Il mecenate del prog rock porta a Trieste una lezione di perfezione malinconica (2016)

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Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Trieste / Teatro Politeama Rossetti / Italia
Data del concerto: 26.04.2016
Pubblico: 1500
Prezzo del biglietto: 52,00€ (platea)

Sul polistrumentista, cantante, compositore, produttore, mago dei computer e fonico inglese Steven Wilson, mecenate centrale del progressive rock contemporaneo, visionario e ultimo stakanovista della musica, negli ultimi dieci anni sono stati versati ‘fiumi d’inchiostro’, tanto che non ha senso stare sempre a elencare tutte le sue virtù e i suoi traguardi eccezionali: questo artista è semplicemente una classe a sé. Maestro dall’aspetto eternamente giovanile, che sul palco ama passeggiare a piedi nudi mentre protegge con cura la sua vita privata dagli intrusi, è il genio musicale di cui la scena prog rock di oggi aveva un disperato bisogno per mettersi sulla strada giusta e, allo stesso tempo, scansare la stagnazione.

Quest’anno Steven porta avanti il suo fortunato tour di »Hand. Cannot. Erase«, partito l’anno scorso, durante il quale ogni sera, nella prima parte del concerto, suona per intero il già citato album in studio attuale, più qualche standard amatissimo della sua carriera solista e dei tempi in cui guidava la band di culto, al momento inattiva, Porcupine Tree. Dal nostro ultimo incontro con Steven, l’anno scorso a Vienna, la sua formazione ha subìto due cambi importanti. Guthrie Govan nel ruolo di chitarrista principale è stato sostituito da Dave Kilminster (noto soprattutto per le collaborazioni con Roger Waters, Ken Hensley e John Wetton), mentre al posto di Marco Minnemann dietro la batteria c’era il meno chiacchierato, ma altrettanto stimatissimo tra gli appassionati di musica sperimentale, Craig Blundell (Pendragon).

Kilminster, famoso per la sua tecnica chitarristica sofisticatissima, è stata una scelta logica al posto del suo amico di lunga data Govan, ed è stato un vero piacere ascoltare i suoi assoli malinconici, innestati con una dose generosa di raffinatezza. Le acrobazie al basso e al Chapman Stick le ha sfornate nientemeno che il polistrumentista (e cantante) di culto Nick Beggs (The Mute Gods, Kajagoogoo), a cui si devono anche le fantastiche armonie vocali di accompagnamento. Dietro le tastiere è tornato a vegliare Adam Holzman, l’unico americano in mezzo agli inglesi, musicista di talento eccezionale, che si è guadagnato un rispetto speciale anche grazie alla collaborazione con Miles Davis.

Il signor Wilson e i suoi splendidi compagni di avventura hanno aperto il concerto con »First Regret«, dando così il via anche alle esecuzioni di »Hand. Cannot. Erase«, completate sullo sfondo da proiezioni video più o meno interessanti. Steven indossava una maglietta nera con la scritta dorata ‘David Bowie’, un bel omaggio a uno dei suoi principali modelli musicali, che purtroppo dall’inizio dell’anno non è più tra noi. Il capo riservato e asceta della band è rimasto per quasi tutto il concerto con la chitarra a tracolla, e solo una volta ci ha sorpresi con un basso in mano. Al centro del palco c’era anche un tavolo con un portatile Apple, dove Steven teneva vari campioni sonori, tra cui anche la voce di accompagnamento della cantante ‘mancante’ Ninet Tayeb, che aveva partecipato alla versione originale di »Routine«, uno dei picchi della prima parte del concerto. Wilson e Beggs sono stati sempre affiatatissimi nelle armonie vocali, perché il bassista di culto è ancora un cantante eccezionale, e il suo passato nell’art pop rock gli fa sempre comodo. Steven, nonostante i posti a sedere, ha invitato il pubblico a farsi sentire il più possibile e ci ha fatto ridere descrivendo la passività del pubblico in un altro paese europeo. La prima parte del concerto è volata via in un lampo, poi c’è stata la pausa e la preparazione alla seconda.

