Il “menage-a-trois” norvegese alla Gromka! (2013)
Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad
Luogo: Gromka, Metelkova, Lubiana
Data del concerto: 11.04.2013
Da un concerto promosso dagli organizzatori con un manifesto sballato coi mariachi messicani, se non conosci le band in cartellone ti aspetteresti tutt’altro. E invece no, sul palco non c’era Antonio Banderas, figuriamoci l’indimenticabile trio del videoclip cult dei Beastie Boys, Hey Ladies. Nell’ambito del tour Fire Walk With Me, giovedì scorso alla Gromka si sono fermate infatti tre formazioni norvegesi, due delle quali da noi addirittura in prima assoluta, mentre i capitanti del tour, i Vreid, sono ormai vecchie conoscenze, sempre ben accette, dei nostri palchi.
Alle dieci e un quarto accademico sono saliti sul palco per primi gli In Vain, che con mia enorme gioia hanno finalmente smosso le loro pigre chiappe per un tour europeo un po’ più corposo. Questa formazione norvegese di progressive black/death metal, infatti, non riesco a togliermela dalla testa e dalle orecchie fin dal fenomenale esordio The Latter Rain (2007). Con quel disco la band si era data obiettivi altissimi, ma col disco successivo, Mantra (2010), sembrava che l’esordio fosse stato solo fortuna da principianti. L’album uscito da poco, Aenigma, ha fatto risalire di nuovo la curva della qualità e ha portato per la prima volta dalle nostre parti il settetto norvegese. Gli In Vain hanno proposto il loro lato musicale grandioso ed epico, quello dei tre album, che ha dimostrato il loro maestro senso della composizione. Brani di lunghezza epica, durante i quali gli In Vain sono riusciti a infilare senza fatica un’intera tavolozza di emozioni e generi musicali, hanno risucchiato con facilità il pubblico, benché poco numeroso. Va lodata soprattutto l’ottima prova di Sindre Nedland, che ha garantito un contatto genuino col pubblico e una performance vocale varia e di alto livello, tra voci pulite contagiose e vocalizzi brutali e grezzi. Se Sindre aveva il carisma giusto, lo stesso si fa fatica a dire del mente della band, Andreas Frigstad, nonostante un urlato black metal piuttosto solido. Con quel suo gironzolare pigro sul palco e quegli sguardi pseudo-cattivi ha fatto un figurone persino peggiore del pugilato di Tim “Ripper” Owens. Ciononostante gli In Vain hanno portato a casa i loro quaranta minuti con lode: i pezzi di Aenigma dal vivo suonano già travolgenti e convincenti, ma a lasciare a bocca aperta sono state soprattutto le epopee complesse e movimentate dell’esordio Det Rakner, October’s Monody (con quel pezzetto “alla Nick Cave” indimenticabile) e il finale titanico con The Titan.
Una vera delusione sono stati invece, subito dopo, i Solefald, o meglio la band “tribute to” Solefald. Gli unici due membri fissi dei Solefald, Cornelius e Lazare, sono infatti rimasti a casa (Lazare) o, a quanto pare, si sono beccati un’intossicazione alimentare (Cornelius). Purtroppo i due in tour sono accompagnati come session band proprio dagli In Vain, che hanno comunque eseguito un set più breve: un bel gesto, senza dubbio, ma sarebbe stato meglio lasciar perdere. Il black metal d’avanguardia da artefagi è stato infatti una vera tortura per gli organi dell’udito, e a rendere il quadro ancora peggiore hanno contribuito anche: i balletti da scaldabagno del bassista, che ti aspetteresti piuttosto da band tipo i Coldplay, e i testi che in qualche circolo di filosofia e lettere si beccherebbero probabilmente l’etichetta di “geniali”, con ragazzini e ragazzine dai ciuffetti leccati e dai immancabili occhialoni con la montatura nera e spessa che se li scarabocchierebbero sui quaderni. Vi faccio qualche esempio di questa idiozia: “Coco Chanel – welcome to hell/Let me out of my prison cell”, “The truth as it was told to me by Calvin Klein”, “« The USA don’t exist/Again I’m pissed.” Ammetto che una band “tribute” senza i veri leader possa aver suonato male, ma non ho poi tutta questa voglia di riprovarci un’altra volta.
Il sapore di “Solefald” in bocca l’hanno rimediato i norvegesi Vreid, nati dalle ceneri della cult band norvegese Windir dopo la tragica morte del suo frontman Valfar. Ma i Vreid, strada facendo, sono diventati molto più di un semplice “ripiego” dei Windir e si sono affermati come una formazione eccellente con una identità tutta loro. Di recente la band ha pubblicato il sesto album, Welcome Farewell, che conferma soltanto l’allontanamento dalle radici black metal e la variegata evoluzione di una musica già di per sé ricchissima. I Vreid sono entrati in scena su un palco efficace, decorato con le vignette della copertina del nuovo album, sulle note epiche del singolo The Ramble, che già dall’inizio hanno dipinto il quadro del folklore norvegese. Il carismatico frontman Sture è passato subito in primo piano e, nella divisa d’ordinanza con la bandiera norvegese, ha comandato la sua armata Vreid con forza ed efficacia. I Vreid più recenti hanno una componente melodica molto marcata, che tinge la loro visione del black metal di forti influssi rock, approfonditi da momenti quasi folk, da “polka”, sui quali ballerebbero anche gli Oompa Loompa; un bell’esempio è stato subito dopo lo splendido The Reap, con riff contagiosi e assoli da brividi. I Vreid toccano nei testi temi che si potrebbero dividere grosso modo in tre parti: sui primi dischi ci sono il male e le tenebre, vicini ai temi classici del black metal; il periodo centrale della band è segnato fortemente da testi sul folklore norvegese, e ancora di più da testi sulla seconda guerra mondiale e sulla lotta contro l’occupante; su Welcome Farewell i Vreid tornano invece a elementi più fantastici e mistici. Proprio quest’immagine ce l’hanno dipinta con facilità, perché con ad esempio The Reap e Welcome Farewell ci hanno portati nei cupi boschi norvegesi, con Songen at Fangen e Raped By Light in un riffing black metal di grandezze epiche, e con Alarm tra le file dei norvegesi che si ribellarono all’occupazione tedesca durante la seconda guerra mondiale. I norvegesi hanno trovato una nicchia eccellente di black metal mescolato a ritmi rock ‘n roll e a influssi occasionali di thrash metal, che è unica e al tempo stesso maledettamente contagiosa! Sul palco i Vreid, guidati dal chitarrista e cantante Sture, sono stati la definizione perfetta del proprio nome, che tradotto significa ira; nonostante l’ottima esibizione (o forse proprio per quella) si sentiva però forte la mancanza di qualche pezzo in più. Ci sarebbero stati bene, ad esempio, Jarnbyrd o Under Isen dall’album I Krig, che stavolta i Vreid hanno ignorato del tutto. Ciononostante questi iracondi norvegesi hanno rimediato senza problemi al sapore sgradevole del disastroso centro serata, e hanno suonato uno dei migliori concerti di quest’anno tra quelli passati da noi finora.
Scaletta
VREID:
1. The Ramble
2. The Reap
3. Songen at fangen
4. Welcome Farewell
5. Arche
6. Alarm
7. Sights of Old
8. Raped By Light
9. At the Brook
10. Pitch Black
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