The Bedlam in Goliath
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Mars Volta, The
Etichetta: Universal Music Group
Uscita: 2008
Durata: 75:45
Voto: 3.5/5
I The Mars Volta sono stati una di quelle band sperimentali contemporanee che, fin dall’inizio del loro percorso, hanno spaccato in due gli appassionati di progressive rock. Le cose sono andate avanti così fino al loro scioglimento prematuro nel 2012, quando i fondatori, il chitarrista Omar Rodriguez-Lopez e il cantante Cedric Bixler-Zavala, hanno deciso che la band aveva ormai la data di scadenza superata ed era arrivato il momento di dedicarsi ad altri progetti. Sul fatto che i The Mars Volta fossero uno dei gruppi prog più talentuosi e interessanti dei nostri tempi, o semplicemente degli ex punkettari un po’ sopravvalutati che si erano accorti all’improvviso di essere ottimi musicisti con il gusto per la sperimentazione sonora senza confini, ma che ci mettevano poco cuore, i pareri oggi sono ancora piuttosto divisi.
Da una parte, il loro mix di prog rock classico, salsa, jazz fusion, prog metal, psichedelia e alternative rock, con cui sono sbucati all’inizio del nuovo millennio dopo lo scioglimento dei post-core At the Drive-In, era una ventata di aria fresca e qualcosa di unico nella scena prog moderna. Dall’altra, tra l’approccio rumoroso, i suoni atonali e impastati e gli effetti di chitarra oscillanti, hanno fatto venire i capelli bianchi a parecchia gente, anche perché la voce così particolare di Cedric non era certo per tutti i gusti.
Chi li ha amati di più sono stati gli appassionati delle derive avanguardistiche del prog rock, quelli cresciuti a pane e King Crimson, Can, Frank Zappa e Captain Beefheart: la loro musica, ritmicamente tosta, era complessissima e spesso caotica, e in più conteneva testi (più o meno) di critica sociale. Le generazioni più giovani, invece, le hanno attirate soprattutto con il rumore e la furia ereditati dai vecchi tempi punk. Comunque sia, i loro meriti per aver spinto tante nuove leve di ascoltatori a scoprire il progressive rock non verranno mai dimenticati, anche se in futuro non dovessero più rimettersi insieme.
Quando è uscito il loro quarto album in studio, »The Bedlam in Goliath«, i The Mars Volta erano ormai un nome affermato e stimato dalla maggior parte degli amanti del rock sperimentale/pesante, anche se più di un ‘San Tommaso’ non si fidava fino in fondo a incoronarli portabandiera del prog moderno, per il semplice fatto che sul piano commerciale se l’erano cavata stranamente bene fin da subito. La maggior parte degli album dei The Mars Volta aveva un concept alle spalle, e »The Bedlam in Goliath«, il loro primo disco con il batterista Thomas Pridgen (Suicidal Tendencies), non faceva eccezione. Il concept, curioso e quasi bizzarro, nasce da una strana esperienza vissuta dai membri della band con uno strano gioco da tavolo che Omar aveva comprato durante una gita a Gerusalemme. Questo gioco, che chiamavano ‘L’Indovino’, Omar, Cedric e il resto della band ci hanno giocato per un po’ in modo quasi ossessivo sul bus durante il tour, fino a farne una specie di rito dopo ogni concerto.
All’improvviso hanno iniziato a succedere solo cose brutte: a metà tour li ha mollati il batterista Blake Fleming, finito in difficoltà economiche. Cedric ha dovuto operarsi a una gamba gonfiatasi di colpo, lo studio di Omar è stato allagato e, prima ancora, tra continui blackout, erano misteriosamente spariti tutti i file audio. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’esaurimento nervoso dell’allora ingegnere del suono, che non voleva più lavorare al nuovo album perché, a quanto diceva, ‘i The Mars Volta vogliono farmi impazzire, prima me e poi tutto il resto del mondo’. Omar, superstizioso, in piena registrazione di »The Bedlam in Goliath« ha spezzato in due il famigerato gioco ‘maledetto’ e l’ha sepolto sottoterra, senza dire a nessuno dove, ordinando severamente che ‘L’Indovino’ non venisse più nominato. Da quel momento il malocchio sarebbe stato spezzato e la band ha potuto finire di registrare l’album.
Dal punto di vista stilistico, »The Bedlam in Goliath« era meno eclettico e sottile del predecessore »Amputechture« (2006): il loro album più duro e ruvido fino ad allora, con la band che su tutti i pezzi va fuori di testa quasi senza sosta tra passaggi di batteria selvaggi, suoni atonali di chitarra elettrica e una marea di effetti sporchi, mentre le sfumature jazz e latine ci sono solo per assaggio. Con la sua natura feroce, »The Bedlam in Goliath« è probabilmente piaciuto di più ai fan degli At The Drive-In che a quelli del prog classico e della fusion, anche se certe sfumature ritmiche e le improvvisazioni folli nei momenti strumentali erano una vittoria piena.
