Marillion.com
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Marillion
Etichetta: Castle Communications
Uscita: year
Durata: 62:28
Voto: 3.5/5
I leggendari art rocker Marillion, il segreto musicale britannico custodito con più gelosia, per il loro undicesimo album in studio hanno scelto probabilmente il titolo più scontato che ci fosse, »Marillion.com«, ispirato al loro sito ufficiale: una scelta che, conoscendo i fatti dietro la nascita del disco, diventa quasi ovvia. Prima di mettersi a registrare »marillion.com«, infatti, il quintetto di culto di Aylesbury ha lanciato un’iniziativa innovativa, invitando tutti i fan sul sito a cofinanziare l’uscita del loro terzo e ultimo album per la Castle Communications. La risposta dei fan ha superato ogni aspettativa, ma il successo commerciale di »marillion.com« è stato sotto la media: è stato il loro primo disco a non entrare nella top 40 della classifica britannica. Ha contribuito un po’ anche il fatto che fosse il primo album per cui non è uscito nemmeno un singolo ufficiale. Eppure »Deserve« è stato scelto come singolo promozionale, mentre »Rich« è diventato un singolo speciale per le radio brasiliane. Ai fan fedeli che hanno aiutato a finanziare »Marillion.com« i Marillion hanno reso il favore pubblicando le loro foto nel libretto dell’album.
I risultati musicali sono stati piuttosto altalenanti e, a dirla tutta, »marillion.com« è uno dei loro lavori meno ispirati, con un enorme passo falso intitolato »Built-in Bastard Radar«, mentre un paio di brani rientrano comunque nell’élite dell’intera produzione dei cult dell’art rock britannico. Su »Marillon.com« c’è parecchia sperimentazione rischiosa e coraggiosa a cavallo tra i generi, e in realtà è una sorpresa positiva che l’album, nel complesso, sia comunque un lavoro molto solido. Nell’ottimo epos conclusivo »House«, per esempio, hanno sperimentato con dance/trip hop e jazz fusion, ottenendo un risultato finale sorprendentemente buono. In »House« e »Deserve« hanno usato fiati ospiti (sax, tromba), il che ne fa l’album dei Marillion con più elementi jazz, anche se bisogna dire che sono piuttosto »timidi«.
Al cantante Steve ‘Mr. H’ Hogarth, per i testi, ha dato di nuovo una mano il collaboratore di lunga data John Helmer, per il quale questa è stata l’ultima collaborazione con i Marillion fino al 2012, quando ha firmato il testo di »Pour My Love«. Va anche detto che »Marillion.com« suona con una produzione molto buona, moderna per l’epoca, anzi decisamente migliore di quella del mediocrissimo predecessore »Radiation« (1998), visto che la band ha unito le forze con il musicista e produttore di culto Steven Wilson (Porcupine Tree, No-Man, Storm Corrosion, Blackfield). Tra l’altro, nel 1997 Wilson aveva collaborato come musicista, compositore e produttore con l’ex cantante dei Marillion, Fish.
Una cosa che a »marillion.com« non si può proprio rimproverare è la monotonia o il riciclare roba già sentita: ogni brano è un capitolo a sé e un concentrato di eclettismo artistico del tutto unico. Il complesso e piuttosto enigmatico »A Legacy« dà all’ascoltatore, nei primi secondi, la falsa impressione di essere una lenta introduzione all’album, anche se già dopo il primo passaggio vira verso acque energiche, dominate da un robusto riff di chitarra firmato Steve Rothery. Il ritornello a più voci, nonostante il commovente apporto vocale di H, suona un po’ monotono, ma Rothery e soprattutto il tastierista Mark Kelly, con il loro modo di stendere vivaci tessiture di sintetizzatori, fanno sì che un pezzo in fondo piuttosto mediocre, dopo vari ascolti, diventi decisamente più piacevole.
Un pezzo sensibilmente più interessante è, per gli standard dei Marillion, un art rocker bello incisivo come »Deserve«, dove sorprendono le energiche parti di sax e tromba e le complesse linee di basso di Pete Trewavas. Questa combinazione porta nella struttura del brano un pizzico di jazz fusion e anche di glam, che ravviva un po’ lo spirito dei leggendari Roxy Music. Anche la power ballad »Go!«, spiccatamente ambient e melodica, dove il canto da spezzare il cuore di H arriva a un’espressività davvero speciale, è un esperimento interessante fatto di stratificazioni di sintetizzatori e delicati accordi di chitarra a 12 corde, con il culmine in un ritornello ipnotico. Non manca nemmeno un finale epico da brividi. È uno di quei momenti lodevoli del disco che dimostrano chiaramente come i Marillion non abbiano perso neanche per sbaglio il loro raffinato talento, coltivato negli anni, per creare melodie splendide che, con la loro magia, in un attimo trasportano in un mondo parallelo chi sa sintonizzarsi con loro.
