Il manifesto nero dell’Ortofest (2013)

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Foto: Jerneja Jerak

Luogo: Orto Bar, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 11.04.2013
Pubblico: 200
Prezzo del biglietto: 6 €

Con nomi come Noctiferia ogni metallaro sloveno può sentirsi orgoglioso di arrivare da questo nostro piccolo angolino infernale dell’universo. I ragazzi di questa lega d’acciaio fatta di musicisti eccellenti e amanti di suoni e ritmi più estremi non sono solo seminatori scafati di sonorità death metal oscurate, ma anche tra i pochi del genere che ogni tanto osano rimescolare le carte e ricablare le terminazioni nervose della propria essenza, senza trascurare la crescita evolutiva e il livello qualitativo dell’eccellenza. Puoi anche non sopportarli, per le tue ragioni da puritano, ma al quintetto di Lubiana devi riconoscere lo status di illustri despoti del metal sloveno e ammettere che sono strateghi calcolatissimi delle sfumature più estreme del marketing commerciale su come dovrebbe apparire il metal, sul palco e su disco. Dopo il battesimo di sangue con il disco Baptism At Savica Fall sono successe un sacco di cose. Sono cambiati i membri, è cambiato il suono, e con l’arrivo del nuovo orco dalla voce gutturale Gianni Poposki, all’inizio del millennio, i Noctiferia hanno virato dalle acque black metal verso quelle più tecniche dell’industrial e del death metal più estremo. Sì, lo ammetto: sono diventati più appetibili commercialmente, ma la questione è se serva lapidare subito il carisma di musicisti più visibili e incisivi, che non si accontentano delle sole briciole sotterranee delle viscere dei club underground, e trascinarli al patibolo dell’esecuzione, dove di solito finiscono tutte le anime vendute. Io qui sto più dalla parte di chi difende la progressione: questa sfrontatezza e questo coraggio, da amante della musica e non della posa, li saluto con piacere.

Anche per questo ero curioso di vedere che cosa fosse successo davvero, proprio sul palco dell’Orto, dall’iniziazione di inizio millennio del carismatico Gianni. Dopo lo sfondamento all’estero e la collezione di scalpi dei fan di colleghi più affermati sui palchi stranieri (oltre agli Hypocrisy mi viene in mente, nello stesso fiato, anche l’accostamento dei Noctiferia a Cannibal Corpse e Malevolent Creation …) ci sono stati alti e bassi, ma dalle fauci della rovina totale sono sempre tornati, alla maniera darwiniana dei sopravvissuti, ancora più grossi e più forti. La prova, se non sbaglio, è stato anche il recente quindicesimo anniversario di attività, e dopo l’arrivo dell’eccezionale batterista Mathias Gergeta, Gianni Poposki, i chitarristi Igor Nardin e Roman Filš e l’ottimo bassista Uroš Lipovec hanno trovato nuova spinta per penetrare ancora più a fondo nelle anime e nelle orecchie dei giovani sloveni. E questa iniziazione è sempre rumorosa e sconvolgente, stavolta accompagnata anche dall’uscita del nuovo disco, il quinto in studio, che dovrebbe portare la sua luce sanguinosa dell’illuminazione in questo mondo marcio entro la fine dell’anno, in un mondo post-cataclismatico che non sembra voler finire mai. Stavolta qualcosa di buono si prometteva anche per il palco, di solito dall’impostazione ben diversa, dell’Orto di Lubiana. Uno dei motivi più solidi per avviarsi verso l’epicentro della scena club slovena è stato così, quest’anno, anche il nome Noctiferia.

