo sentito in versione ridotta al concerto dei Tull a Schio il 4.7.2008, ma stavolta era la prima volta che veniva suonata per intero e come si deve, anche se Ian ha avuto di nuovo bisogno di un bel po’ di aiuto vocale da parte di O’Donnel. Per ragioni incomprensibili l’ottimo album »Benefit« viene fin troppo spesso trascurato, quindi speriamo che Ian si ricordi più spesso di lui. Anche il favorito hard rock »Sweet Dream«, dove abbiamo riso davanti alle immagini grottesche del videoclip con Ian nei panni del conte Dracula, è stato un gradito ritorno, anche se in passato era finito spesso nel repertorio dei concerti dei Tull. Niente di simile si poteva dire nemmeno per sogno del brano che Ian ha presentato come ‘la peggior cosa che abbia fatto in tutta la storia dei Jethro Tull’.
Aveva in mente il singolo di culto »Teacher«, che nel 1970 ebbe un successo inatteso sul mercato britannico e americano, dove diventò addirittura un hit. Non è un segreto che a Ian una delle creazioni più commerciali della sua carriera non sia mai piaciuta, anche se in realtà è uno dei brani più divertenti dell’era di »Benefit«. L’esecuzione di stavolta è stata accompagnata da immagini psichedeliche in cui dondolavano vari ‘fattoni’ hippie del festival di Woodstock, visto che il testo è una satira corrosiva su tutte le religioni, sui guru new age e sulle ‘pecore’ che li seguono creduloni. Dopodiché era tutto pronto per la più grande sorpresa dell’intera serata, che Ian ha annunciato dicendo che ‘nel 1973 ha creato un album concettuale con cui ha quasi distrutto da solo il progressive rock’. La maggior parte ha capito subito a cosa si riferiva e, tra l’entusiasmo generale, abbiamo finalmente potuto sentire »Critique Oblique«, epico inserto improvvisato della leggendaria suite/omonimo album concettuale »A Passion Play« (1973). Non c’è che dire, nessuno se l’aspettava. È bellissimo che Ian si sia ricordato di uno degli album più trascurati dei Tull, insieme a »Benefit«, »Minstrel In the Gallery« (1975) e »Stormwatch« (1979).
Il concerto ha raggiunto così il suo apice, ma le gradite scelte di evergreen ‘dimenticati’ dei Tull non erano finite. »Too Old To Rock’n’Roll: Too Young To Die« non si sentiva ai concerti dei Tull da un’eternità, mentre durante la delizia folk rock »Songs From The Wood« Ian ha dovuto tirare fuori tutte le ultime riserve vocali, e a lui e a O’Donnel è riuscito per fortuna di portare il tutto in porto. »Farm On The Freeway« dall’album »Crest Of a Knave« (1987), con cui nel 1988 ‘soffiarono’ il Grammy ai Metallica per la miglior performance heavy metal (cosa su cui Ian ancora oggi ovviamente scherza), non era una grande rarità da concerto, visto che i Tull negli ultimi anni l’hanno suonata parecchio spesso, e tuttavia quella sera è venuta fuori particolarmente bene.
La scelta dell’evergreen dei Tull per chiudere la parte regolare è stata molto prevedibile, ma comunque arricchita da inserti improvvisati extra e da un contorno audiovisivo tragicomico con ritratti di mendicanti e vagabondi di tutto il mondo, tanto che anche »Aqualung« quella sera ha suonato davvero rinfrescante. Dopo la presentazione comica dei membri della band c’è stata una breve pausa e poi il bis d’obbligo con il brano più popolare dei Tull, cioè »Locomotive Breath«, suonato in modo un po’ più compatto del solito. Il pubblico, un po’ a sorpresa, stavolta è rimasto seduto, il che evidentemente corrispondeva anche ai desideri della band. In età avanzata Ian pretende ormai dal pubblico un galateo da concerto da sala filarmonica o almeno da jazz club. Rispetto alla scaletta tipica dei concerti precedenti della sua band in Gran Bretagna, quella sera Ian ha lasciato fuori due pezzi, lo strumentale classicheggiante »Bouree« e il soffocante pezzo anticlericale »My God«, che probabilmente non è mancato a nessuno più di tanto.
I difetti, per quanto riguarda l’esibizione in sé, per fortuna sono stati pochi. Il problema più pressante resta lo stato della voce di Ian, sempre più preoccupante di anno in anno. Da dieci anni ormai fatica a cantare certi classici dei Tull, e ha difficoltà anche con il materiale nuovo. All’inizio sembrava che vocalmente non sarebbe arrivato in fondo al concerto, ma con l’aiuto e l’incoraggiamento di O’Donnel è riuscito in qualche modo a scaldarsi abbastanza da far uscire la maggior parte dei pezzi cantati almeno decorosamente fino alla fine. L’altra cosa poco piacevole è che Ian ha tagliato Martin Barre da tutte le inquadrature dei vecchi videoclip proiettati. Si è notato soprattutto durante »Too Old To Rock’n’Roll: Too Young To Die«. Poi c’erano gli assoli di chitarra di Opahle già citati, tra un brano e l’altro, in cui sembrava che Ian gli avesse chiesto apposta di reinterpretare a modo suo, a piacimento, gli assoli tradizionali di Barre. Una monelleria del genere è davvero difficile da capire, soprattutto in un signore che si avvicina inesorabilmente ai settant’anni.
Nonostante i fatti poco piacevoli appena citati, quella sera siamo stati testimoni di un altro grande concerto di musicisti tutti eccellenti sotto la bacchetta di una leggenda del progressive rock che è ben lontana dall’aver dimenticato come si tratta il suo strumento a fiato preferito e che si è divertita un mondo in ogni esecuzione. Si metteva male, ma alla fine è andato tutto benissimo. Forse l’esibizione della banda di Ian ha superato persino le aspettative, soprattutto nella seconda parte del concerto, quando ci hanno stregati con alcuni standard dei Tull belli polverosi. Ian ha messo in piedi uno show indimenticabile che, per umorismo e pungente satira sociale, non ha eguali e che vale la pena vedere a ogni occasione buona, anche se ormai non si tratta più dei Jethro Tull ma della sua band ‘privata’.
Scaletta
Album “Homo Erraticus”:
Part 1: Chronicles
1. Doggerland
2. Heavy Metals
3. Enter The Uninvited
4. Puer Ferox Adventus
5. Meliora Sequamur
6. The Turnpike Inn
7. The Engineer
8. The Pax Britannica
Part 2: Prophecies
9. Tripudium Ad Bellum
10. After These Wars
11. New Blood, Old Veins
Part 3: Revelations
12. In For A Pound
13. The Browning Of The Green
14. Per Errationes Ad Astra
15. Cold Dead Reckoning
—pausa 15 min.—
16. Living in the Past
17. With You There to Help Me
18. Sweet Dream
19. Teacher
20. A Passion Play excerpt (Critique Oblique)
21. Too Old to Rock ‘n’ Roll: Too Young to Die
22. Songs from the Wood
23. Farm On the Freeway
24. Aqualung
—bis—
25. Locomotive Breath
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