A quel punto è toccato alle esecuzioni di brani di epoche diverse della carriera di Steven, tra cui ovviamente non è mancato il suo primo singolo solista »Harmony Korine«, uscito originariamente sul debutto »Insurgentes« (2008), così che grazie alla proiezione di un video surreale sullo sfondo abbiamo rivisto di nuovo quei figuri sinistri con la testa da corvo. Uno dei momenti più commoventi è arrivato con l’esecuzione della ballata classica dei Porcupine Tree »Lazarus«, che Steven ha dedicato al suo modello musicale da poco scomparso, David Bowie. Una curiosa coincidenza è che Bowie sul suo ultimo album in studio »Blackstar« (2016) ha pubblicato un brano con lo stesso titolo e un messaggio simile. Il signor Wilson, che tra i suoi grandi idoli musicali ha citato anche Frank Zappa e Miles Davis, ci ha intrattenuti per tutto il tempo tra un brano e l’altro con battute argute dal tipico tocco inglese. Nonostante la serietà piuttosto marcata che gli domina il volto durante i concerti, l’eterno malinconico ha sorriso qualche volta e ha pure scherzato su se stesso. I fan di lunga data si sono entusiasmati soprattutto per le riletture dei Porcupine Tree, stavolta un po’ più numerose del solito nei concerti solisti di Steven. Oltre a »Lazarus« in serata abbiamo sentito anche »Dark Matter«, »Don’t Hate Me«, »Sleep Together« e »Sound of Muzak«. Dopo »Don’t Hate Me« il palco è stato improvvisamente coperto per due brani da una tenda trasparente, che nello stile del classico dei Pink Floyd »The Wall« ha creato una barriera simbolica tra la band e il pubblico. Nella seconda parte Steven ha suonato anche »My Book of Regrets« e »Vermillioncore« dall’EP attuale »4 ½« (2016), che fa da ponte tra »Hand. Cannot. Erase«  e il prossimo album in studio

Nel bis Steven ci ha sorpresi sul serio con una cover dello standard di Prince »Sign o’ the Times«, dedicata all’artista scomparso da poco, che il signor Wilson, a quanto pare, ascoltava volentieri negli anni Ottanta. Anzi, ci ha sorpresi sul serio con la dichiarazione che negli anni Ottanta ascoltava Prince molto più volentieri dei Genesis, ai quali si è appassionato solo negli anni della maturità. La cover, l’unico brano della serata in cui Steven non ha usato alcuno strumento ma si è concentrato solo sul microfono, è venuta fuori più che solida. Si è sentito che Steven ha in band un poprocker rodato come Beggs, a cui passare in modo radicale da un genere all’altro non ha mai creato problemi. Il maestro della malinconia ci ha mandati definitivamente in delirio con il suo brano solista preferito, che a suo parere personale rappresenta il vertice della sua creatività da solista. Il gran finale è arrivato con la confessione cupa e insieme struggente su un vecchio, lo spirito di sua sorella e un corvo, che formano i personaggi centrali del capolavoro intitolato »The Raven That Refused To Sing««, che la band di Steven ha suonato con un ardore tutto particolare, mentre ha commosso i presenti un’ultima volta nella serata con un’esecuzione silenziosa e il messaggio senza tempo di quel classico. Tre ore di rivelazioni più o meno malinconiche e confessioni struggenti sono passate come se qualcuno le avesse tagliate con le forbici, cosa che di solito succede solo quando sul palco tutto è in perfetta armonia.

Il visionario del progressive rock ci ha reso felici a Trieste con un concerto fantastico, in cui ci siamo goduti per bene gli standard scelti da vari capitoli della sua splendida carriera musicale. Chi conosce bene l’approccio perfezionista di Steven in qualsiasi cosa intraprenda non si è stupito dell’impianto audio e delle luci splendidi. La band è stata per tutto il concerto incredibilmente in forma e al massimo dell’affiatamento, mentre l’approccio sul palco di Steven, incoronato da un’energia giovanile fuori dal comune, lo attribuiremmo piuttosto a un giovane musicista ancora smanioso di dimostrare qualcosa, e non a uno dei musicisti più navigati della scena prog rock contemporanea, che non ha mai dimenticato i suoi umili inizi. Allo stesso tempo, con grande gioia dei fan di lunga data, pur essendo stato più volte nella sua carriera sull’orlo del grande successo globale, non si è mai ‘venduto’ e ha fatto cambiare rotta proprio quando la maggior parte della gente se lo aspettava meno. Alcuni si sono certo rattristati alle parole di Steven, secondo cui i cambiamenti sono una costante del suo passato musicale, in cui non ha senso restare bloccati, e a quel passato appartiene tra l’altro anche la sua band più amata e influente, ma allo stesso tempo è ben lontano dall’aver dichiarato ‘Porcupine Tree, ieri e mai più’, così la speranza in un eventuale ritorno resta ancora viva.

Scaletta

Set 1 (Hand. Cannot. Erase.):
1. First Regret
2. 3 Years Older
3. Hand Cannot Erase
4. Perfect Life
5. Routine
6. Home Invasion
7. Regret #9
8. Transience
9. Ancestral
10. Happy Returns
11. Ascendant Here On…
Set 2:
12. Dark Matter
13. Harmony Korine
14. My Book of Regrets
16. Index
17. Lazarus
18. Don’t Hate Me
19. Vermillioncore
20. Sleep Together
—bis—
21. Sign “☮” the Times
22. The Sound of Muzak
23. The Raven That Refused to Sing

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