Il Malmsteen italiano che spacca in un localaccio sperduto nel cuore di Trieste (2007)
Luogo: Peter Pan Pub / Trieste / Italia
Data del concerto: 30.03.2007
Pubblico: 60
Prezzo del biglietto: 0.00€ (ingresso libero)
A volte ti ritrovi in una situazione curiosa: semplicemente non sai dove andare a sbatterti sotto il cielo aperto! Heh, la solita vecchia storia del tossico da concerti annoiato… Stavolta, del tutto a sorpresa e all’ultimo minuto, ho deciso di fare un salto a Trieste, così RockLine si becca un altro “report di concerto italiano” per il mese di marzo 2007! La vittima designata? Arturo Falcone e i suoi Stargazer! Parliamo di un tizio che ha messo mano alla chitarra solo a 18 anni. Ha imparato da autodidatta e poi si è fatto le ossa in gruppi come Devil’s Claws, Halloween e Foxy Lady.
Stargazer e Falcone sono un nome riconosciuto e stimato in Italia. Nella sua carriera Arturo ha suonato già tre volte in Slovenia (due delle quali al Kamnolom di Hruševje, vicino a Postumia). E l’interesse per lui si fa sentire anche all’estero: il tipo ha suonato dal vivo sia in Gran Bretagna che in Germania. Tra i vertici della sua carriera c’è probabilmente l’aver suonato insieme a Ronnie James Dio, leggendario pezzo da novanta e cantante di formazioni altrettanto leggendarie come Rainbow e Black Sabbath. Vale poi la pena ricordare la collaborazione di Falcone negli USA a una speciale clinic di chitarra insieme a Vinnie Moore, chitarrista dei leggendari UFO. E infine posso buttare lì che Falcone se lo ricordano di sicuro tutti i fan dei Deep Purple, perché aprì il loro concerto a Trieste, tenutosi nel lontano 12.06.1998, per la precisione allo stadio Nereo Rosso.
E restiamo proprio allo stadio Nereo Rosso. L’osteria Peter Pan, dove era annunciata la serata degli Stargazer, si trova infatti a due passi dallo stadio. Percorri la strada principale attraverso Opicina, arrivi dritto al incrocio dello stadio e giri, non verso lo stadio ma a destra, e parcheggi subito. Il pub sta in una stretta stradina a senso unico in mezzo a un quartiere residenziale, a qualche minuto a piedi in salita!
Insomma, proprio in culo al mondo. Quando ho varcato la soglia del pub non potevo credere ai miei occhi: ecco dove avevano intenzione di suonare gli Stargazer. Il proprietario aveva spostato qualche tavolo e ficcato la band in uno spazio di 6 metri (in lunghezza) e giusti giusti 3 (in larghezza), nel passaggio tra il bagno e il bancone principale. Sì, la larghezza l’hai letta bene. Così batterista e bassista per la maggior parte del concerto hanno comunicato con il muro dalla parte opposta. Solo Arturo e il cantante potevano tenere il contatto con il pubblico, con vista libera sul bancone principale e sulla sala del locale.
Quindi il primo “handicap” del concerto è stato proprio il posto e le condizioni da “scatoletta piena di sardine”. La band, a dire il vero, non si è lamentata granché. Evidentemente sono già abituati a situazioni del genere e ci tengono testa con calma. Quello che ha affossato la band, invece, è stato il suono. I ragazzi suonavano da garage, durante il concerto il suono ballava un sacco, c’è stato qualche “stecca”, forse perfino scusabile, visto che i poveretti dovevano stare attentissimi a non rovesciare la birra a qualche cliente seduto al tavolo lì accanto. Insomma, il suono era lontanissimo dall’essere soddisfacente. In quel buco minuscolo la batteria ha preso il comando e ha falciato soprattutto voce e chitarra, il cui suono veniva brutalmente risucchiato e portato via per tutto il concerto.
