Il messaggero della generazione hippie nella Carinzia austriaca (2014)

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Autore: Urban Bolta

Luogo: Herzogburg / Šentvid ob Glini (St. Veit an der Glan) / Austria
Data del concerto: 05.09.2014
Numero di spettatori: 400
Prezzo del biglietto: 39€ / 44€

Ogni anno Šentvid ob Glini, nella Carinzia austriaca, ospita qualche nome illustre della storia musicale recente. Anche se appena due mesi fa è saltata, per malattia, l’esibizione del chitarrista Jeff Beck, i promotori locali possono vantarsi di aver portato da queste parti pezzi da novanta come Wishbone Ash, Jack Bruce, Arthur Brown e Yardbirds, e il primo venerdì di settembre la lista degli ospiti di prestigio di questo tranquillo paesino austriaco si è allungata ancora.

Nella cittadina, che si trova una ventina di chilometri a nord di Klagenfurt, è sbarcato Eric Burdon, ex voce solista della formazione R&B britannica The Animals, nell’ambito del tour di promozione dell’album »’Til Your River Runs Dry«, uscito nel 2013. Per tutta la sua carriera musicale lunga mezzo secolo, Burdon si porta dietro il successo della band con cui ha cominciato a metà anni Sessanta, anche se negli anni successivi si è cimentato pure con blues, rock psichedelico, soul e perfino jazz. Il nostro tizio dalla voce tagliente non molla nemmeno a 73 anni compiuti. Continua a calcare i palchi senza sosta, come se l’età d’oro dell’invasione musicale britannica non fosse mai finita! A Šentvid si è esibito nell’ambito di un festival ospitato nel complesso castellano medievale di Herzogburg. Nella piacevole cornice del cortile interno ci ha dato una mano anche il meteo, che quella sera ha trattenuto le lacrime.

Ad aprire la serata sono stati gli Hamburg Blues band, vecchie conoscenze della scena di St. Veit e veterani che suonano senza sosta da oltre trent’anni e che tra gli appassionati del genere nell’Europa continentale sono ormai una presenza fissa. La proverbiale puntualità tedesca stavolta ha fatto cilecca, con una mezz’ora di ritardo, quando gli Hamburg Blues Band sono saliti sul palco verso le otto meno mezza di sera e hanno invitato il pubblico a lasciare il riparo sicuro di tavoli e panche per avvicinarsi al palco. I tedeschi hanno costruito lo show in tre parti legate tra loro. Nella prima si sono presentati come un collettivo compatto, pieno di groove blues che nella loro versione si trasforma sempre in una nota di buonumore, perché i ragazzi, belli carichi, sul palco non risparmiano energia positiva. I pezzi, per lo più originali, tra cui hanno infilato il classico dei Free Wishing Well, grazie al lavoro delle due chitarre suonavano ancora più melodici, e i veri indicatori della loro voglia di creare sono stati i ritornelli memorizzabili di un flirt deciso con il blues. Nella parte centrale del concerto ha preso in mano le redini il chitarrista di destra, nientemeno che il celebre maestro delle sei corde Miller Anderson. Negli ultimi anni gli Hamburg Blues Band collaborano spesso con artisti di livello mondiale, a dimostrazione della loro reputazione nell’ambiente. Anderson, ex membro di formazioni eminenti come Spencer Davis Group, Keef Hartley Band, Savoy Brown e T. Rex, non ha faticato a riempire con il suo carisma tutto il pubblico, e in uno dei brevi interventi al microfono ha ricordato di aver suonato al leggendario Woodstock, dove era presente come membro della Keef Hartley Band. L’energia è schizzata alle stelle in modo esponenziale quando, per l’ultima parte dell’esibizione, è salita sul palco la cantante Maggie Bell (Stone the Crows). La signora ormai ha quasi settant’anni, ma resta una presenza vocale imponente, anche se con gli anni la sua estensione si è un po’ atrofizzata. Il quintetto sul palco ha entusiasmato con una comunicazione calata a fondo nel tema, culminata in una versione scatenata di Living in the Palace of the King di Freddie King. Hamburg Blues Band: sono venuti, hanno suonato, hanno vinto!