Davanti all’Orto già prima delle nove si era radunato un bel numero di sostenitori di ritmi e suoni più estremi, visto che nel foyer del locale c’era di nuovo anche il bazar metal, una specie di mercatino delle reliquie metalliche. Bastava una sbirciata veloce all’offerta per capire ancora una volta che la media della scena slovena preferisce sciarpe e orpelli metallici ai supporti musicali, così ho saltato volentieri questo capitolo della serata e sono salito al piano di sopra, dove il palco era già pronto per l’atto centrale. Poco prima delle undici e mezza di sera, davanti a una sala stipata, in cui tra i fedelissimi in maglietta nera si erano infilati anche attivisti del movimento Anonymous e alternativi di tutt’altre acque, dopo le prime battute di un’intro teatrale industrializzata e gli ultimi controlli alle console delle chitarre è arrivato il momento di cambiare aria a colpi di suoni potenti: lo sbarco sulle orecchie è partito e con lui la lettura dei passi del vangelo di questi tempi disarmonici. Il baricentro dello show del quintetto di Lubiana poggiava strategicamente sui pilastri dell’ultimo disco Death Culture, e l’inferno post-industriale dell’egemonia del nuovo ordine mondiale i Noctiferia lo dipingono con una metrica pedante di chitarre, basso e batteria bilanciati, mentre il centro del palco è affidato a un Gianni di ottimo umore, che già alle prime battute mostra di avere sempre la situazione sotto controllo e di divertirsi un mondo nel contatto tra i riflettori e gli occhi della folla. Le prime note di Catarsis mostrano la forma e l’alto livello di preparazione e agilità che l’ingranaggio metallaro della band ha già di suo, senza bisogno di un giro di riscaldamento. Igor e Roman cadono nel loro trance, mentre Uroš sostiene splendidamente le basi pesanti con la sua presenza scenica.

Veemenza e un atteggiamento distaccato sul palco stavolta stanno meglio addosso della voglia generica di compiacere i gusti musicali della folla, e proprio il seguire con coerenza il proprio filo rosso di pensiero e concetto dà a ogni concerto della band quel tocco riconoscibile e tutto suo di patina infallibile. I Noctiferia sono una macchina da concerto ben oliata, che all’Orto porta a termine con sicurezza il suo intervento chirurgico di routine, ma comunque manca un po’ di spazio per far passare la serata a una marcia più alta. Nonostante la potenza e il respiro sinfonico, Delluders & Followers non suona proprio come su disco, e la sinfonica black metal di solito così incisiva diventa claustrofobica anziché epica, come l’abbiamo vissuta sul palco del Kino Šiška. Il palco dell’Orto è troppo stretto per la danza perfetta di tutte le passioni, e io almeno non sento un flusso di energia del tutto sciolto tra chi sta sul palco e la folla, che in parte sta lì immobile a guardare il climax infernale dell’Ortofest, in parte ne approfitta per qualche sporadico sfogo di mosh pit scollegato di un paio di singoli. In mezzo alla gente spunta un paio di rappresentanti mascherati del movimento ribelle Anonymous, che ravvivano l’atmosfera sotto il palco, ma il conglomerato rurale-urbano di »intenditori« non respira a pieni polmoni. Il mosh pit massiccio che ci si aspettava è diventato più che altro un restare lì fermi, e i singoli sfoghi di liberazione da concerto sono stati rari e stranamente isolati nelle prime tre file. La resa dei conti con le leve del sistema è perfettamente in sintonia con i tempi in cui viviamo, ma la folla non ha colto l’appello fino in fondo come previsto, e le reazioni fiacche sono diventate un bagaglio un po’ fastidioso per un’esibizione altrimenti di altissima qualità e una presentazione impeccabile del materiale più recente della band. Interazioni, cori e applausi ce ne sono stati meno di quanto uno si aspetterebbe, ma i Noctiferia portano avanti indisturbati il loro diktat e la lettura del loro libro di incantesimi moderno.