Il solido ma poco emozionante »Rich«, con la sua melodia funky e i battimani, rispetto al resto di »marillion.com« è un brano quasi pop rock, del tutto leggero e ancora una volta qualcosa di completamente nuovo nel catalogo compositivo dei Marillion fino a quel momento. Il potenziale da hit c’è di sicuro, ma le energiche parti di chitarra, i numerosi giochetti all’organo Hammond e il canto complesso e a tratti quasi sghembo di H, messi insieme, suonano ancora troppo sperimentali perché questo pezzo possa mai finire »per sbaglio« su una qualche radio commerciale. Ambient molto più profonda è la splendida power ballad »Enlightened«, che sulle ali di dolci accordi di chitarra a 12 corde e della voce malinconica di H riesce a catturare l’anima di una band matura, che ha fatto davvero tantissima strada e attraversato più di una sbalorditiva evoluzione sonora dai suoi pur magnifici esordi neo-prog.
L’ibrido bizzarro di hard alternative rock »Built-in Bastard Radar« è, come già detto, di gran lunga il pezzo peggiore di »Marillion.com« e anche uno dei punti più bassi dell’intera carriera della band. Né il possente riff hard rock né il rigoglioso strato di organo Hammond riescono a salvare il caos generale e un testo smaccatamente cretino su »machi« e »cacciatori«. Lo stesso vale per le smorfie vocali di H passate nel vocoder, del tutto superflue, che sembrano un tentativo fallito di accontentare il gusto medio della cosiddetta generazione MTV. Per fortuna il resto dell’album è su un livello alto, e il retrogusto cattivo lo cancella subito l’ottima power ballad »Tumble Down the Years«, che con il suo arrangiamento portante ricorda perfino un po’ il classico dei The Beatles »Here Comes the Sun«, ma soprattutto, con l’atmosfera positiva, la solare melodia di chitarra acustica e il ritornello melodico, rievoca alcuni dei migliori traguardi del passato dell’era H.
L’ambizioso e spiccatamente sperimentale »Interior Lulu«, dove i Marillion ricordano che nel profondo del cuore e dell’anima restano innanzitutto dei rocker progressive, nonostante la parte iniziale lenta e un po’ sonnolenta, piena di insolite variazioni ritmiche, nel complesso risulta molto interessante e rientra tra i momenti migliori di »marillion.com«. Dopo il primo passaggio arriva un’inattesa svolta in una sezione infuocata e caotica, dominata da bruciati passaggi di chitarra e feroci rullate del vecchio lupo Ian Mosley. Mr. H è di nuovo magnifico nei panni del paroliere da spezzare il cuore. La sezione centrale, guidata dall’assolo di chitarra di Rothery, è un vero piacere per le orecchie e uno dei picchi ambient di »Marillion.com«. Lo supera solo la conclusiva, eterea »House«, un trip hop da groppo in gola che con la sua indescrivibile malinconia, sulle ali di agitate parti di tromba, segna una nuova pietra miliare nella produzione sperimentale dei Marillion fino a quel momento, e addirittura una delle migliori chiusure di un loro album. Qui si distinguono in particolare Kelly, che stende strati di sintetizzatori creando un’atmosfera profondamente malinconica, e Hogarth, che con una prova vocale straordinariamente emotiva dimostra ancora una volta perché è uno dei migliori cantanti dell’art rock.
Con »Marillion.com« i Marillion hanno messo a segno uno dei loro esperimenti in studio più bizzarri: non è privo di difetti, ma questi vengono ampiamente superati da una valanga di momenti brillanti, con incursioni coraggiose ed entusiasmanti in territori sonori fino ad allora inesplorati. In certi brani si sentiva chiaramente che all’epoca i Marillion si stavano godendo a pieno la libertà sperimentale e il testare i confini dell’art rock, ma d’altra parte volevano ancora gustarsi e ripescare almeno un po’ del successo commerciale passato, anche conquistando il cuore delle generazioni più giovani, che dei Marillion non si ricordavano come attrazione neo-prog degli anni Ottanta. Sul piano commerciale e sonoro, a »Marillion.com«, come al predecessore »Radiation«, questo non è riuscito. Sul piano sonoro ci sono riusciti solo nel 2001 con »Anoraknophobia«, un flop commerciale che però tra i fan è ancora oggi uno dei loro album più amati.
Formazione
Steve Hogarth – voce, tastiere, percussioni
Steve Rothery – chitarra
Pete Trewavas – basso
Mark Kelly – tastiere
Ian Mosley – batteria
MUSICISTI OSPITI:
Ben Castle – sax in “Deserve”
Neil Yates – tromba in “Deserve” e “House”
Andy Rotherham – battimani aggiuntivi in “Rich”
Produzione
Marillion e Steven Wilson
Tracklist
1. A Legacy (6:16)
2. Deserve (4:23)
3. Go! (6:11)
4. Rich (5:42)
5. Enlightened (4:59)
6. Built-in Bastard Radar (4:52)
7. Tumble Down the Years (4:33)
8. Interior Lulu (15:14)
9. House (10:15)