Dopo una lunga pausa era tutto pronto per l’esibizione dell’attrazione principale della serata. Sul palco sono saliti prima i musicisti della band, e ai primi versi li ha raggiunti al centro anche Eric Burdon. Con una maglietta col simbolo della pace e i riconoscibili occhiali da sole sul viso, ci ha convinti subito che la voce gli funziona ancora alla grande! Sarà anche vero che non è mai stato famoso per le linee tecnicamente complicate, ma con gli anni non ha perso aggressività, grana e colore, e così anche a settant’anni suonati Burdon resta senza problemi un promotore credibile del linguaggio del blues e del rock.

Eric Burdon ha fatto girare con coraggio per tutta la serata una tavolozza variopinta di influenze musicali, con un punto di partenza di fondo saldamente ancorato nel campo del rhythm & blues. Con Don’t Let Me Be Misunderstood, già presto in scaletta, è arrivato il momento del primo dei grandi successi degli Animals, anche se la versione dal vivo presenta il brano sotto una luce del tutto nuova. Eric Burdon, da interprete magico, ha aggiunto alla canzone una nota organica, un impianto ritmico completamente nuovo e un’impronta vocale da cantautore, quasi narrativa. When I Was Young ha portato un salto nelle acque psichedeliche, come si addice a un brano nato in California ai tempi della fioritura hippie della seconda metà degli anni Sessanta! Nelle parti strumentali Burdon ha lasciato ai suoi musicisti libertà di passeggiare sulla musica, e la maggior parte delle improvvisazioni se l’è presa chitarra e tastiere, con il risultato di qualche doppio assolo simultaneo dei due. Non è passata inosservata nemmeno la batteria allargata, che con elementi extra di linguaggio africano è entrata in gioco soprattutto nei pezzi più energici, come Inside Looking Out. Se fino a quel momento qualcuno dubitava ancora che Burdon avesse dedicato la vita al blues, nella parte centrale del concerto ha potuto togliersi ogni dubbio. L’omaggio al minimalismo blues di Bo Diddley, con l’esecuzione della sua Before You Accuse Me, Burdon l’ha condito con un’improvvisazione vocale da cantante nero tutta da gustare, e poi è arrivato un brano dall’album più recente, Bo Diddley Special, con una cortina d’organo più spessa e i cori nel ritornello. La costruzione di un’atmosfera dinamica è proseguita con il ritorno ai tempi degli Animals: tra Don’t Bring Me Down e We Gotta Get Out of This Place Burdon ha sfoderato qualche mossa dell’arsenale un tempo ricchissimo di movenze carismatiche da palco, quelle per cui la rivista Rolling Stone lo aveva proclamato uno dei migliori frontman di tutti i tempi. La natura leggera del finale tanto atteso, con il grande successo The House of the Rising Sun, si è piegata completamente al carattere musicale più complesso di Burdon, così l’immediatezza ha lasciato il posto a un’epopea di dieci minuti piena di jam, durante la quale il maestro dell’hammond Red Young ha suonato qualche nota, con successo, perfino col piede. Il benefico piacere ai nostri recettori uditivi ha toccato il culmine quando Burdon, tornato sul palco, ha servito anche It’s My Life e Boom Boom di John Lee Hooker, per poi salutare il pubblico con indice e medio tesi. Il messaggio era chiaro: che la pace regni sul mondo!

Eric Burdon resta un tradizionalista. Potrebbe impostare i suoi show in chiave più mainstream, ma preferisce dare retta ai palati più esigenti degli intenditori di musica, quelli che hanno nelle vene il linguaggio dimenticato da Dio degli anni Sessanta del secolo scorso. Con questa esibizione a un tiro di schioppo dal nostro confine ha dimostrato di essere ancora un vitale messaggero della generazione hippie, che si è avviata verso casa di ottimo umore.

Scaletta

ERIC BURDON:
1. Black Dog
2. Water
3. Don’t Let Me Be Misunderstood
4. When I Was Young
5. Inside Looking Out
6. Spill the Wine
7. I Believe to My Soul
8. Before You Accuse Me
9. Bo Diddley Special
10. Don’t Bring Me Down
11. We Gotta Get Out of This Place
12. Peace in this World – River is rising
13. The House of the Rising Sun
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14. It’s My Life
15. Boom Boom

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