Death Culture è un dito medio ben alzato ai tempi che viviamo, e il nichilismo del black metal stavolta è rimodellato e cucito in trame di suoni più industrializzati, per cui a tratti i Noctiferia suonano come i Coal Chamber o i DevilDriver su una tintura alla Rob Zombie, ma naturalmente si sente per intero anche l’influenza dell’ormai famigerato Peter Tägtgren. Il suono è comunque buono, e i pezzi, nonostante le valvole non siano aperte proprio al massimo, si distinguono soprattutto per un’esecuzione eccellente e impeccabile. Gianni risveglia anche il ricordo del passato. Proprio dodici anni fa, sul palco dell’Orto, c’è stato il battesimo da concerto del giovane cantante in questa formazione, e quindi, dopo tanti anni, l’esibizione dei Noctiferia all’Ortofest ha ancora una nota sentimentale. Sotto i ponti del Tromostovje di Plečnik da allora è passata un’enormità di Ljubljanica, e la band è diventata molto più unita e compatta, come dimostrano di pezzo in pezzo. Seguono Monarch e la brutale Slavedriver, poi un intro elettronico sexy e una voce radiofonica ipnotica che si insinua sotto pelle e suggerisce che »Absolute power corrupts absolutely«, e infine la demoniacamente dolce Demoncracy. Siamo tutti schiavi dei flussi di denaro e dei demoni della »terra promessa« capitalista; il buon vecchio dio, già bello che cantato, nel quale a parte i bigotti non crede più un granché di gente intelligente e sensibile, l’abbiamo sostituito con ideali profani, e i Noctiferia pronunciano la loro provocazione in forma artistica. »Money is your God« canta Gianni. Di rinforzi nello spettro sonoro di nerezza distorta non ne mancano.

Poi arriva finalmente anche il momento che alcuni di noi aspettavano con ansia. Igor prende in mano la bestia a otto corde, il resto della band si prepara con sicurezza al battesimo dal vivo del pezzo Rudra (immagino sia un titolo provvisorio, visto che il frontman della serata il nome del pezzo non lo dice …), il primo brano mostrato del disco che dovrebbe tuonare a pieno volume verso la fine dell’anno. La ritmica è fantastica, e stavolta i Noctiferia sono ancora più devoti agli estremi matematici. I Meshuggah scivolano in testa del tutto in automatico, e un bridge eccezionale si accende nel cervelletto come l’urto megatonico di una bomba nucleare o un fulmine da mille megawatt. Le otto corde sono sfruttate bene, perché la chitarra di Igor aggiunge a un suono già così massiccio un paio di grammi di peso in più e un po’ più di profondità. La promessa del nuovo disco, miei cari, è eccezionale, e i Noctiferia hanno girato ancora una volta pagina nel loro libro degli incantesimi, in direzione di un dominio ancora maggiore e del consolidamento del loro status già glamour di titani pesi massimi della Slovenia! Concorrenti in questo campo ne hanno parecchi, ma pochi sono all’altezza di sfidare degli uomini che sanno qual è la loro missione e percorrono questa strada senza un briciolo di dubbio sul proprio successo. Questa è la strada dei vincitori, mi permetto di aggiungere. Purtroppo stavolta di novità ne servono solo una, poi si torna a materiale un po’ più vecchio e a un pizzico di promozione di quello che hanno registrato per ultimo e che puoi ancora portarti a casa per metterlo sui tuoi scaffali (se ovviamente non giuri solo e soltanto sul risucchio impersonale del nettare musicale direttamente dalla rete …).

Terror e Rust non fanno torto alla bombastica sonora dell’ultimo disco. Dopo l’ouverture di Death Culture e i picchi del 2010 arriva anche il momento di pescare più a fondo nel tesoro del passato. La selettività qui è evidentemente una cosa importante, e i ragazzi mostrano il loro senso estetico per l’accordo tra forma e contenuto dosando nella serata le giuste porzioni di Slovenske morbide. Una versione più grezza di Turn Away è seguita dai passaggi inneggianti, consumati dalla routine, di So Devoid, che comunque non mi convince del tutto, mentre suona decisamente meglio il pezzo per cui, dopo la prima visione del video, mi ero stampato i Noctiferia nel subconscio. L’industrial cupo di Mara anche dal vivo scuote ogni fibra del mio essere, le ondate di ritmiche rallentate e innicche, alla maniera dei Soulfly, sbriciolano e pretendono il loro tributo di sangue, e io mi rivedo davanti agli occhi il pantheon egizio degli dei, l’immagine di Thoth e le parafrasi del testo originale, come lo scrisse in stato di estasi Aleister Crowley sotto dettatura dello stesso Thoth. Che non sono seguaci di nessun sistema di indottrinamento e di rimbecillimento religioso lo proclama col suo grido finale di redenzione e liberazione definitiva anche l’eccezionale Holymen, che sta a Mara come il cacio sui maccheroni, e a quel punto, in cerca della dose di ossigeno più che necessaria, ancora prima della fine del primo bis ho deciso di farmi largo verso il fresco serale di quel giovedì. Dalla sala hanno poi iniziato a gocciolare fuori anche le altre anime, che se ne sono andate a vagare chissà dove.