Questo approccio più rabbioso si sente già nell’opener »Aberinkula«, che fissa lo standard sonoro per gran parte del resto del disco. Un po’ fastidioso il fatto che la voce urlata di Omar arrivi subito, proprio all’inizio del pezzo, e lo stesso succede dopo »Aberinkula« anche in »Metatron«, una giostra sonora altrettanto rumorosa e sporca, che prende il nome da un angelo biblico. »Ilyena«, che a quanto pare si riferisce al vero nome della celebre attrice inglese Helen Miren, è finalmente un episodio più sottile, con un’atmosfera interessante, un filo nostalgica, e passaggi di chitarra funk, oltre a uno dei pochi momenti del disco in cui Cedric dimostra di saper cantare anche in modo ‘bello’, quando gli gira. Omar è un virtuoso della chitarra nel senso più pieno del termine e lungo tutto l’album non si risparmia con improvvisazioni folli.
»Wax Simulacra« è un brano dalla struttura più compatta, che ha vinto un Grammy come miglior brano hard rock, un bel riconoscimento per una composizione che si chiude con una folle improvvisazione dei fiati. »Goliath« ha per lo più una struttura relativamente melodica e armonie vocali interessanti, con il culmine in un ritornello drammatico, mentre l’iniziativa viene continuamente presa da inserti improvvisati e scatenati. »Tourniquet Man«, dove Cedric si distingue con una prova vocale commovente, è una ballad più breve, condita di avanguardia, con una melodia di chitarra acustica ed effetti digitali ‘spaziali’.
»Cavalettas« è uno dei momenti migliori del disco, soprattutto per varietà stilistica e per gli stacchi ritmici e improvvisativi da impazzire, che a ogni ascolto ‘ti fanno saltare la testa’. »Agadez« ha un po’ più di melodia blues nelle frasi di chitarra rispetto agli altri pezzi, mentre meritano attenzione speciale i passaggi di batteria rumorosi e, ogni tanto, lo sfondo sinfonico delle tastiere. »Askepios« contiene una folle transizione sonora dall’hard rock punkeggiante a stacchi puramente avanguardistici e fusion, e poi di nuovo indietro nella direzione opposta. »Ouroborous«, un’altra creatura ritmicamente complessissima, nella parte iniziale ha un approccio quasi thrash metal grazie alla doppia cassa che martella, prima che torni a regnare un ambient caotico accompagnato da sfumature sonore cacofoniche.
»Soothsayer«, il pezzo centrale del concept di cui sopra e dell’intero album, contiene rumori di strada registrati in mezzo alle vie di Gerusalemme. Così si sentono i richiami vivaci di ebrei, musulmani e cristiani, che si fondono bene con l’atmosfera orientale e le scale pentatoniche di chitarra di questa composizione interessante. Stavolta i The Mars Volta hanno aggiunto splendidi arrangiamenti d’archi che, in mezzo alle improvvisazioni di chitarra scatenate di Omar e al camaleontismo vocale di Cedric, alimentano bene il clima orientale. Nella chiusura post-apocalittica e caotica »Conjugal Burns«, dove dominano con slancio distruttivo ritmi sparpagliati e chitarre in delirio, Cedric tocca note vocali parecchio alte. Il finale cacofonico, d’altra parte, non ha rappresentato nessuna sorpresa particolare.
»The Bedlam in Goliath« è stato l’album più fracassone, atonale e sporco della discografia (finora) dei The Mars Volta, il che significa che Omar e Cedric stavolta hanno fatto un passo indietro su varietà negli arrangiamenti e sensibilità melodica, puntando di più sulle proprie radici sonore. Ma »The Bedlam in Goliath« è tutt’altro che un brutto disco: di momenti sperimentali che piaceranno agli amanti della ‘vecchia scuola’ ce ne sono ancora in abbondanza, però con la sua natura intransigente e scatenata è sicuramente meno interessante dei tre lavori precedenti, dove a ogni ascolto, in mezzo a un’affascinante varietà ambientale, si poteva scoprire qualcosa di nuovo. Omar e Cedric hanno evidentemente imparato che tornando alle radici At the Drive-In non sarebbero riusciti a portare avanti la fase successiva dell’evoluzione artistica dei The Mars Volta, e così con il disco seguente, »Octahedron« (2009), hanno creato un lavoro molto più sottile, che ha mostrato un volto completamente diverso di questa band americana di origini latine, ormai di culto.
Formazione
Omar Rodríguez-López – chitarra, sintetizzatore
Cedric Bixler-Zavala – voce
Isaiah Ikey Owens – tastiere
Juan Alderete – basso
Thomas Pridgen – batteria
John Frusciante (Red Hot Chili Peppers) – chitarra
Marcel Rodriguez-Lopez – percussioni, tastiere
Adrián Terrazas-González – flauto, sax tenore, sax soprano, clarinetto basso, percussioni
Paul Hinojos – manipolazione del suono
MUSICISTI OSPITI:
Henry Trejo – “Because”s in “Agadez”
Nathaniel Tookey – arrangiamenti orchestrali in “Soothsayer”
Sam Bass – violoncello in “Soothsayer”
Edwin Huizinga – violino in “Soothsayer”
Charith Premawardhana – viola in “Soothsayer”
Anthony Blea – violino in “Soothsayer”
Owen Levine – contrabbasso in “Soothsayer”
Produzione
Omar Rodríguez-López
Tracklist
1. Aberinkula (5:47)
2. Metatron (8:13)
3. Ilyena (5:38)
4. Wax Simulacra (2:41)
5. Goliath (7:17)
6. Tourniquet Man (2:41)
7. Cavalettas (9:35)
8. Agadez (6:45)
9. Askepios (6:33)
10. Ouroboros (6:38)
11. Soothsayer (9:10)
12. Conjugal Burns (6:36