La band ha aperto il concerto alle 22.15! Fin dall’inizio, ovviamente, si respirava hard rock melodico di puro neoclassicismo, cresciuto sui pionieri come Randy Rhoads e Yngwie J. Malmsteen. Il gruppo ha presentato l’album d’esordio uscito da poco, intitolato “Stargazer”, e ha condito il concerto con parecchie cover di nomi noti dell’hard rock, soprattutto di quelli famosi per avere in formazione un velocista delle dita dalle velocità solistiche da capogiro, come Running With The Devil (Van Halen), Panama (Van Halen), Soldier Of Fortune (in origine dei Loudness), l’imponente chiusura del concerto con Superheroes (Racer X), e poi una Mr. Crowley (Ozzy Osbourne) davvero sfortunata, per cui bisogna rimproverare soprattutto l’incompatibilità del timbro del cantante e le sue stesse sbavature! D’altra parte la band ha brillato in particolare con lo strumentale di Malmsteen Trilogy e nelle esecuzioni di I Am A Viking e, verso la fine, di Rising Force. Arturo ha anche reso un omaggio speciale al suo grande modello Richie Blackmore con Kill The King (Rainbow), dove il cantante ha combinato di nuovo qualche misfatto imperdonabile.
Basso e batteria sono di altissimo livello. Se ci aggiungi Falcone, ottieni praticamente il vero prototipo italiano di Malmsteen. La voce, invece, ha rovinato praticamente metà del concerto e ha zoppicato su tutta la linea dall’inizio alla fine. Arrivava in ritardo sui versi, cedeva nelle tonalità più alte, dove restava indietro di fino a mezzo tono troppo basso, e si vedeva che il tizio non padroneggia nemmeno a sufficienza i testi, tanto che un paio di volte ha perso il filo mentre cantava. L’esecuzione di Trilogy ha subito messo in risalto e fatto capire che gli Stargazer potrebbero funzionare molto meglio come band da jam session strumentale, cosa che a novembre in Slovenia ha dimostrato per esempio Damir Simic Shime! Però Falcone è a distanza di anni luce da uno stile riconoscibile. La colpa è soprattutto della voglia di imitare Malmsteen. Che cosa significa?
Il suo modo di suonare toglie il fiato! Velocità e precisione, senza dubbio. Eppure c’è la solita trappola classica in cui cade un certo tipo di musicista. Si perde nel mare di note e nel rispetto delle regole dettate dalla scuola di musica. In Falcone non c’è nemmeno un briciolo di personalità, unicità, riconoscibilità o come diavolo vogliamo chiamare quella cosa che si definisce “originalità”.
I ragazzi hanno macinato un’ora e tre quarti. Hanno mostrato un’ottima intesa, e questo vale in tutto e per tutto per la parte strumentale della band, ma con un cantante che aveva ancora un sacco di margine e per il quale, con una condizione del genere, sarebbe meglio salutare il gruppo il prima possibile. Gli Stargazer sono una formazione da palco più grande, perché ripropongono pezzi pesanti ereditati dal patrimonio dell’hard rock melodico e sono di sicuro un’attrazione a modo loro. Non capita mica tutti i giorni che qualcuno ti suoni una cover dei Loudness, figurarsi che si azzardi a maneggiare la velocità di Malmsteen. Un’attrazione, sì, ma da vedere in una vera sala concerti e non in un localaccio sperduto, dove con un movimento un po’ brusco dalla posizione di partenza puoi buttare giù la batteria, pestare un piede al bassista e urtare un cliente-masticatore di panini così che il boccone gli si pianta in gola e si ritrova in pericolo di vita, prima ancora che tu riesca ad aprirti un varco fino al “ripostiglio” degli scarti, in parole povere il bagno.
Scaletta
1. Ain’t Talkin’ ‘bout Love
2. Too Young To Die
3. Out Of Control
4. I’ll See The Light Tonight
5. You’re No Good
6. Kill The King
7. Mr. Crowley
8. Unchain
9. Rock The Night
10. Trilogy
11. Panama
—pausa— (15 min.)
12. Soldier Of Fortune
13. 18 And Life
14. I Am A Viking
15. Crazy Night
16. One In A Bunch
17. Running With The Devil
20. Drum solo
21. Rising Force
—bis—
22. Superheroes