Dopo il concerto ho sentito dire da qualcuno, anche da custodi di una concorrenza qualitativamente non all’altezza, che ha perso il senso della propria esistenza musicale già da un pezzo, che i Noctiferia non erano proprio quelli giusti e che dal palco soffiava più pop che nerezza, cosa su cui non potrei essere d’accordo. Assolutamente no, a meno che nel frattempo, a mia insaputa, il gusto generale delle masse non sia cambiato di nuovo e alle radio non girino di nuovo suoni più avanguardistici di un rumore maledettamente perfetto e splendidamente articolato? Credo comunque che i Noctiferia dopo il concerto avessero ancora un po’ di riserva e che dai loro polmoni e dai loro petti avrebbero potuto spremere più succo e più semi neri, ma di occasioni per farlo ce ne saranno ancora una marea. Abbiamo avuto una delle esibizioni migliori dell’Ortofest di quest’anno, e un’esibizione in perfetta sintonia con i tempi in cui viviamo. Siamo ombre nella cultura della morte. Siamo apparizioni erranti che hanno bisogno di una scossa, di forti schiaffi musicali e di appelli alla rivolta. I Noctiferia ce l’hanno, e i Noctiferia cantavano queste cose già molto prima dei tempi di oggi. Mi viene in mente solo la splendida esecuzione di Fond Of Lies, per la quale quella sera mi è mancato anche qualcosa di più vecchio da Per Aspera o qualche brillante inaspettato dal primo Baptism At Savica Fall. Il passato più lontano se l’è evidentemente portato via la corrente del tempo. Evoluzione, che ci vuoi fare? Anche se i denti dei Noctiferia sono più bianchi e più lucidi, sanno comunque mordere maledettamente dolce fino al midollo del cuore e, con vibrazioni e frequenze a bassa frequenza, risvegliare le emozioni vere. Sono artisti e conoscono i trucchi giusti, per cui credo che il loro incantesimo sulle masse sarà duraturo e che ogni disco successivo sarà un passo avanti sulla scala evolutiva della qualità musicale. E che cosa di più si potrebbe osare desiderare o pretendere, magari con un po’ di blasfemia, da tutto questo? Resta il fatto che ogni notte ha la sua forza, che a scopare non si fanno rimpianti, miei cari, e che a questo scaglione di ottimi musicisti di Lubiana, nonostante una lieve riserva, non si può rimproverare di non aver offerto ottimi motivi per scaricarsi. Se non ti sei scaricato del tutto, hai semplicemente assistito al concerto sbagliato, anche se è vero che ogni orecchio ha il suo pittore. Dei gusti stavolta non spenderei parole, e ai portatori d’incanto della notte, i possenti Noctiferia, vorrei dire solo, di cuore e sinceramente, grazie per tutto l’impegno e per tutto il bene che hanno offerto finora, e un grazie grande già in anticipo per le splendide offerte musicali che spero ci toccheranno ancora quest’anno!

Scaletta

  1. Catarsis
  2. Delluders & Followers
  3. Monarch
  4. Slavedriver
  5. Demoncracy
  6. Rudra *
  7. Terror
  8. Rust
  9. Turn Away
  10. So Devoid
  11. Mara
  12. Holyman

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